WU MING.
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L'ARMATA DEI SONNAMBULI.
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Parte 1.
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2014. Luigi Einaudi Editore, TORINO.
CODICE ISBN FONTE: 978-88-06-21413-5.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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GLI AUTORI.
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Wu Ming  un collettivo di scrittori provenienti dalla sezione bolognese del Luther Blissett Project (1994-1999). A differenza dello pseudonimo aperto "Luther Blissett", "Wu Ming" indica un preciso nucleo di persone, attivo e presente sulle scene culturali dal gennaio del 2000. Il fatto che il nome del gruppo significhi in cinese "Senza nome" ha spesso generato equivoci sul presunto anonimato dei suoi membri, i cui nomi anagrafici sono invece noti e riportati anche sul loro stesso sito ufficiale.
Dal 2000 alla primavera del 2008, la formazione ha compreso: Roberto Bui (Wu Ming 1), Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2), Luca Di Meo (Wu Ming 3), Federico Guglielmi (Wu Ming 4), Riccardo Pedrini (Wu Ming 5).
In cinese "wu ming" significa "senza nome" oppure "cinque nomi", a seconda di come viene pronunciata la prima sillaba. Il nome d'arte  inteso tanto come tributo alla dissidenza ("Wu Ming"  un modo di firmarsi frequente presso i cittadini cinesi che chiedono democrazia e libert di parola) quanto come rifiuto dei meccanismi che trasformano lo scrittore in divo. .
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NOTE: Si ringraziano gli autori e la casa editrice Einaudi per aver consentito la pubblicazione con la seguente clausola: Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purch non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.
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I libri di Wu Ming sono stampati su carta ecosostenibile CyclusOffset, prodotta dalla cartiera danese Dalum Papir A/S con fibre riciclate e sbiancate senza uso di cloro. Nel caso si verifichino problemi o ritardi nelle forniture, si utilizzano comunque carte approvate dal Forest Stewardship Council, non ottenute dalla distruzione di foreste primarie.
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L'Armata dei Sonnambuli.
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A Stefano Tassinari.
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Volete, allora, che il mio corpo parli? Lo far, e vi prometto che nelle risposte che vi dar ci sar molta pi verit di quanto possiate immaginare. Non certo perch il mio corpo ne sappia pi di voi, ma perch nelle vostre ingiunzioni c' qualcosa che non formulate ma che io capisco bene, una sorta di ingiunzione silenziosa alla quale il mio corpo risponder. Ascolter quel che non dici e ti obbedir, fornendoti dei sntomi di cui sarai costretto a riconoscere la verit, poich risponderanno, senza che tu lo sappia, alle tue ingiunzioni non formulate [...]. Pi o meno in questi termini si svolge il discorso dell'isteria.
MICHEL FOUCAULT.
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Furono i supplizi d'ogni genere, la tortura, i roghi, le forche, a darci feroci abitudini. I governanti invece di educarci, ci hanno resi cos barbari perch essi lo sono. Ora raccolgono i frutti.
GRACCO BABEUF.
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Ouverture.
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21 gennaio 1793.
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1.
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Adunchi come becchi di rapaci, arrossati dal gelo del mattino, bitorzoluti e tumefatti dal bere. Schiacciati da un colpo di piatto ricevuto servendo la patria o celebrando il dio Bacco. Storti da un pugno ben piazzato in una rissa tra cani che si contendono un osso, una moneta o la fessura d'una donna. Mozzati dal fendente di un creditore o di un assassino maldestro. Larghi e rubizzi, con narici enormi e cavernose.
I nasi hanno tante forme, pensava l'uomo in nero, che nascondeva il proprio dietro il bavero rialzato della giacca e la sciarpa di lana, mentre si faceva largo tra la folla lungo il viale di Buona Novella. Sgomitava, spingeva, e intanto frugava i vlti a uno a uno, in cerca di uno sguardo complice, ma quel che vedeva era solo una siepe di nasi puntati nella stessa direzione, quella da cui doveva giungere la carrozza.
I nasi del popolo lo disgustavano. Grondanti per il freddo, coperti di nei e verruche, quegli organi deformi ricordavano le parti anatomiche di bestie selvagge, bench a un livello pi basso della Creazione, buoni soltanto per annusare i miasmi dei bassifondi.
Nulla meglio di quella carrellata di nasi rappresentava la plebe di Parigi.
E forse sarebbe stato pi appropriato ribattezzarla Nasonia. Del resto, perch no? Se il mondo veniva messo a testa in gi, tutto diventava possibile, anche cambiare il nome alle citt o ai mesi del calendario.
L'uomo in nero era li per impedirlo. O per morire nel tentativo. Dal bordo della strada perlustrava la folla in cerca di una risposta. Dov'erano i volti che attendeva? Possibile che non fossero al loro posto? Possibile che li avessero risucchiati quelle propaggini affamate?
Il percorso termin a ridosso di una figura alta, anch'essa vestita di scuro, ma di una sfumatura blu notte.
- Non c' nessuno, a parte quelli, - disse Nero indicando tre uomini nella folla, dall'altra parte della strada. Sotto i tricorni che portavano in capo, uno aveva capelli biondi, un altro grigi e il terzo, visibilmente pi anziano, sembrava calvo. - Qualcosa  andato storto.
- Dobbiamo agire comunque, - disse l'altro.
- In cinque?
- C' nebbia, nella calca pu ben darsi che altri...
- "Pu ben darsi"  appiglio da poco, mio signore.
-  quello che abbiamo.
- Il piano  scoperto. Ci faremo ammazzare senza scopo.
- Lo scopo lo abbiamo. E se il popolo...
- Il popolo? - sibil Nero, soffocando la rabbia. - Questa  plebaglia sanculotta. Non vedono l'ora di assistere al macello. Nell'ultimo anno siete stato lontano da Parigi. La citt  uscita di senno.
- Ci sar pure qualche suddito leale...
- Forse. Ma disposto a suicidarsi per noi?
- No, a rischiare la vita per sua maest!
- Siamo troppo pochi.
- Che fareste, dunque? - domand il barone. - Lascereste spiccare la testa al re di Francia senza muovere un dito?
Nero tacque. Non sapeva cosa rispondere. E se avesse risposto, avrebbe avuto difficolt a farsi udire, perch tutto questo se l'eran detti sussurrando, ma ormai i tamburi sovrastavano le voci. Il convoglio apparve in fondo al viale.
Quando la carrozza fu a cento passi, il barone estrasse la sciabola da sotto il pastrano e usc dalla ressa. Nero lo segu, e nel mentre fece un cenno ai tre sull'altro lato. Anch'essi uscirono dai ranghi.
Il barone sollev l'arma e grid: - Popolo di Francia! Con noi chi vuole salvare il re!
- Salviamo il re! - ripeterono Biondo, Grigio e Calvo.
- Salviamo il re! - grid Nero, senza smettere di guardarsi intorno.


2.

"Contegno e calma", prescriveva un manifesto affisso al muro. "Le donne non escano di casa", auspicava un altro foglio pochi passi pi in l.
Orphe d'Amblanc mostr la carta civica ai volontari che gli sbarravano il passo. Ognuno di loro portava sul bavero un cartellino che lo identificava come addetto all'ordine pubblico. Le quarantotto sezioni di Parigi avevano messo a disposizione pi di duecento uomini ciascuna, moschetto a tracolla e in tasca sedici cartucce. D'Amblanc, in quanto medico, aveva ottenuto la dispensa dal servizio, e ora si interrogava sulla necessit di uno spiegamento di forze tanto imponente. La citt appariva tranquilla e i giornali elogiavano "l'austera dignit di un popolo sovrano nell'esercizio del suo potere". Tuttavia, nessuno poteva sapere cosa sarebbe successo, se invece di ottantamila uomini in armi ce ne fossero stati solo la met. Guardandosi attorno, D'Amblanc era incline a pensare ch il morbo monarchico non sarebbe comunque dilagato. Il processo, le manovre sottobanco e i tentativi di fuga avevano spogliato il re di ogni sacralit. Luigi Capeto era un cittadino della Repubblica che aveva commesso una sequela di crimini e come tale andava giustiziato. "Non si pu regnare impunemente": la frase di Saint-Just era ormai un ritornello da osteria.
Lungo la strada, un'atmosfera di attesa e incredulit. Con le sezioni in assemblea permanente, i volontari in armi, le donne a casa, le botteghe serrate e migliaia di cittadini gi assembrati sotto la ghigliottina, i semplici passanti erano rarit. Nei loro volti, D'Amblanc cercava di cogliere il sentimento che egli stesso avvertiva. Si era svegliato all'alba al suono di tamburi, campane e cannoni. Da allora, la sinfonia del Grande Evento non s'era mai interrotta, arricchita dal trotto della cavalleria, dal passo marziale delle truppe, dal rullare dei carri militari.
Guard l'orologio da tasca. Per le dieci in punto doveva bussare al portone della signora Girard. La terapia magnetica non ammetteva dilazioni.
Mezz'ora pi tardi, il boia di Parigi avrebbe raccolto la testa del cittadino Capeto.
D'Amblanc si domand quanti altri, in un momento come quello, avrebbero rinunciato allo spettacolo, per dare la precedenza al proprio dovere.
Immagin la carrozza verde del sindaco di Parigi, attorniata da cavalieri, sciabole e picche. Il Capeto a bordo, in preghiera, le mani giunte al centro del petto. Accanto a lui, l'amico prete, nato in Irlanda ma cresciuto a Tolosa, che lo aveva accompagnato durante il processo. Di fronte a loro, due gendarmi, intenti a mascherare il proprio stupore.
A quell'ora il convoglio doveva essere all'altezza di San Dionigi.
D'Amblanc ripose l'orologio e si affrett, in direzione opposta rispetto al gran viale dove si stava scrivendo la storia di Francia.


3.

- Salviamo il re!
A quel grido, il funzionario della sicurezza generale Armand Chauvelin si volse di scatto.
- Di l! - fece segno ai suoi e si lanci nella corsa.
Cinque sagome erano al centro del viale, armi sguainate.
Non pi di un centinaio di passi, calcol Chauvelin mentre si sforzava di accelerare, pi forte dell'emicrania che lo tormentava dal primo mattino.
Cento passi e avrebbe catturato i capi della congiura.
Dai muri di folla a destra e a sinistra giungevano incitamenti e risate.
- Guardate quei matti!
- Prendeteli!
- Fatene rag!
- Se volevano crepare, facevano prima a darsi fuoco!
- Si, almeno ci scaldavamo anche noi!
I tamburi non avevano cessato di battere, la carrozza e la scorta non si erano fermate.
Appena fu abbastanza vicino da non sbagliare, Chauvelin punt la pistola e spar su un tizio col pastrano giallo, il pi visibile di tutti.
L'uomo si accasci, gli altri fuggirono. Con uno scarto improvviso e a colpi di spada, si aprirono un varco in mezzo alle guardie che bordeggiavano il viale, in corrispondenza di una smagliatura fra i corpi, dovuta all'imbocco di una strada laterale.
Due di essi, alla disperata, cercarono di entrare in una casa, ma la porta era chiusa e manc il tempo di forzarla. Uno venne abbrancato dalla folla, preso a calci e pugni, massacrato. L'altro riusc a divincolarsi e fuggire, prima che i suoi assalitori gli strappassero dal viso la sciarpa che l'aveva coperto lasciando liberi soltanto gli occhi. Gli ultimi due si tuffarono di nuovo nella ressa e la risalirono, come nuotatori esperti, proprio nella direzione dalla quale sopraggiungeva il convoglio.
Fu quello a bloccare la corsa di Armand Chauvelin, costringendolo a farsi da parte, per cedere il passo alla scorta, poi alla carrozza.
Lo sguardo del poliziotto si insinu nell'abitacolo e colse il profilo del passeggero. La sagoma dell'uomo che era stato, e che adesso era l'ombra tremula di un essere invertebrato, una chiocciola che si ritrae nel guscio, spaventata.
Quando il convoglio fu transitato, Chauvelin si ritrov a fissare impotente la selva di corpi che aveva inghiottito i fuggitivi.
Uno dei suoi lo affianc.
- Ne abbiamo persi tre.
- Uno era il capo, sono pronto a scommetterci. - disse Chauvelin abbassando la pistola. - Gli altri?
Il sottoposto indic i due cadaveri che giacevano sul lastrico, circondati dalla folla.
- Non potranno dirci niente.
Armand Chauvelin fece una smorfia di disappunto. La notte precedente aveva chiuso la rete tesa per sventare il complotto monarchico. Prima dell'alba gli agenti del comitato avevano arrestato i congiurati nelle loro case, uno dopo l'altro. Duecento uomini, che avrebbero dovuto trovarsi lungo il percorso del corteo per sobillare il popolo e liberare Luigi Capeto. Purtroppo, non c'era stato il tempo di torchiarli a dovere, e sul luogo preciso dell'appuntamento aveva raccolto versioni discordanti. Pochi passi di differenza e quella giornata si sarebbe conclusa con una vittoria piena. Invece era certo di aver mancato il capo e nessuno degli interrogati sembrava conoscerlo. Un uomo abbastanza saggio da non mostrarsi mai ai suoi scherani.
L'agente Chauvelin diede l'ordine di portare via i corpi, mentre l'emicrania, dal covo dietro l'occhio destro dove stava annidata, iniziava a diffondersi in tutta la testa.


4.

Te lo si conta noi, com' che and. Noi che s'era in Piazza Rivoluzione. Qualchedun altro te lo conterebbe - e magari te l'ha gi contato - come son buon tutti, cio a dire col salinzucca di poi, dopo aver occhiato le stampe sui libri, varda, c' Madama Ghigliottina, c' il ritratto di Robespierre, volti la pagina e c' la mappa delle battaglie, e dal capo alla coda si snocciano gli anni cos, come fossero olive: 1789, 1793, 1794. Uno sa gi com' andata a finire - tanto, dice, per quelli come noi come deve finire? - e allora la conta dal difuori della mischia, tutto compunto, come da invetta a una torre.
Quelgiorno pure noialtri si immagin di alzare una torre. Una torre di legno, per salirci sopra, pi in alto dei tetti dei palazzi pi alti. In piazza si stava tutti pigiati, fitti come le setole di un pennello, ch perlomeno il freddo porco lo si tiene a bada, o magari  solo un'impressione, ch spartire il male  gi mezza goduria. Per a quelmodo, uno finisce che non vede niente, dal gran che c'erano schiene e bertocche, per non dire dei vecchi che ti si grappavano ai panni per non cadere! Figura la scena: un fantolino monta in groppa al babbo, ma dadietro sgolano che lo deve metter gi, quel figlio d'un cane, e un garzo bisunto dice che mica son spettacoli da puttini, questi.
Fu cos che soquanti ci si fiss con l'idea di tirar su un ponteggio, ma siccome il legno e le corde sbrisga che si trovavano, s' deciso di montarlo a furia di ciance, un fracco di ciance, e dal gran che si parlava il ponteggio  diventato una torre, pi alta di Nostra Dama e di quella di Babele.
- Ch torre e torre! - percula uno. - Bastano dei trampoli. Cosa stai ad andare tanto in alto per vedere cogliere una zucca?
E gli aspiranti carpentieri: - Eh, no! Bisogna lasciar li di pensare a quella zucca come al centro della Francia! Incomincia un mondonuovo, e il posto dei veri repubblicani  invetta alla torre, a risguardare la protagonista di oggi, ovvero la calca pulciosa con tanto di pezze al culo, il popolo famelico e smerdo eppure in piedi, assetato di sangue, enormissimo drago di fremenda bellezza!
Qualcheduno applaude, ch il discorso non gli par punto una brutta tirata, e gi un altro salta su a dire che la torre, a costruirla, servirebbe anzi a guardare lontano.
- Mentre qui si fa la festa a Luigino, in Belgio le nostre armate si battono contro il nemico, difendono la rivoluzione, srandellano i cagnacci di altri re, principi e nobilardi, gente che si stirpa i capelli perch in un paese vicino si hanno dei sudditi che non sono pi dei sudditi, e dei re che non sono pi dei re, anzi, che non sono pi e basta.
Soquanti gli si fa notare che il Belgio  bello in l, per poterlo vedere da invetta a una torre in Piazza Rivoluzione, ma quello non sente ragioni, oramai s' inspirtato.
- Ad averci la torre, - grida, - la si poteva adoperare come attracco per dei palloni erostatici e inviare laggi degli osservatori volanti, dove i nostri soldati combattono e crepano, cos la si dava anche a loro la buona notizia che...
- Vrdalo, ecco il boia! - sgola qualcheduno, e richiama le menti a terra, vicino al selciato..
- Macch,  il sindaco, quello l.
Colli si slungano come polli o giraffi per sbirciare oltre le spalle e le bertocche fitte, piedi si alzano sulle punte come un esercito di ballerine sdozze, e commenti e bestemmie si intrecciano in delle stuoie, che poi ogni tanto spunta una parola, una frase...
- A morte!
- Compermesso...
- Compermesso una sega, stiamo mica entrando a messa.
- Ahi!
- Cosi t'impari a spingere. Chi credi d'essere, il gran mostardiere?
- Ma Luigi quand' che arriva? Ho le dita gonfie dal freddo mastino.
- Ehi, guardate la mano di lui li! Pare una poppa di vacca!
- Mica  il freddo. Quella  cancrena.
- Non  vero, varda, muovo le dita!
- S, s, muovi, finch non ti avanzano in tasca...
Ancertopunto sale tutto un brubru,  arrivata in piazza una novit nuova, vola nelle fiate e tutti se la passano, tipo malocchio o raffreddore.
- Si, si, te lo dico io, li han brancati e frollati finch non han tirato gli ultimi.
- Ma quanti erano?
- Boh, dieciventi. Gridavano: "Viva il re!"
- Chi  il figlio d'un cane che ha urlato "Viva il re"?!
- Io, io, ma stavo solo riferendo!
- Io li ho visti, avevano certi spiedi! Se li son magnati vivi con stivali e cappelli. E se qualcuno  ancora in piedi, lo mandano a chiedere l'ora al vasistas diritto filato dopo Luigi, vedrai.
E risate ed evviva, gravi accenti e ghigni, lagrime di rabbia e di gioia. Quel che capitava in Belgio, ai confini con l'impero e sui mari, dipendeva da quel che capitava liggi, di fronte agli occhi di tutti, sul palco di Madama Ghigliottina.
Poi succede una cosa strana.
Quando spunta la carrozza, si fa un cimitero.
Non un fiato da sopra n da sotto, come ci avessero infilato un tappo in bocca e l'altro in culo. Infino gli ambulanti stanno zitti, e smettono di vendere lupini e ceci al forno.
Da non crederci che tutta 'sta gente qua riesce a fare tanto silenzio. Si sente addirittura il cigolare dello sportello che si apre.
Eccolo li. Il Capeto. Un omarino grassoccio, con le gambette e un grosso naso. Non meno grosso dei nostri, eh, ma  come lo porta, si capisce, ch a noi la canna ci sta d'ingombro, mentre lui la punta avanti come la prua d'una nave. Allora, manco avessero dato il segnale, la cagnara riprende, e gi insulti, e gridi e starnazzi:
- A morte il re!
- Traditore succhiasangue!
- Baciachiappe degli Austriachi!
- Etci!
- Salute.
- Grazie, colpa di 'sto freddo bastardo, ci manca solo che per vedere crepare Luigino mi ammalo e ci vado pure io, al camposanto.
Luigi s'era tolto la giacca e solo con la camiciola doveva sentire un bel giazzo, perch era tutto sgrullato dai brividi, che poi chilos se era il freddo cagnaccio di cui sopra o invece lo scacazzo di morire. Come che fosse, gli han fatto salire le scale, e in cima lo spettava il boia Sanson, che gli ha cavato la cravatta, poi con un paio di forbici gli ha tagliato il codino. Un po' sarto e un po' barbiere, il nostro Sansone, che ti preparava per il ballo con Madamigella Mortazza.
Soquanti l sotto si davan dei pizzicotti:
-  tutto vero?
- S, compare, stavolta si. Alla faccia di chi non c' e si perder lo spettacolo.


5.

L'uomo dal costume grigio apr gli occhi d'improvviso, come se un pensiero fosse giunto dal mondo dei vegli a scuoterlo forte nelle nebbie del sonno e del vino. Si guard la punta dei piedi, poi risali tutto il corpo: indossava ancora il costume di Scaramouche. Mosse la testa di lato e vide un ammasso di stoffe e sottane. Colombina dormiva sodo al suo fianco. Le accarezz i capelli, ricordando la baldoria della notte trascorsa, ma il pensiero che era venuto a prenderlo a calci produsse nella sua mente un'immediata contezza.
- Vacca boia! Il re!
Colombina si svegli e in un attimo drizz la schiena.
- Il re? Dove?
Scaramouche sgran gli occhi insieme a un rosario di bestemmie.
- In piazza!
Colombina lanci un urlo, balz fuori dalle coperte e corse alla seggiola dove aveva abbandonato gli abiti normali.
- Via, via! Non abbiamo il tempo, - le grid Scaramouche afferrandola per un braccio.
- In costume di scena?! - opin l'attrice, ma intanto infilava una manica del pastrano che le veniva offerto.
Coperti e intabarrati a dovere, i due attraversarono le quinte e la platea vuota, a rotta di collo fino all'uscita del teatro. Sulla strada li congel per un istante la brezza del mattino e, non appena ripartirono, Colombina rischi di scivolare su una pozzanghera ghiacciata. L'uomo in grigio scomod altri santi, prese per mano la ragazza e si mise a correre, allontanando i passanti con il bastone di scena e gridando di fare largo. I due vennero inseguiti dagli insulti fino allo sbarramento di guardie che chiudeva la piazza. Scaramouche rimbalz su una barriera di moschetti e si ritrov col culo per terra. Si rialz, spazzando il fango dal pastrano.
- Dobbiamo entrare in Piazza Rivoluzione, cittadino!
Il miliziano si succhi i denti.
- Non ci sta pi manco uno spillo. Se faccio passare te, schiaccio le balle a qualcheduno sotto il palco.
- Ma noi vogliamo assistere.
- Piacerebbe anche a me, cittadino. Invece mi tocca star qua a impedire che la piazza scoppia.
- Azidnt al divel! - imprec Scaramouche nel suo idioma d'origine.
Trascin via Colombina e cercarono un accesso sguarnito, attraverso le viuzze laterali. Non c'era niente da fare. I soldati bloccavano ogni pertugio, a Parigi non s'era mai visto un dispiegamento di forze tanto imponente.
Colombina tremava.
- Ho freddo, Lo, - disse, perch era quello il vero nome dell'attore. E pure lei, Colombina, ne aveva uno: senza trucco e costume era per tutti Colette. In verit, indossava anche altri nomignoli, vezzeggiativi pi intimi e non proprio convenienti, per lo pi improntati alla sineddoche, una parte del corpo per intenderlo tutto, ovvero la di lei intera persona, corpo e anima. Tuttavia le si doveva volere un gran bene per poterli adoperare. Come gliene voleva Lo, che adesso rabbrividiva accanto a lei, nella bruma di gennaio. Sotto i cappotti, i costumi di scena erano troppo leggeri, tutto cotone sottile per non sudare durante la recita.
- Lo, sto morendo di freddo, - si lagn ancora Colette corrucciando il visino.
Non aveva bisogno di sentirselo dire, pure lui aveva le chiappe gelate. Cercarono un androne dove ripararsi dal gelo e li si abbracciarono stretti, massaggiandosi a vicenda le spalle e le braccia per far muovere il sangue.
Mentre massaggiava, Lo pensava che tutta la maledetta Parigi era li ad assistere al grande spettacolo, di cui si sarebbe parlato per secoli, e lui non aveva un posto nemmeno in loggione.
Strane reazioni provocano negli esseri umani certe inattese circostanze, come quella che colse Lo e Colette in quel riparo fortuito. Il gelo, la rabbia e tutto quel soffregare si combinarono in una miscela esplosiva e di li a poco le mani, riscaldate dall'attrito, cominciarono ad aprirsi un varco sotto i vestiti, non troppo largo da lasciar passare il freddo, n troppo stretto da concedere accesso soltanto a un dito. Il resto lo fecero l'impulso naturale e la spinta dei fianchi.


6.

Da dove stava, Marie Nozire vedeva una figuretta tonda, traballante sulle gambe secche e storte. Tra loro una distesa di cuffie, cappelli e berretti frigi, da sotto i quali sbuffava il fiato del popolo di Parigi. Marie aveva gi visto il re, da pi vicino, quando aveva partecipato alla marcia su Versailles, l'anno della presa della Bastiglia. Lo aveva visto affacciato al balcone della reggia, insieme alla regina e a Lafayette. Un giorno e una notte sotto la pioggia si era dovute stare perch quei tre si mostrassero al popolo. La sua amica Annette s'era beccata la polmonite e quasi aveva reso l'anima al Creatore.
L'idea di marciare su Versailles per costringere il re a traslocare a Parigi, pi vicino al popolo e all'assemblea nazionale, l'avevano avuta le donne, anche se adesso qualcuno fingeva di non ricordarselo, e invitava il gentil sesso a starsene a casa, ch la decapitazione di un re non  spettacolo da femmine. Col zullo! Quel giorno di tre anni prima, le donne avevano alzato sulle picche le teste delle guardie, per far capire che Parigi non scherzava. Chi l'avrebbe detto che si sarebbero ritrovate in quella piazza ad attendere che rotolasse la testa del re. Se solo si fosse accontentato di restare a Parigi, invece di provare a svignarsela alla chetichella, per cercare asilo da qualche parente austriaco della regina...
Uno strattone alla sottana la costrinse a guardare in basso.
- Mamma, non vedo! Tirami su!
Marie sbuff.
- Pesi troppo.
- Ma non vedo! - si lagn il ragazzino.
Un mucchietto d'ossa, pelle e muscoli acerbi sotto i vestiti troppo larghi. Eppure le arrivava gi alle spalle. Questo le dava la misura del tempo passato da quando il fantolino le era sgusciato fuori dal ventre.
- Voglio vederlo.
Lei gli tapp la bocca con la mano e si alz sulle punte degli zoccoli, allungando il collo. Il re stava dicendo qualcosa. Altroch, stava parlando alla folla. A Marie parve che tutti drizzassero le orecchie per afferrare quelle ultime parole e lo stesso fece lei. Ud la parola "accusa". Ud la parola "Francia". Ma il boia Sanson e i suoi aiutanti strattonarono il re verso la panca e lo distesero per il lungo.
- Che ha detto? - chiese Marie a quelli pi avanti.
Una cuffia ruot. Sotto la cuffia, una donna n giovane n vecchia.
- Che non s' pentito, maledice chi lo scanna e il suo sangue schizzer su di noi.
- Fin qua non credo, - aggiunse un gecco poche teste pi in l.
- Avete i tarli nelle urecchie? - sibil un altro. - Ha detto sono innocente, il mio  il sangue della Francia...
- Silenzio! Il re ha detto che ci perdona tutti, altroch! -sentenzi un terzo.
Perdono o no, il collo del re era ormai nel buco.
Marie senti di nuovo tirare la sottana.
- Prendimi su, prendimi su!
Il ragazzino fece per arrampicarsi. Lei gli moll uno scappellotto.


7.

L'ansimo dei due amanti attir un inquilino del caseggiato. Difficile dire se, quando si avvicin ai fornicatori agitando un pugno sulla testa, lo fece per eccitazione, buon costume, o scandalo per una simile attivit in una tanto solenne occasione. Nel primo caso si sarebbe trattato di un invidioso, nel secondo di un bacchettone, nel terzo di un monarchico.
Lo, prossimo al parossismo, ritenne odiosa ognuna delle tre ipotesi e, senza smettere di rimbalzare contro il ventre di Colette, imped al figuro d'avvicinarsi puntandogli al petto la mazza di Scaramouche.
- Alla larga, o vi percuoto come un cane!
Il tizio fece tre passi indietro e con uno strascico di borbotti lamentosi and a rintanarsi nell'ombra del proprio uscio.
Il grido di piacere di Colette fu coperto da una bordata pi forte di una salva di cannone. Il popolo nella piazza eruttava la propria gioia. Lo non volle essere da meno e accompagn il proprio orgasmo, con quanto fiato aveva.
- Viva la Repubblica!


8.

Non un fiato mentre la mano di Sanson smolla la fune e... Tump. Un bel suono secco, da far rinculare la testa nelle spalle, come si fosse tartarughi.  stato un attimo, poi un boato e un zullo di cappelli in aria, e soquanti l'han perso nella calca, ma chissene, quello era il giorno! Un miliziano della guardia nazionale ha tirato su la zucca di Luigi e ce l'ha fatta vedere che spioveva. Qualcheduno delle prime file si  slerciato, e capace che si  tenuto le petacche e le terr finch campa, ci va in giro come fossero medaglie. Sanson ha gettato nella calca il regale palt e subito l'han fatto a stracci, sbrandellato, ch tutti si voleva una reliquia, un cicinino di stoffa dell'ultimo re di Francia. Mica era rimpianto per la monarchia, tutto rincontrano; era la fotta di dire: "C'ero anch'io. C'ero, quando per una volta, una buona volta, UNA SACROSANTA SMERDISSIMA VOLTA, la mannara era in mano al popolo e il re stava sotto!"
Volavano dei coriandoli, coriandoli di storia, per noialtri era quello il carnevale, e soquanti si son messi a cantare, anzi, soquante: un crocchio di femmine, con delle voci strille che subito si son tirate dietro tutti, tutti noi che non si avr mai bastante parole per contare a chi non c'era la bellezza di quel momento, eppure te lo si sta gi contando, son queste le parole che abbiamo.
Figurala come riesci: tutta una piazza, piena sgionfa fino a schioppare, che sgola La Marsigliese! C' chi piange e chi  preso dalla ridarola, e infino i muti cantano, cio muovono la bocca senza che si sente un cazzo, e anche i ciechi zullano in aria i cappelli, e sbrisga che dopo li ritrovano, roba da andarsene a crapa ignuda, ma chissene, questo  il giorno. Il giorno di noialtri. Oggi viene al mondo la Repubblica, ma davvero.
E dopo?
Adesso te lo si conta, com' che and dopo. Non come son buoni tutti, ma come si  buoni noi.


9.

- Allora, come vi sentite? Ne traete beneficio?
- Si, dottore. Ora respiro meglio, - sentenzi la donna con gli occhi chiusi nel tono di voce tipico del sonno magnetico.
Bene, pens D'Amblanc con le mani distese, a un palmo dai capelli castani della signora Girard, il naso immerso nel loro profumo. Gelsomino, decise, mentre ancora una volta se ne riempiva le narici.
- Quanto volete rimanere in questo stato?
- Trenta minuti, - dichiar la signora.
D'Amblanc rimase sorpreso.
-  il doppio delle altre volte. Posso domandarvi come mai?
- Perch oggi siete distratto e l'effetto  minore. La vostra mente  lontana da qui.
- Avete ragione, - ammise D'Amblanc, sforzandosi di scacciare dalla testa l'eco dei tamburi che saliva dalla strada. - Cercher di far meglio.
Chiuse gli occhi anche lui, per aiutare la concentrazione.
- Avr bisogno lo stesso di trenta minuti, - ribad lei, - ma non alla solita maniera.
- Che intendete dire?
- Penso che mi farebbe bene un massaggio.
D'Amblanc deglut a fatica.
La terapia del sonnambulismo, cos come l'aveva imparata, prevedeva che le mani restassero ferme in un punto preciso, o tutt'al pi che si muovessero intorno al corpo del paziente, a una distanza di tre-quattro dita. La stessa terapia, per, imponeva al medico di seguire alla lettera le indicazioni del sonnambulo, poich egli, in quello stato, conosceva meglio di chiunque altro il proprio malessere e i rimedi per alleviarlo. Se il sonnambulo fissava giorno e ora della seduta, il magnetista doveva presentarsi puntuale. Se il sonnambulo suggeriva una cura, il magnetista doveva assecondarlo.
- D'accordo, - rispose infine. Appoggi le mani sulle spalle della donna e prese a muoverle in modo ritmico.
- Dovr continuare cos per trenta minuti? - domand per ingannare l'eccitazione.
- Credo che sarebbe meglio concentrarsi sulla sede della malattia, - rispose la sonnambula. - E poich il mio  un problema di asma...
Le mani del dottore si bloccarono di colpo.
- Credo sarebbe meglio concentrarsi qui, - continu la donna toccandosi il diaframma, - e qui dietro, nel punto corrispondente della schiena.
D'Amblanc senti il cuore battere pi forte e, mentre seguiva le indicazioni appena ricevute, si interrog sulla natura di certe richieste da parte di una donna sposata. Quelle carezze erano davvero utili contro l'asma? O magari curavano un altro malessere della donna? E non poteva darsi che fossero l'avverarsi di un desiderio del terapeuta, trasmesso alla paziente attraverso il flusso magnetico? Franz Anton Mesmer, il padre del magnetismo, era stato spesso accusato di manipolare le sue pazienti.
Attraverso i vetri della finestra, giunse l'eco di un boato lontano.
- Mio Dio! - esclam la donna, uscendo di colpo dal sonno magnetico. Si volt verso il dottore e D'Amblanc si scopri nella posizione di uno spasimante che cinge la vita dell'amata. Ritir le mani, rosso d'imbarazzo. La signora Girard chiuse gli occhi, la fronte le si imperl di sudore e prese ad ansimare, col fiato di nuovo corto.
D'Amblanc ordin alla domestica di aprire la finestra per fare entrare un po' d'aria. Sfreg le mani tra loro, quindi ne pos una sulla fronte della signora e l'altra sulla schiena. In pochi secondi il respiro torn regolare.
-  passato? - chiese lui dopo qualche istante.
- S.  passato.
Ccile Girard riapri gli occhi, che erano di un verde primaverile, e a D'Amblanc parve di notarli per la prima volta.
- Dio abbia piet di noi, - mormor la donna. Poi aggiunse: - Viva la Francia.
- Viva, - disse il dottore.


10.

Lontano dalla piazza, l'uomo in nero e il barone udirono il grido belluino della plebe e seppero che l'irreparabile era compiuto. Rintanati in una soffitta, immersi nel buio tagliato solo dalla luce grigiastra che filtrava da una finestrella, si fecero il segno della croce.
- Preghiamo per l'anima di sua maest, - disse il barone.
Si inginocchiarono e abbassarono il capo sulle mani giunte, mormorando un requiem. Quando ebbero finito, Nero si affacci dalla finestrella e sbirci i tetti di Parigi. In lontananza risuonava sconcia La Marsigliese.
Fino a quel momento la loro fuga era stata fortunata, ma non potevano trattenersi a lungo.
- Mio signore, dovete lasciare la citt al pi presto. Se il piano  stato scoperto sospetteranno di voi.
- Non hanno alcun indizio, - rispose l'altro.
- Non potete rischiare, - insistette Nero. - Dovete andarvene.
Il barone socchiuse le palpebre.
- Non avete dunque intenzione di seguirmi. Perch?
Nero rispose senza esitazione.
- Perch uno deve rimanere. Ho ancora dei contatti in citt. Posso raccogliere informazioni e spiare quello che accade.
L'altro annu.
- Vi cercheranno. Non vi daranno quartiere.
- Trover un luogo dove nascondermi. Da li attender il momento opportuno per agire.
Dalla finestra provenivano flebili le ultime strofe della canzone.
- Dopo quest'oggi potrebbe volerci molto tempo, - disse il barone.
Nero lo sapeva. Sapeva a cosa andava incontro e l'idea di affrontare quella prova disperata lo esaltava invece di spaventarlo. Ma era ben consapevole di non potersi crogiolare in quello stato d'animo. Avrebbe avuto bisogno di tutta la freddezza e la lucidit possibili.
- La fretta ci  nemica. Dobbiamo sapere aspettare -. Fece un mezzo inchino. - Se non dovessimo rivederci...  stato un onore, mio signore.
I due si strinsero la mano.
- L'onore  stato mio. Dio vi protegga, cavaliere.
Non aggiunsero altro. Il barone guadagn l'uscita e l'altro senti i passi cigolare gi per le scale. Poi silenzio. Niente rumori, niente canti. Ma la canaglia l fuori, e lontano nella piazza, avrebbe festeggiato con ferina sguaiatezza, ne era certo. Per tutto il giorno e la notte seguente avrebbero trincato, biascicato cibo e canzonacce, copulato e concepito figli. E certo avrebbero riempito le strade di Parigi coi loro nasi mostruosi e deformi.
Attese ancora qualche minuto, per dare al barone il tempo di allontanarsi. Quindi scese per le stesse scale e si mescol alla gente. Colse brandelli di una conversazione tra bifolchi in berretto frigio:
- L'avete sentito, il Capeto? Ci ha maledetti tutti quanti.
- Sbrisga. Ci ha perdonati come Gesucristincroce.
- Io ero sotto il palco, varda qua gli schizzi! Ha detto che finiremo tutti scannati!
Nero pens che Luigi avrebbe dovuto pensarci quando era ancora vivo. Un sovrano privo di nerbo  la rovina dello stato.
Dovevano cambiare molte cose, perch il passato avesse un futuro.


11.

Marie Nozire camminava con il figlio per mano. Se lo tirava dietro: voleva star certa che la seguisse a casa e non si perdesse apposta in mezzo alla gente per fare il vagabondo tutto il giorno. Intorno a loro qualcuno andava di lungo a lanciare in aria il cappello, altri scambiavano baci e abbracci. Molti si accalcavano nelle taverne, le mescite di vino erano piene. Chi vendeva felicit in fiaschi e bottiglie faceva ottimi affari, pens Marie. Nei vicoli c'era gente che svuotava la vescica messa a dura prova dal gelo, dalla birra e dal vino: uomini in piedi contro i muri pisciavano a fiotti, e donne accovacciate facevano rivoli da sotto le gonne.
Il ragazzino ridacchi e guadagn un altro scapaccione.
Sull'uscio di casa c'era gi un capannello di cuffie, sottane e coccarde.
- Ecco Marie!
L'allegria delle donne fu un abbraccio brusco e caldo nel gelo del giorno.
- Te l'hai visto bene?
- Macch... - rispose Marie. - Piccolo piccolo.
- Sophie s' macchiata lo scialle.
Una di loro mostr il tessuto come fosse uno stendardo.
Un'altra diede di gomito a Marie.
- Dovevi sentire cos'ha promesso a Sanson se le mollava il codino del re...
- Si, un pezzo del re per un pezzo del boia. E che gran pezzo! - sghignazz un'altra.
Marie lanci loro un'occhiataccia.
- Non dite 'ste cose davanti al garzo, merda!
Rifil uno schiaffo al figlio, come fosse colpa sua. Quello prov a protestare, ma temette che la madre gliene mollasse un altro, e prefer starsi zitto.
- Invece le tue belle parole le pu sentire, madama? - la sfotterono le altre.
- Comunque bisogna festeggiare.
- Bisogna.
- Porca merda se bisogna.
D'un tratto si zittirono, riconoscendo il tizio che si avvicinava.
- Attente, ronza la cagnaccia, - disse piano una.
- Chete, - intim Marie. - Questo lo conosco, non morde.
L'amica scroll le spalle: - Te mi sa che ti assaggerebbe volentieri...
Marie la ignor.
- Cosa cerchi, Treignac?
L'uomo fu trafitto dagli occhiacci delle donne. Lo chiamavano Treignac, come il villaggio della Corresa dov'era nato. In realt si chiamava Passounaud, ma non lo sapeva quasi nessuno. Lui stesso si presentava a tutti come Treignac. Rispose con un'altra domanda:
- Eri in piazza?
- No, a farmi il bagno nella Senna. E te? Sei venuto per ingabbiarci?
- No, be'... - disse quello grattandosi la testa. - Pensavo che si poteva brindare.
Tir fuori da sotto il pastrano un fiasco di vino e sulla faccia gli si apr un mezzo sorriso.
Marie fece un gesto per indicare le compagne.
- Che aspettiamo? Brindiamo.
Treignac la guard deluso, ma lei gli tolse il fiasco dalle mani.
- Viva la Repubblica! - disse. Diede un sorso e lo pass alle altre. Il fiasco fece il giro di mani e bocche, un "Viva!" a ogni gollata, fino a tornare, quasi vuoto, al punto di partenza.
Bevve anche Treignac. Marie indic il ragazzino.
- Il mio Bastien non lo fai bere?
Quando anche il garzo ebbe avuto il suo sorso, Marie invit le amiche in casa.
- Te aspetta qui, v, - ordin al figlio. - Quando esco voglio trovarti, altrimenti te le suono.
Detto questo gir la chiave nella toppa ed entr, seguita dalle altre, che lanciarono sorrisetti e battute a mezza voce all'indirizzo di Treignac. La porta fu richiusa.
L'uomo sospir e scompigli i capelli del ragazzo.
- Di' un po', l'hai vista la testa?
Quello tir su col naso.
- Nossignore, - disse. - Stavo troppo sotto.
L'uomo strinse un occhio e si chin in avanti.
- Sanson  un mio compare, - mormor con aria complice mentre prendeva di tasca un pezzetto di stoffa sfilacciato. - Mi ha tenuto da parte un brandello della giacca del re. Prendilo,  tuo.
Il ragazzo rimase incantato a osservare la reliquia. Poi allung una mano arrossata dal freddo e agguant il cimelio. Treignac fece per andarsene, ma Bastien lo trattenne per il pastrano.
- Prendimi con te, Treignac!
- A fare che?
- A pescare gli amici del re. Conosco tutte le muste di Sant'Antonio, ce le ho stampate qui -. Si batt la fronte.
- Nessuno mi bada e io bado a tutti.
Treignac sogghign.
- Hai anche una bella lingua... - sembr valutare i pochi chili d'ossa e carne che aveva davanti. - E il moccio al naso -. Infine aggiunse: - Fatti trovare qui quando ripasso e ne parliamo.
Ci detto, se ne and per dov'era venuto.
Il ragazzo sedette sul gradino e prese a rigirare tra le mani il frammento di stoffa regale. Quello si che sarebbe durato. Pi di una macchia di sangue sullo scialle. Anche pi di una ciocca di capelli.

 Atto primo

 Zucchero e libert
 

CONVENZIONE NAZIONALE
Presidenza di Rabaut de Saint-Etienne
Estratto dalla seduta di gioved, 7 febbraio 1793
(anno II della Repubblica francese)


CHENIER: a nome del comitato d'istruzione pubblica:

 per orgoglio che i re incoraggiano le lettere; le nazioni libere devono invece sostenerle per spirito di riconoscenza, di giustizia e di sana politica. Non sono qui per dare a questa verit uno sviluppo utile ai Francesi o ai legislatori; ma, in risposta a una petizione inviata al vostro comitato d'istruzione pubblica, io vengo, in suo nome, a interessare la gloria nazionale alla sorte di un vecchio straniero, di un letterato illustre, che da trent'anni considera la Francia come la sua patria, e il cui talento ha conquistato la stima dell'Europa.
Goldoni, autore saggio e moralista, che Voltaire ha definito "il Molire italiano", chiamato a Parigi nel 1762, dall'antico governo. Egli godeva, dopo il 1768, di un trattamento annuale di quattromila lire. Dal mese di luglio scorso, per, egli non ha ricevuto pi nulla; e cos uno dei vostri decreti ha ridotto all'indigenza questo vegliardo ottuagenario che, con scritti eccellenti, ha molto meritato dalla Francia e dall'Italia. All'et di ottantasei anni, non avendo pi altra risorsa che il buon cuore di un nipote, il quale divide con lui gli scarsi guadagni di un duro lavoro, egli va verso la tomba tra le malattie e la miseria, ma benedicendo il cielo di morire cittadino francese e repubblicano.
Voi condividerete, cittadini, l'emozione che ha provato il vostro comitato d'istruzione pubblica.
Se voi siete costretti, qualche volta, a esercitare il rigore in nome della nazione francese, sentite anche il bisogno di essere i rappresentanti della generosit. Voi porgerete una mano soccorrevole a ci che vi  di pi sacro sulla terra: la virt, il genio, la vecchiaia e la sorte avversa; voi non chiederete di aggiornarvi, perch la natura non si aggiorna, e tra qualche giorno la vostra beneficenza arriverebbe forse troppo tardi.
Vi propongo pertanto il seguente progetto di decreto:

La Convenzione nazionale, dopo aver ascoltato il suo comitato d'istruzione pubblica, decreta quanto segue:
Art. 1. Il trattamento annuale di quattromila lire, accordato a Goldoni nel 1768, gli verr pagato d'ora in avanti dalla tesoreria nazionale.
Art. 2. Ci che gli  dovuto di tale trattamento, dopo il mese di luglio scorso, gli verr pagato all'impronta, in base alle sue richieste.
La Convenzione adotta questo progetto di decreto e ordina l'iscrizione del rapporto nel "Bollettino".

 SCENA PRIMA
 I rovesci della sorte
6-7-8 febbraio 1793


I.

- Ma  pi bella l'avventura, senza ieri n domani, tutto il mondo fra le mani, per fermarsi o per andar!
Scaramouche termin la sua tirata con le braccia al cielo e Lo Modonnet, l'attore che lo impersonava, spari dietro le quinte in uno scrosciare di applausi.
Il teatro era pieno, tutto esaurito per la terza sera di fila. Nulla di strano, pens Lo, quando si diffonde la voce che su un palcoscenico minore, tra molti bravi gregari, si esibisce anche un cavallo di razza, uno che dovrebbe stare alla Commedia francese, e per vederlo dovresti metterti in coda e pagare fior di quattrini.
I colleghi, tuttavia, non lo accolsero come si aspettava. Sui volti, al posto della giusta riconoscenza o dell'ammirazione, lesse piuttosto tristezza, scoramento, e si chiese se non fossero cos abbattuti per l'ulteriore conferma di quale voragine di talento si stendesse fra lui e loro.
Domand lumi a Colette: almeno lei doveva essere orgogliosa della prova del suo uomo.
-  morto Goldoni, - gli rispose la donna senza alzare gli occhi.
- Carlo Goldoni? - la incalz Lo, pi per darsi il tempo di concepire l'accaduto che per un implausibile dubbio sull'identit del defunto.
- Ce lo ha detto Hugo, pochi attimi dopo che sei andato in scena.
- Dovevate fermarmi! - si inalber Lo. - Come si pu recitare in un momento simile?
Scroll il capo, incredulo. Le labbra ripeterono sottovoce, un paio di volte, il nome del maestro. I ricordi fecero pressione in testa: Bologna, Villa Albergati... Ricordi di bambino, storie troppo lontane, ma arricchite e favoleggiate nel corso del tempo, grazie ai racconti dei pi grandi. Se n'era parlato a lungo di quella visita, l'ultima dell'avvocato Goldoni nella tenuta del marchese. Il maestro era sulla via di Parigi, ma si era fermato a Bologna un mese, trascorso in gran parte a letto per colpa di un fastidioso e cocciuto ruma.
L'attore lo aveva rivisto a Parigi molti anni dopo. Goldoni era anziano e cieco da un occhio, eppure sempre saggio e brillante, sempre...
Lo si scosse e fece segno di aprire il sipario. L'attacco del secondo atto spettava di nuovo a lui e il pubblico lo accolse con entusiasmo, ma egli lev in alto le braccia e agit le mani come per dire: "No, no, aspettate". Quando il silenzio cal sulla platea, riempi d'aria il petto e disse:
- Cittadini, mi giunge ora notizia che poco fa, mentre qui si recitava e si rideva, un uomo nobile moriva in solitudine e povert, nella sua casa di Parigi: il grande Carlo Goldoni, il Molire italiano, la cui dipartita ci lascia orfani del suo genio...
Al nome di Goldoni, un brusio mont dalla platea, ma Lo non si lasci distrarre:
- Un maestro, un re tra i suoi pari, che aveva patito i rovesci della sorte, privato della pensione e spesso incompreso.
Il brusio si trasform in uno scambio plurimo di ingiurie, la platea parve dividersi in due fazioni, qualcuno gi si accapigliava. Lo esit, perse per un attimo il filo dell'improvvisazione, quindi riprese con impeto rinnovato:
- Quando un uomo simile a un sole declina e scompare, chi rimane nel buio ha il dovere di onorarlo. Noi, sudditi suoi nel reame dell'arte...
Una sedia volante and in pezzi sul palco. Lo fiss il punto dov'era atterrata e, vista la distanza, giudic che non fosse diretta contro di lui. Nondimeno, giudic pure che fosse arrivato il momento di andarsene.
- Noi, dicevo, continueremo a recitare in suo onore. Ma non stasera. No. Adesso  il momento del lutto e del raccoglimento. Cittadini, la rappresentazione finisce qui.
Mentre usciva, insieme ad altri oggetti che non si prese la briga di identificare, volarono anche parecchi insulti. Paradossalmente, erano proprio gli inviti alla calma a essere pronunciati nella maniera pi stentorea e cattiva.
Dietro le quinte, Lo pens che il parapiglia fosse nato perch il pubblico, anche di fronte a un lutto cos grave, desiderava lo stesso vederlo recitare, in quel ruolo di cui tutti parlavano, e non sentirlo improvvisare un epitaffio.
Il capocomico gli corse incontro agitando i pugni:
- Che ti  saltato in testa? Sei ammattito? Vorranno indietro il prezzo del biglietto! Cinquanta soldi per almeno cento persone! L'impresario ci far causa.
-  morto Goldoni, - rispose Lo. - E io stasera non recito pi.
Le facce dei colleghi trasudavano approvazione.
Lo capi: ci si attendeva da lui un gesto risolutivo, una parola d'ordine.
- Andremo tutti quanti alla casa del maestro, - propose, - per rendergli l'omaggio che merita.
Le voci che si levarono tutt'intorno gli diedero conferma di aver interpretato al meglio il desiderio dei suoi sodali.
- Un gesto doveroso.
- Giustissimo.
- Iniziativa encomiabile.
- Un faro s' spento.
E cos antifonando, come un sol uomo, schizzarono in strada dall'uscita sul retropalco.

Fino a via Santo Salvatore era una bella camminata, ma Lo non accusava stanchezza alcuna. E dire che nella giornata aveva mangiato poco e male, ma ora procedeva in fretta, alla testa dei colleghi, un manipolo in abiti eccentrici, coccarde tricolori bene in vista, per le strade di una citt gelida e con poca voglia di dormire.
Colette si sforzava di seguirne il passo, di stargli a fianco, anche se questo voleva dire cambiar spesso andatura, i lembi della gonna tenuti sollevati dalle mani.
- Dove giriamo ora?
- Non ricordo bene, Lo. Direi di svoltare a destra e poi dovremmo essere arrivati.
Preso da una ridda di pensieri, Lo svolt dove indicato. Mentre tutti camminavano in fretta, le braccia a seguire l'alternarsi dei passi, Lo procedeva a capo chino, le mani allacciate dietro la schiena, il che gli conferiva un'aria di preoccupata autorit.
- Eccoci, - trill Colette. - Santo Salvatore dev'essere la prossima.

Sotto le finestre di casa Goldoni, il gruppetto sost in silenzio per qualche istante, i visi all'ins, come se da sopra potesse scendere un alito, uno spirito, una voce. Attraverso uno dei vetri, s'intravedeva soltanto una luce flebile. Qualcuno vegliava.
Dal centro del gruppo, a rompere il silenzio, venne fuori un tono baritonale.
- E ora che siamo qui che facciamo, Lo?
L'interpellato avvamp.
- Che facciamo? Ci raccogliamo, meditiamo sulle sorti umane e della nostra arte. La prima cosa  doverosa nel caso di ogni dipartita, e la seconda, la seconda... - Lo parve trattenere a stento uno scoppio di pianto, portandosi la mano destra alla fronte. Dopo un lungo sospiro prosegui.
- Qualcuno... - Lo si guard intorno. - Qualcuno terr un discorso funebre.
Le voci di risposta si sovrapposero.
- A te il discorso, Lo.
- Un altro? Ma non s'era gi udito poco fa?
E la voce baritonale: - Non sei pi sul palco, Lo.
Con consumata abilit, Lo destin agli interlocutori tre distinte occhiate: ringraziamento, lieve compatimento, compatimento pieno.
Guard di nuovo in alto e Colette si accorse che la commozione era vera. Per certo, una lacrima scendeva sulla guancia.
- Avanti, Lo, andiamocene, - disse la voce baritonale, - ci siamo fatti notare anche troppo. Non hai visto prima che  successo?
- Ho visto, si, Saint-Jacques, per questo vi ho messo fretta. Eravamo tutti d'accordo, o no? Mi sembra di ricordare una voce che diceva: "Si, certo,  doveroso, un gesto dovuto", e un'altra lamentarsi che s'era spento un faro, una luce, una luce posta in cima a un faro, il Colosso di Rodi... E non ero io, Saint-Jacques.
- Ha ragione, Saint-Jacques, se siamo qui un motivo c', e non  contro la legge rendere omaggio a un grand'uomo.
- Un uomo nobile, senza pari.
Lo annu. Cerc nella tasca del pastrano, frug in maniera sempre pi concitata, poi si ferm, come un meccanismo che avesse esaurito la carica.
- Il libro, - mormor.
- Che libro, Lo?
- Come, che libro? Le Memorie del Goldoni. Ho lasciato il volume in teatro. Tocca tornare indietro.
- Le Memorie? Ma sono parecchi volumi in quarto.
Lo impallid alla luce del lampione.
- Ne posseggo solo il secondo tomo. Quello pi importante.
- Ah, be'. Comunque siamo stanchi, e il nostro dico che l'abbiamo fatto. Il gesto di reverenza e omaggio, dico.
I due si guardarono in silenzio. L'ultimo che aveva parlato aggiunse, in tono diplomatico: - Improvvisa, no?
- No, amici e colleghi, no. Meglio leggere parole scritte dal maestro, parole in grado di ispirarci e guidarci. Le mie non sarebbero mai all'altezza.
- Torna tu, corri, - Colette fece un gesto con la mano, come a spingerlo. - Noi attendiamo qui sotto.
Si accese una piccola rivolta.
- Come, attendiamo? Al freddo? Di notte?
- Attendi tu, se ci tieni. Fa troppo ghiaccio.
- Animo, Lo, improvvisa. Come prima. Sar un grande discorso.
- Si. E sbrighiamoci.
Per tutta risposta, Lo gir sui tacchi e si avvi in fretta lungo la strada appena percorsa. Non fece che pochi passi quando una voce lo blocc.
- Fermatevi, cittadino. E anche voi, fermi tutti.
La cagnaccia. In forze. Riconobbe un tizio che in teatro era in prima fila. L'uomo lo indicava a dito parlottando a bassa voce con il capo della sbirraglia.
- Cittadini, siete tutti in arresto per turbamento dell'ordine pubblico.
Due sbirri lo raggiunsero e gli bloccarono le braccia, ognuno su un lato. Il capo gli si par innanzi, un caio dalle ossa grosse e i lineamenti volgari.
- Siete voi Lo Modonnet, l'attore?
- S, sono io. Ma non ho fatto nulla.
- Con le mani forse no, ma con la bocca avete fatto eccome. Ci abbiamo messo del bello e del buono a sedare il parapiglia.
Lo guard con disprezzo l'uomo che li aveva guidati fino a loro, quello che stava nelle prime file a teatro. Il capo-cagnaccia prosegui.
- Dunque, muoviamoci. O con le buone o con i ferri ai polsi, a voi la scelta.


2.

L'interno dello stanzone principale della casa d'arresto era affollato. Gli attori della compagnia trovarono una sistemazione: c'erano panconi di legno e vecchie sedie, e un grande specchio su una parete. Una volta doveva essere stata la dimora di un nobile e adesso era ridotta a galera.
O meglio, non proprio a galera: era un luogo dove tenere quelli in attesa di giudizio. Si divisero a gruppetti, interrogando con lo sguardo gli altri detenuti senza ricevere come risposta altro che vuote occhiate. Lo si ritrov solo, nel senso di isolato, per quanto fosse possibile in quel posto fitto d'umanit.
L'area delle donne era separata da un cordone simile alla gomena di una nave e da alcuni sgherri che non uscivano mai, nemmeno loro, dallo stanzone. Solo che loro avevano turni, pens Lo. Cerc gli occhi di Colette. Li incontr, ma quelli si negarono dopo un istante di contatto. Colette gir la faccia e Lo reag con disappunto. Fu tentato di chiamarla a gran voce, poi pens che era inutile peggiorare la situazione: prometteva di peggiorare da sola. Tanto valeva adattarsi a quella gattabuia. Si allung sulla panca che lo sgherro gli aveva assegnato e la senti dura, forse mal piallata, visto che il legno faceva nodi proprio sotto il coccige. Si spost, si sistem, trov requie. Lo sguardo si perse sull'alto soffitto a botte, ma l'udito era vigile e coglieva parole, mozziconi di frasi, e alcune lo riguardavano. Un collega si era lanciato in una tirata a mezza voce di cui capi distintamente poche parole: "Coglione", "Italiani", "Strafare", "Eccoci qui".
La notte pass, l'aria si fece greve dell'odore dei corpi, si respirava male, le finestre erano sbarrate da assi di legno. Alla fine di un vago dormiveglia Lo si ritrov di fronte il volto di uno degli sbirri che lo scrollava senza tanti complimenti e gli urlava di mettersi in piedi, sangueddio, che dovevano interrogarlo. Si alz, fece cenno di pazientare un istante e cammin a larghi passi verso lo specchio. Gli sgherri lo raggiunsero, gli confermarono che si, era abbastanza bello per affrontare Nogaret.


3.

- Prima di tutto alcune discrepanze, cittadino. Dalla carta civica risultate nato a Boulogne, da altri documenti risultate nato a Bologna. Il che mi pare pi probabile, dato che vi chiamate Leonida Modonesi, noto come Lo Modonnet. Ditemi dunque: Boulogne sul passo di Calais, Boulogne in Vandea o Bologna in Italia?
- Sono nato a Bologna.
Il funzionario registr il dato senza mutare espressione.
- Siete voi una spia del papa?
- Un spia del papa? No, sono un attore, e di una certa notoriet, non mi sono mai occupato...
- ... che dell'arte, - fini la frase il funzionario. - Quello che hanno risposto tutti gli altri. Che vi dipingono come un esaltato e scaricano su di voi ogni responsabilit del tafferuglio scoppiato in teatro.
Lo sospir. Era il momento di mostrarsi per quel che era: fondamentalmente non un pavido.
- Voi vi riferite al discorso in morte del cittadino Goldoni. Si,  stata una mia iniziativa, ma del tutto estemporanea, all'improvvisa, vecchio stile. La notizia ci  giunta durante la rappresentazione e io ho pensato bene... Ma non si tratta d'altro che di questo, cittadino: un compianto per la fine di un uomo nobile.
Nogaret elarg un sorriso amaro. Aveva una faccia triste, not Lo, solcata da due rughe ai lati della bocca che lo facevano assomigliare a un cagnone.
- Ecco cosa implica l'occuparsi solo dell'arte, cittadino Modonnet. Sfuggono le implicazioni di ci che si fa e si dice sul palco o sui banchi, per strada e nella vita. Il vostro ambiguo discorso ha eccitato gli animi e ha causato turbamento all'ordine repubblicano -. Consult il rapporto che teneva sul tavolo. - Tutta l'enfasi sull'uomo nobile... Un re tra i suoi pari... Un uomo simile a un sole... Noi sudditi... Ebbene,  parsa a molti una chiara allusione alla caduta della monarchia. Il potere rivoluzionario rispetta la libert d'opinione, ma attenzione a quel che si dice: se io vi trovassi colpevole di propaganda monarchica ne andrebbe della vostra libert, se non della vita.
Lo rinunci a rimarcare di non aver mai pronunciato la parola "Arte". Siccome l'aveva pensata, non poteva negarlo, credette giusto e utile proseguire su un registro sicuro.
- Colpevole non mi ritengo n sono, cittadino. Sono fedele alla Repubblica e ho gioito per la morte del tiranno.
Per un istante torn alla gioia condivisa con Colette la mattina che avevano decapitato il Capeto, ma scacci il ricordo, non era il momento adatto.
- Se acconsentite, vi racconter i motivi profondi del discorso che ho tenuto e che hanno le loro premesse nella storia della mia vita.
Nogaret fece una smorfia. - Acconsento per quanto attiene le motivazioni del discorso, non certo per quanto riguarda la storia della vita. Non dico che mi manchi la voglia, ma il tempo certamente.
- Qualche ragguaglio dovr ben fornirlo, - disse Lo, - altrimenti non si capirebbe il perch del discorso... Le motivazioni sentimentali, intendo dire. Vi baster sapere che io conobbi Goldoni in tenerissima et (mia, non sua). Cadde malato quand'era ospite nella magione del marchese Albergati, suo buon amico, nella mia citt. Io sono figlio d'arte, mio padre era il capocomico della compagnia che risiedeva presso il teatro nella villa del marchese, e cos...
Il funzionario alz una mano.
- Al dunque, cittadino Modonnet. Le ragioni sentimentali, per usare le vostre parole, del discorso e del suo tenore quantomeno ambiguo se non apertamente sedizioso.
Lo annu.
- Per farla breve, signor... cio, cittadino, quella grande anima, quel grande genio, novatore di tutta l'arte nostra mi prese sulle sue ginocchia quando ero bimbo. E quando lo incontrai di nuovo qui a Parigi mi rivolse parole che furono un'autentica lezione di vita.
- Capisco. Un padre spirituale, dunque.
- Ben detto, cittadino. Un padre e un maestro.
- Niente allusioni alla situazione politica, dunque.
- Nessuna allusione, cittadino.
- E che cosa vi disse Goldoni?
- Se non attiene al caso in esame preferirei tacerlo.
Nogaret scroll le spalle.
- Si trattava di una curiosit, ma sappiate che potrei forzarvi, se lo ritenessi opportuno -. Fece una pausa, scorrendo il rapporto e il documento d'arresto. Prosegui: - Sentite: non  che la vostra prestazione qui di fronte a me sia stata cos convincente. La Repubblica vive un momento cruciale e non pu permettersi che i suoi cittadini abbiano certe disattenzioni. Ammesso e non concesso che non si tratti di malafede -. Alz la mano per far tacere Lo, il quale aveva aperto la bocca per obiettare. - Tuttavia ritengo che quanto dite sia in buona misura vero. Quindi ve la caverete con poco. Ma attenzione, doppia e tripla attenzione: o sar costretto, in futuro, a prendere misure pi gravi.
Lo deglut.
- Vi ringrazio, cittadino.
- E sbagliate, cittadino Modonnet. Non vi sto in alcun modo favorendo. Sto esercitando la giustizia. E gi che ci siamo, attenzione anche a un'altra cosa. Chi era in sala mi riferisce che il discorso non fu gran che, e che Goldoni avrebbe meritato di meglio. Meno iperboli, pi accenti sentiti e sinceri. Io vi ho veduto recitare in diverse occasioni, cittadino Modonnet, e s, devo dire che voi tendete all'enfasi.
- Voi trovate? - disse freddamente Lo.
- S, Modonnet, - rispose il funzionario in tono rassegnato. -  la scuola italiana: tecnica, estro, mistificazione. Ora andate.
- Sono libero?
- Niente fretta, Modonnet. Per il momento tornerete alla casa d'arresto in attesa di un ordine di rilascio.


4.

L'ordine di rilascio giunse soltanto l'indomani. Gli altri attori erano usciti subito, poich non responsabili di nulla: nessuno aveva preso la parola, e la gita notturna sino alle finestre di Goldoni non costituiva reato.
Lo si chiese con chi l'avessero sostituito per la rappresentazione della sera prima: chiunque fosse, il detentore naturale del ruolo stava per tornare. L'aria era fredda, pungente, ma il sole brillava alto e l'umore era buono. Il flusso di persone in attesa di interrogatorio era durato incessante, ora dopo ora, e la casa d'arresto era ormai affollatissima. Anche adesso che lo accompagnavano fuori, una lunga teoria di uomini e donne, di svariate condizioni, faceva la fila per mostrare carta civica o passaporto prima di essere rinchiusa.
Mentre camminava verso il teatro pens che occorreva allestire al pi presto un lavoro del maestro: quello sarebbe stato l'omaggio vero. L'omaggio pi giusto. Occorreva solo convincere Francis Barbier, detto La Rsistance, il capocomico, uomo esperto ma non brillante. Lo, ancorch a digiuno, cammin di buona lena ripromettendosi una maggiore attenzione, un maggior controllo sulle proprie reazioni, domandandosi quale commedia potesse adattarsi alle caratteristiche degli attori. Dunque, Colette non sosteneva bene se non ruoli molto leggeri, Saint-Jacques poteva essere un buon Pantalone, un po' corpacciuto per la verit, e gli altri, qualcosa si sarebbe trovato da fargli fare. Erano buoni mestieranti, in fondo.
Giunse di gran carriera in via della Mosca, dove si apriva l'uscita del retropalco, pronto a esporre le ultime considerazioni ai colleghi - doveva recuperare, lo sapeva, in fondo avevano passato un brutto momento per colpa sua. Ma tutto si era risolto bene, in fondo.
Dopo qualche passo, Lo sgran gli occhi e mise a fuoco.
La Rsistance sembrava montare la guardia a un mucchio di masserizie.
Le masserizie erano il suo baule, la sua sacca, una valigia con dentro altri costumi di scena, tutti suoi.
Giunto di fronte all'uomo, Lo chiese:
- Che ci fa la mia roba in strada, Barbier?
- Ti precede, Modonnet. Non fai pi parte della compagnia.
Gli altri attori uscirono per strada. Colette, not Lo, era seminascosta dalla mole di Saint-Jacques, e non pot coglierne l'espressione.
- Il motivo? Anche se lo immagino, per la verit.
- Visto che lo immagini, risparmier le parole.
Lo si rivolse agli altri in tono freddo, deglutendo la rabbia.
- Anche voi, amici, siete della stessa opinione?
- Quel che opinano conta poco, - rispose il capocomico.
- Il proprietario del teatro ha detto o te o noi. Io avrei fatto lo stesso. Incasso perso, due spettatori in ospedale, un bel po' di sedie rotte. Tutto a causa tua.
Lo vide la scena con gli occhi della mente: lui che si portava davanti agli altri attori, uno dopo l'altro, a chieder conto del loro tradimento con voce tra Tirato e il supplicante. Brutta scena, pens. Un clich da lasciar perdere. Si limit a una domanda retorica.
- Siete tutti d'accordo, dunque?
Tacquero.
Gli occhi di Colette incontrarono i suoi. Riprovazione, una lontana tristezza, una fondamentale indifferenza. Ecco quel che vi lesse Lo.
- Codardi. Non meritate la mia arte.
Ora il problema era trasportare tutta la roba. Il primo problema, in verit, di una lunga serie.

"JOURNAL DE LA REPUBLIQUE FRANAISE"
di Marat, l'Amico del Popolo
deputato alla Convenzione nazionale

ut redeat miseris, abeat fortuna superbis

Dal n. 133 del lunedi, 25 febbraio 1793


 incontestabile che i capitalisti, gli aggiotatori, i monopolisti, i commercianti di lusso, i nobilastri, gli oppositori, sono tutti, chi pi chi meno, servitori dell'antico regime, che rimpiangono gli abusi dei quali profittavano per arricchirsi sulla pelle della nazione. Come potranno contribuire, dunque, alla fondazione del regno dell'uguaglianza e della libert? Nell'impossibilit di cambiare il loro cuore, visto che i mezzi impiegati finora per richiamarli al dovere sono risultati vani, e disperando di vedere il legislatore prendere grandi misure per forzarli, non vedo che la distruzione totale di questa genia maledetta, che possa dare tranquillit allo stato, perch costoro non cesseranno di tramare finch saranno in piedi. Oggi, essi raddoppiano gli sforzi per straziare il popolo con la crescita esorbitante dei prezzi dei generi di prima necessit e il timore della carestia.
In attesa che la nazione, stanca di questi disordini rivoltanti, prenda la decisione di purgare la terra della libert da questa razza criminale, che i suoi rappresentanti vigliacchi incoraggiano al crimine con l'impunit, non ci si deve stupire se il popolo, spinto alla disperazione, si fa giustizia da s. In tutti i paesi dove i diritti del popolo non sono titoli vani, stabiliti con toni fastosi da una semplice dichiarazione, il saccheggio di alcuni magazzini, alle porte dei quali si appenderebbero gli accaparratori, metterebbe presto fine alle malversazioni che riducono alla disperazione cinque milioni di persone e ne fanno morire migliaia di miseria. I deputati del popolo non sapranno far altro che cianciare su questi mali, senza mai presentarne il rimedio?
Lasciamo perdere le misure repressive della legge;  fin troppo evidente che queste sono sempre state e sempre saranno senza effetto. Le sole efficaci sono le misure rivoluzionarie. Ora io non ne conosco altra, che possa adattarsi alle nostre deboli concezioni, se non quella di investire il comitato di sicurezza generale del potere di ricercare i principali accaparratori e di sottoporli a un tribunale dello stato, formato da cinque membri, scelti tra gli uomini pi integri e sinceri, per giudicarli come traditori della patria.

 SCENA SECONDA
 Il libero commercio
25-26 febbraio 1793


I.

Alle nove del mattino, Marie Nozire entr nella drogheria del cittadino Vaillant e domand tre libbre di sapone, dieci candele e un panetto di zucchero.
Lo speziale parecchio sul bancone una cassa di legno e due grossi vasi. Stese sul piatto della stadera una carta incerata e pes la merce con gesti precisi, segnando le cifre a gesso sul legno davanti a s. Mentre era alle prese con l'aritmetica, uno spiffero ghiaccio lo avvis dell'arrivo di nuove clienti. Alz la testa, le salut una per una, quindi chiuse i tre pacchi e comunic il totale: nove lire e quindici soldi.
L'annuncio diede il via al solito rosario: quei baiocchi erano quattro giornate di lavoro di una brava cucitrice. Mugugni che di norma si ammollavano in una battuta, ma quel giorno nessuna era in vena di scherzi.
Marie pass le dita sui conti del bottegaio, afferr il gesso che ancora rotolava sul bancone e scrisse:
Zuccaro, 20 s.
Sapone e candelle, 12 s.
Tir una riga dritta come una coltellata, ci segn sotto numeri e calcoli, e alla fine dello sforzo disse che avrebbe pagato due lire e diciotto soldi.
- Come volete, - rispose Vaillant, - per quella cifra li posso darvi, vediamo, un cucchiaio di zucchero, quattro candele e...
Il bottegaio sent di nuovo lo spiffero e vide altre cinque megere infilarsi nella porta. Adesso nella stanza c'erano almeno una dozzina di donne, pigiate tra il banco e le scaffalature.
- Non avete capito, - disse Marie schiaffando sul tavolo tre assegnati da venti. - Quelli l sopra sono i prezzi in vigore da stamattina.
- In vigore? E chi li ha invigoriti?
- Noialtre, - si fece avanti Georgette, e frull la mano per indicare il crocchio che si era addensato dietro di lei.
Il negoziante butt un'occhiata distratta sul tariffario che gli si voleva imporre.
- Per quelle cifre li non avrei convenienza nemmeno a far venire i sacchi dal magazzino.
- Ai sacchi ci pensiamo dopo, - gli sorrise Marie. - Scommetto che ne hai pure di farina, di quella che al mercato non si trova da quattro giorni.
Il bottegaio fece un passo indietro e con le mani sui fianchi spinse in avanti la pancia, come per farsene scudo.
- State dicendo che sono un monopolatore?
Marie alz le spalle e il tono di voce.
- Dateci quello che chiediamo al prezzo onesto che chiediamo, e nessuno lo dir. Anzi, diranno che siete un esempio. .. - cerc le parole, - di pubblica virt.
Vaillant punt un gomito sul bancone e si prese in mano il mento con aria pensosa. L'altro braccio, intanto, scivolava sotto il ripiano e ricompariva armato di un mannarino, che piant di netto sul banco davanti a s. Le donne trasalirono.
- Questo esempio vi basta, cittadina Nozire?
Uno spruzzo d'acqua zozza cancell l'espressione minacciosa dalla sua faccia.
- Tie'! - esclam Georgette.
Il bottegaio port le mani al volto, si dimen, sput e bofonchi pi volte "Puah!" Marie, lesta, gli sottrasse il mannarino. Alle sue spalle, cinque siringhe brandite come pistole erano pronte a sparare ancora melma e piscio di cavallo. Nel mentre, altre donne si accalcavano fuori la porta e quelle dentro cominciavano a urtare scatole e vasi e a piluccarne il contenuto.
Vaillant decise che era meglio accontentare le clienti, piuttosto che farsi derubare o sfasciare il negozio.
- Mi arrendo, - disse alla fine, sotto la minaccia della lama che aveva tenuto per il manico fino a poco prima. - Ecco i vostri pacchi, cittadina Nozire.
Raccolse gli assegnati dal bancone e con gran flemma si mise a cercare il resto di due soldi.

Il bottegaio Vaillant aveva servito a malapena una decina di clienti, quando senti la voce di Treignac aprirsi un varco tra quelle che stavano in fila.
- Largo, largo! Che  'sta ressa?
Erano andati a chiamarlo a bottega perch venisse a mettere pace, e non aveva fatto in tempo a togliersi il grembiule lercio del mestiere. Treignac infatti era ciabattino, ma per conto della rivoluzione esercitava anche l'incarico di sbirro del circondario, con tutta l'equit di cui era capace.
Non ebbe difficolt a raggiungere il bancone e a frapporsi tra quello e le donne.
Treignac gi lo sapeva che Marie Nozire era tra le muse di quei disordini, ma quando se la trov davanti, dall'altra parte di un arnese affilato, ci rest male lo stesso. Primo, perch era la pi tignosa di tutte le donne del foborgo e, secondo, perch avrebbe preferito incontrarla in un'occasione pi distesa.
L'apparizione dello sbirro, invece, stamp sul viso di Vaillant un ghigno compiaciuto.
- Commissario Treignac! - esclam pieno di riconoscenza. - Meno male che siete arrivato. 'Ste megere mi stanno derubando.
- Balle! - gridarono diverse voci.
- Nessuno ruba niente, - spieg Marie. - Compriamo la merce al prezzo di tre anni fa, prima che le sanguisughe si mettessero a far quattrini sulla nostra fame.
Treignac si schiar la voce. Era assai pi uomo d'azione che di parola, ma s'era preparato il predicozzo strada facendo.
- Tutti vogliamo prezzi pi bassi, - disse. - Ma non li ottieni dalla sera alla mattina. Stanno facendo la legge che tassa i ricchi e permette di usare il gruzzolo per avere pane a buon mercato. Bisogna portare pazienza. O forse a voi dispiace che i ricchi pagano quella tassa?
La tirata trov le donne impreparate e Vaillant ne approfitt per rincarare la dose.
- Per avere cannella a buon mercato si impedisce il libero commercio! Volete un governo che abbassa il prezzo dello zucchero o un governo che garantisce la libert?
- Vogliamo zucchero e libert! - rispose Marie e subito l'accoppiata si trasform in parola d'ordine.
- Zucchero e libert! - gridarono le bocche dietro di lei.
- Zucchero e libert!
- Lo zucchero  un bene di lusso, - prov a ragionare Treignac, sovrastando lo strepito. -  normale che costi pi del pane.
- Tre anni fa lo pagavamo venticinque soldi alla libbra, oggi ne costa cento!
-  colpa dei monopolatori!
- A morte!
- Chete, chete, - fece segno lo sbirro, schiacciando con i palmi aperti le voci che montavano. - Gli accaparratori verranno puniti. Ma bisogna esser certi di colpire i veri farabutti. Non si pu fare di ogni verdura un mazzo.
Vaillant si intromise ancora, col dito alzato, nonostante lo sguardo gelido di Treignac, che avrebbe fatto volentieri a meno dell'aiuto del bottegaio.
- Noialtri negozianti non abbiamo colpe. I prezzi che facciamo dipendono dai prezzi che ci fanno i fornitori.
- Piantala, Vaillant, - ribatt Marie, agitando il mannarino in direzione dello speziale. -  da un pezzo che ti teniamo d'occhio: nascondi la roba in magazzino, poi la vendi a peso d'oro.
Il bottegaio arrossi e batt un pugno sopra il bancone, ma prima che gli riuscisse di spiccicar parola intervenne di nuovo Treignac.
- Questa  un'accusa grave e tocca dimostrarla.
Marie punt il mannarino verso lo speziale.
- Benissimo. Andiamo al suo magazzino, allora.
Treignac tent d'aprir bocca, ma le parole si attorcigliavano, mescolate alla rabbia. Infine riusc a calmarsi e a tendere una mano.
- E sia. Per tu molli la mannaia.
I due si fronteggiarono immobili. A Treignac parve che nell'espressione austera di Marie filtrasse una punta di soddisfazione e, si, forse anche di gratitudine. Dovette sforzarsi per non sorriderle.
Il mannarino si pos sul suo palmo aperto.


2.

Il magazzino di Vaillant si trovava a ridosso dei cantieri e delle rimesse navali che occupavano la riva destra della Senna.
Il bottegaio, Treignac e Marie Nozire si incamminarono lungo via dei Cantieri, seguiti a distanza da una folla che s'andava ingrossando a ogni isolato. Giunti in faccia al portone verniciato di verde, il proprietario apr quattro diverse serrature, tolse il lucchetto al catenaccio e lo stratton a fine corsa.
All'interno, una feritoia stretta, lungo tutta la parete di destra, faceva entrare la luce del mattino, tagliata in nastri dalle sbarre di un'inferriata. Il locale restava comunque a mezz'ombra e i sacchi si distinguevano appena, ammucchiati sul pavimento, ma saltava subito all'occhio che ce n'era una quantit esagerata per il giro d'affari di un dettagliante, specie in un quartiere popolare, dove il commercio di spezie non muoveva grosse quantit.
Treignac domand al bottegaio di accendere un paio di lanterne, e quello, quando l'ambiente fu pi illuminato, si affrett a sbrodolare spiegazioni non richieste.
- A chi non s'intende di approvvigionamenti, - disse col solito dito alzato, - tutta questa roba pu sembrare tanta, ma dovete sapere che i prodotti coloniali non arrivano a Parigi tutti i santi giorni, come le verze o le patate di campagna. Si tratta di prodotti che bisogna acquistare da un mese per l'altro, e che fortunatamente non hanno il problema della conservazione: zucchero, caff Moka, vaniglia, t Pondicherry, cacao. Tutta roba che rimane buona per parecchie settimane, a volte addirittura da un anno all'altro, come il vino. Se andate in un magazzino di liquori trovate anche li botti e bottiglie in quantit.
- Sbrisga, - lo incalz Marie. - Facci vedere cosa c' nei sacchi.
- Silenzio! - la gel Treignac. Poi, rivolgendosi al negoziante: - Portate qui le bolle di consegna e le distinte di pagamento, e mostrateci la merce relativa a ognuna.
- Ascoltate, Treignac, - disse il bottegaio. - Io vi ringrazio del vostro intervento, ma non fatemi perdere un'intera giornata a farvi l'inventario del magazzino.
La voce di Marie attravers lo stanzone.
- Potete farvi aiutare da un po' di onesti cittadini.
Mentre lo speziale diceva la sua, la donna si era avvicinata alla porta del magazzino e ora la spalancava, lasciando entrare, oltre a una valanga di luce, anche la cagnara di un centinaio di persone che s'erano radunate l fuori.
- Il cittadino Vaillant, - disse Marie, - vuole che l'aiutiamo a trovare i sacchi di farina che tiene qua dentro. Non riesce pi a ricordare dove li ha imbucati.
Treignac arriv di gran carriera e affianc la donna. Alla vista dello sbirro, la prima fila esit a farsi sotto.
-  vero, Treignac? - domand un facchino. - Mia moglie non trova farina da quattro giorni perch Vaillant la nasconde?
- Non lo sappiamo, Germain. Adesso si controlla per bene tutto il magazzino e se le accuse avranno riscontro, il gladio della legge colpir il colpevole.
La frase gli era uscita bene, ma non ebbe il tempo di compiacersene, perch venne subissata da un altro commento.
- Lo sapete cos'ha scritto Marat, proprio stamattina? Che in tutti i paesi dove i diritti del popolo non sono soltanto pezzi di carta, basterebbe il saccheggio di qualche magazzino e i monopolatori appesi fuori della porta, per farla finita con gli intrallazzi di pochi che ne tengono migliaia nella miseria.
- E te, Philippe, come lo sai, che non sai leggere? - chiese Treignac.
- Stamattina, al mercato, non si parlava d'altro e anche li un paio di arraffoni come Vaillant ne hanno fatto le spese. Vero, Renaud?
- Verissimo, Philippe. Andiamo a cercare quella farina.
I due uomini varcarono con decisione la soglia del magazzino, subito seguiti da un piccolo drappello. Gli altri erano ancora indecisi e Treignac comprese che restava solo il tempo di un ultimo tentativo.
- Io invece l'ho letto, l'articolo di Marat, - disse picchiandosi una mano sul petto. - E non dice affatto quello che dite voi. Al contrario: dice che ci vuole un tribunale per punire gli affamatori e che i cittadini pi ricchi devono mettersi d'accordo per...
- Varda, Treignac! C' davvero, la farina!
Treignac s'interruppe e, oltre la distesa di sacchi e casse di legno, vide due braccia che s'alzavano in alto e lasciavano cadere una polvere bianca, subito imitate da molte altre, man mano che i sacchi di farina venivano violati.
A quel segnale, la folla dei dubbiosi si lanci dentro compatta e senza pi remore, finch tutto il magazzino fu offuscato da un'unica nube. Gli uomini spingevano per farsi sotto coi cappelli, e le donne reggevano l'orlo delle sottane a mo' di scodella, per portar via la farina che altri gettavano fuori dai sacchi prima di caricarseli sulla schiena.
Vaillant si butt contro un tizio che se ne andava via tranquillo con un sacco sulle spalle. I due caddero per terra, in una slavina bianca. Si accapigliarono l in mezzo, rotolando fra gli scaffali, ma quando Treignac intervenne per separarli, trov soltanto lo speziale, bianco dalla testa ai piedi, intento a tamponarsi un labbro spaccato.
- Bisogna chiamare la guardia nazionale! - grid rivolto allo sbirro.
- Eccola li, la guardia, - rispose Treignac, indicando un gendarme che usciva dal magazzino con una pila di pani di zucchero in bilico tra le braccia.
- Sono rovinato! - piagnucol Vaillant spazzandosi la giubba. - Qua mi rubano merce per migliaia di lire!
- Cosi tante? - lo fulmin Treignac. - Immagino sarete assicurato, allora. Fate denuncia, con l'elenco dettagliato di tutto quanto vi hanno rubato, compresa la farina. Anzi, sapete che vi dico? Andate a prendere le vostre carte e venite con me dal commissario. Tanto qui non rimediereste altro che botte e io non ho gli uomini per difendervi. Vi aspetto alla porta, cittadino Vaillant.
Lo sbirro non bad alla risposta, che per di pi giunse incomprensibile, per via del labbro gonfio e della tartaglia improvvisa che aveva colto lo speziale. Cacci le mani in tasca e si allontan, pensando a cosa scrivere nel rapporto per il comune.
Sull'uscio, si imbatt in Marie Nozire che cercava invano di garantire l'equa distribuzione del bottino. Pochi infatti sembravano capire l'incongruenza di accaparrarsi merci accaparrate, e la maggior parte dei saccheggiatori se ne usciva dal magazzino carica di tutto quanto riusciva a trasportare.
- Visto, Treignac? - lo apostrof la donna. - Te l'avevo detto che Vaillant era un arraffone. Ha avuto quel che meritava.
- Sicura? - replic lui. - Non chiedevate la pena di morte per gli accaparratori e la vendita della merce requisita a un giusto prezzo? Mi pare che oggi non otterrete nessuna delle due. Ma se a voi sta bene, esultate pure.
Cosi dicendo, Treignac si appoggi con la schiena allo stipite del portone e osserv il popolo di Sant'Antonio fare scorta di vaniglia per i successivi vent'anni.


3.

Non si finisce di suonarle ad Austriachi e Alemanni che gi si dichiara guerra agli Albioni. Mica una novit. Si  sempre in guerra con l'Anglaterra, nei secoli dei secoli, per terra o per mare, da questa o da quell'altra parte del mondo. L'ultima, dieci anni fa, la si sarebbe anche vinta, per  come persa, perch ci  costata la bancarotta. Che se uno chiede perch l'abbiamo fatta, perch Luigino ha dato tutta quella grana agli Inglesi americani contro quelli d'Anglaterra, be', la risposta  liscia come il deretano della signora de Ladovie: per vendetta della guerra di prima, quando ci soffiarono il Canad. Si va avanti cos dai tempi di Marco Caco.
Adesso che si  spiccata la zucca a Luigi, gli Albioni si incazzano, manco fosse stato il loro re. Per quelli era un nemico, ma la volta che a fargli la festa siamo noialtri stracciaculi, una mucchia di aristocazzi milordoni ci restan male, poverelli. Loro che si tengono Giorgio il Matto anche se  talmente fuori di zucca che zulla la sua merda 'dosso ai ministri e ai maggiordomi come fossero tutti uguali. Uno scempio, a vederla da una certa altezza; uno spasso se la guardi da sotto (bastante da non trovarti sulla traiettoria, beninteso).
E cos, rieccoci ai ferri corti talisqualis.
Com' quella frase di Saint-Just? "Non sono gli uomini, ma gli stati a farsi la guerra". Sorbe! Cosi si parla! Pare un garzotto dal gran che  belloccio e giovenco, ma la lingua e la penna le usa come scimitarre, mica per pulire orelli a tariffa, a differenza di certi altri. Pure Robespierre non era punto perlaquale, dice che in guerra comandano i generali, non i cittadini. Ma c' un ma: Brissot e i suoi amici della Gironda han detto che senza guerra non si tiene su la rivoluzione, che si deve srandellare o saremo srandellati. Pure Danton ha voluto la leva a sorte, trecentomila lanci di dadi. Fanno seicentomila braccia in meno a travagliare. E subito i pi incazzosi, quelli come Hbert, han voluto sgolare ancora pi alto: - Pena di morte per i renitenti!
Magari ci hanno ragione loro. Anche se di legna da fare ce n' gi tanta qui a casa, ch magari fosse bastato il capino di Capeto, invece sbrisga. Dice il saggio: "Perch giocare alla palla quando puoi giocare al biliardo?" E la canzone: "La testa del re | sempre una . | Ma se sono un po' di pi | falle rotolare gi". E gi te le immagini scendere ruzzoloni per i vicoli di Sant'Antonio fino al fiume, burubumburubum, fino a vedere la luce della Libert, come direbbero gli scaldasedie alla Convenzione.
Qualche zucca bisognerebbe alzarla bene in alto, ch possa vederla meglio, la luce. Quelle dei monopolatori tanto per cominciare. Si riconoscerebbero dai capelli strappati e dagli occhi cavati dalle donne. Lo scempio che san fare le femmine, manco i corvi... Stasera te le ritrovi all'assemblea di sezione con certe muste che fai meglio a guardarti le unghie se non vuoi che te la grattino loro la rogna. Stanno tutte ingruppate, che paiono una cosa sola, un mostro bertoccuto e chioccio, con certe grinfie dritte e puntute come ferri da maglia. Mai fermi quegli spilloni, suegi, suegi, e quando ti fissano tutte quante in una volta ti viene da pensare che l sotto potrebbero esserci le tue budella, una bella sciarpa di trippa e il signore  servito. Parlottano, ribollono, petiscono. Propongono gli appelli agli scaldasedie della sezione, cos quelli possono inoltrarli, presentarli, proporli, insomma farli votare alla Convenzione. Ma l dentro di buoni ce n' pochini. S'era provato a eleggere il prete Roux, quello che dice che Dio ci ha fatti tutti uguali e non devono pi esserci n aristocrassi n ricchi, ma non ne ha presi bastante di voti. In compenso lo si  eletto in comune, e almeno li azzanna niente male.
Ch la detta Libert mica te la regalano e se te la regalano ti chiedono in cambio qualcosa che vale pure di pi. Se sei morto di fame che te ne fai della libert? Da morti sarete liberi, dicevano i preti di prima. Li abbiamo cacciati. Il nostro Prete, Jacques Roux "il Rosso", lui dice che devi pure essere libero dalla fame e dalla miseria, altrimenti sei ancora schiavo. E quando qualcheduno riporta le sue parole in sezione,  tutto un pendolare di cuffie, perch le donne di Sant'Antonio son d'accordo, altroch. Anche se certe faccende non possono entrare nelle teste delle femmine, i pulcini nel nido coi becchi aperti ce li hanno loro... e neanche pochi. Si ringalluzzano l'una con l'altra, poi  Marie Nozire a parlare per tutte. Vedova di guerra, un marito disperso a Valmy che l'ha lasciata con un bamboccio in carico. Mica suo di lui, ma di chissachi, chissadove e chissaquando... senza esser figlio del mestiere, ben inteso, ch una volta un gecco sprovvido ha fatto dello spirito in merito e si  ritrovato a ululare con uno di quei ferri piantato in una chiappa. Di lei si sa che  arrivata dal Sud ancora garzotta, con il moccioso al collo e le pezze al culo, come tanti che scappano da una sorte anche pi smerda di quella che ci tocca qui. S' messa subito a smagliare e ha imparato bene e anche meglio. Ha pure preso su la parlata, ch ormai quasi non la distingui da chi al foborgo ci  nato e cacato.
Tutti i denti in bocca, Marie. Petto coccardato, fianchi forti. Ti fa pensare all'amor di patria che le faresti se riuscissi a valicare la trincea di ferraglia per scambiare con lei il bacio fraterno dei repubblicani. Chi ci ha provato  finito peggio di quell'altro, gli han dovuto riattaccare il naso con lo spago. E buona grazia che lei non l'aveva masticato prima di sputarlo.
Soquanti pensano che  stata la legge sul divorzio a fare increstare cos le femmine, ch prima i mariti le battevano a piacere da ciucchi e da sobri, e loro mute sotto. Poi  arrivata la nuova legge e adesso non solo se batti la moglie puoi avere il benservito, ma Saint-Just dice che chi mena una donna dovrebbe essere mandato a ballare con la Camarde. E in verit pi d'uno si tocca assieme collo e coglioni.
Com' come non , stasera in sezione c' l'universo mondo. Stipati peggio del giorno della festa a Luigino, l'aria finisce subito e si rimane a respirare sudore, alito all'aglio e scuregge. Ma vale la pena, ch dopo la buriana dei giorni scorsi c' da arrotare parole come baionette.
I due grand'uomini, Marat e Robespierre, han detto che non  colpa del popolo, che la nostra fame  legittima (troppo buoni!) e l'incazzo un dovere, ma gli eroi della Bastiglia non si dannano l'anima per un po' di zucchero (facile a dirsi, quando ce l'hai). Tantomeno le eroine della marcia di Versailles. Insomma, tutta rabbia sprecata e gran cuccagna per i provocatori che smanticiano sulla brace, loschi figuri, foresti, agenti inglesi, oppure donne di altri quartieri, e forseforse nemmeno donne, ma maschi camuffati da femmine, per avere un aspetto maternale e innocenziale. Uno degli scaldasedie si sgargarozza rosso fino ai capelli, sguaiando che manco si sono presi la briga di radersi, gli infamoni travestiti e sobillatori, con certe barbacce ruvide e sdozze.
Soquanti si voltano verso le magliare, ch ce n' diverse che sfoggiano bei mustacchi di natura e pure ciuffazzi villosi un bel po' sotto le urecchie. E infatti la Nozire si fa subito sentire e rificca le parolone in bocca al deputato a una a una, strillando che a confondere gli infami con la fame  un bel gioco di prestigio, ma piluccata la polpa, resta il nocciolo duro: il massimale sui prezzi. Bisogna farlo per legge, altrimenti che li tengono a fare i loro bei culi sui seggi della Convenzione?
Uno della sezione salta su a dire che col zullo che sarebbe un affare! Se metti il maximum., i bottegai inguattano e incettano, si mettono a smerciare sottobanco e fanno il mercato nero.
- E tu quelli li devi mettere sulla carretta coi nobilardi, ch sono nemici del popolo tanto quanto! - si sgola la Nozire.
Le magliare acclamano le parole di Marie la Gagliarda, zullate come sassi in faccia al Deputato Gaglioffo. Tutti i sanculotti si spellano le mani.
Ed ecco che gi prende la parola un altro, un vasaio della Porta:
- La cittadina Nozire ci ha pure ragione, mica la gente pu mettersi a saccheggiare i negozi qua e l, bisogna che l'autorit stani i monopolatori controrivoluzionari e li punisca!
Un bel discorso liscio e tondo che convince tutti e chiama in causa chididovere: gran occhiare in giro per scovare il poliziotto finch non lo si trova vicino all'uscio (dove altro pu stare la cagnaccia?) Appoggiato allo stipite, tricorno e coccarda, il nostro Treignac ascolta e pare proprio che fa di si con la testa, come un cavallo ammaestrato.
Marie Nozire per alza ancora la voce su tutto il brusicare della sala e dice: - Serve prima la legge. Fare la legge e farla applicare. La Repubblica non la fai con le ciance. Se i nostri uomini son buoni per morire al fronte, i nostri figli devono poter mangiare!
E ha tanta ragione da vendere che se gliela pagassero potrebbe smettere di smagliare hic-et-numquam.


4.

Quando vide Treignac andarle incontro con il garzotto in braccio, Marie senti il cuore saltare un battito. La paura le strinse lo stomaco, la stessa sensazione di quando aveva saputo che Jacques era dato per disperso in battaglia. Vale a dire morto. Vale a dire niente pi abbracci, niente pi canzoni, niente pi amore la domenica. Vale a dire sola.
La candela che teneva in mano tremol. Fece un passo avanti, incerta sulle gambe, il fiato sospeso. Poi vide Treignac sorridere e riprese a respirare. Bastien dormiva con la testa appoggiata alla sua spalla.
- Si era addormentato all'osteria di Frault, - disse Treignac.
Marie accarezz il ciuffo del figlio. Respirava con la bocca aperta. Fece segno a Treignac di portarlo dentro casa.
Lui depose il bambino sul letto, in un angolo della stanza, e si pul la giacca dal moccio, mentre lei avvolgeva il figlio nelle coperte.
Treignac si guard attorno. La stanza era invasa di stoffe, gomitoli, ferri da uncinetto. Dell'uomo che aveva abitato con lei non si conservava traccia. Treignac us la candela che lei aveva poggiato sul caminetto per accenderne un'altra e fare un po' pi di luce.
- Grazie, - la senti dire mentre era ancora girata verso Bastien.
- Di niente. Mi son detto che l'avrei trovato li.
Marie si volt a fronteggiarlo. Era molto pi bassa di lui, ma lo fissava senza timore, come al solito.
- Ce l'hai mandato tu?
- No. Ma lo conosco, - rispose Treignac. - Dovresti tenerlo d'occhio, sai?
Si penti subito di averlo detto, immaginando che Marie avrebbe sferrato uno dei suoi attacchi, invece sedette sul bordo del letto con le mani in grembo. Mani piccole, forti, arrossate. Appariva stanchissima. Aveva meno di trent'anni, ma gi una rete di rughe sottili segnava gli occhi e i lati della bocca.
- Cucio uniformi e maglie dieci ore al giorno. La sera vado in sezione. Dimmi quando lo tengo d'occhio. Forse devo legarlo, gli metto un guinzaglio come a un cane... Almeno con te fa qualche spicciolo -. Sollev lo sguardo, nel quale lui riconobbe il lampo di quella mattina, nella bottega di Vaillant. - Se gli succede qualcosa...
Il poliziotto fece mezzo passo avanti, imbarazzato dalla propria mole.
- Cheta. Finch sta con me non gli succede niente.
Lei non smise di fissarlo, come volesse saggiare la sua sincerit.
- 'Notte, Treignac, - disse infine.
- Buonanotte.
Lo accompagn alla porta e, quando fu uscito, chiuse a chiave e sprang con il paletto.
- Mamma... - senti chiamare dal letto in ombra.
- Zitto e dormi.
Si chin a orinare nel pitale. Sciacqu le mani e il viso in una bacinella, quindi soffi sulle candele e si distese accanto al bambino.
- Mamma... Jacques non torner mai pi?
- No.
- E mio padre?
- Non c' mai stato. Ti ho detto di dormire, adesso.
Dopo pochi istanti di silenzio, il bambino bisbigli ancora nel buio.
- Io sto con Treignac.

Estratto da
MEMORIE PER SERVIRE ALLA STORIA
 AL FONDAMENTO DEL MAGNETISMO ANIMALE
di Armand-Marie-Jacques de Chastenet de Puysgur (1784)

Credete & Volete

Nel sostenere la causa del Magnetismo animale, non posso che sostenere quella del suo celebre inventore. Nel mio tentativo di fornire qualche nozione sulla causa che mi porta ad agire, il signor Mesmer non vedr, spero, altro che lo zelo ardente che mi anima per la sua gloria.
Non pretendo di illustrare la teoria del Magnetismo animale, n di entrare nella discussione circa le sue analogie con l'intero sistema del mondo: solo il signor Mesmer pu intraprendere un compito tanto grande. Ci che mi impongo , semplicemente, di dire come procedo per guarire certe malattie, & come si producono su molti malati gli effetti, tanto sorprendenti quanto inattesi, di cui si sente parlare.
Io credo che esista un fluido universale, il quale tiene in vita tutta la natura. Io credo che questo fluido, sulla terra, sia in continuo movimento. La sola idea palpabile che noi ne abbiamo  quella che ricaviamo dall'elettricit.
Il Magnetismo minerale avrebbe dovuto darcene un'idea meno palpabile, ma ancor pi certa; perch come pu spostarsi, senza un movimento, un ago calamitato? Il Magnetismo animale, costituendo oggi l'ultima prova di questo fluido universale & sempre in movimento, offre all'umanit un mezzo sicuro per guarire dalla maggior parte dei suoi mali.
L'uomo, come tutto ci che esiste,  a suo modo saturo di fluido universale, & pu essere considerato come una macchina elettrica animale, la pi perfetta che esista, poich il pensiero, che regola tutte le sue azioni, pu condurlo all'Infinito.
Se la base del mio sistema  vera, allora l'uomo non ha bisogno di alcun accessorio per agire in maniera salutare sui suoi simili, poich la nostra elettricit animale tende sempre a portarsi laddove la dirige la nostra volont.
Come accade per l'elettricit artificiale, le nostre punte, che sono le dita, sono sufficienti a sottrarre l'eccesso di fluido che si riscontra in certi malati, & la mano intera per infonderlo dove manca: ma da ci non bisogna credere che sia necessaria una gestualit cos minuziosa per operare con successo sui propri simili.
La nostra organizzazione elettrica  cos perfetta, che con il solo ricorso alla volont si possono operare dei fenomeni che, per quanto assai fisici, hanno l'aria di essere miracolosi.

 SCENA TERZA
 Il magnetista
24 marzo 1753


I.

- Rilassatevi. Non aprite gli occhi e ascoltate soltanto la mia voce. Immaginate il flusso magnetico che va dalla mia mano all'altra, passando attraverso di voi. Una corrente calda e benefica. Come vanno le emicranie?
- In certi giorni mi fanno impazzire. In altri danno tregua.
- Stamattina come vi sentite?
- Sento che il dolore potrebbe montare da un momento all'altro.
- Perch dite questo?
- C' un ostacolo che blocca il flusso magnetico.
- Molto bene. Credete di poterne rintracciare l'origine?
- S.  il mio fallimento.
- Cosa ve lo fa pensare?
- Un sogno. Una serpe attraversa il sentiero, io la taglio in due con un colpo di spada, ma la met con la testa striscia dentro un buco nel terreno e mi sfugge.
- Conoscete il significato?
- Sventare una congiura senza decapitarla  come proclamare la Repubblica senza eliminare il re.
- Vi riferite alla congiura per salvare Luigi XVI?
- Ho tagliato la coda del serpente. La testa  in cerca di un altro corpo sul quale innestarsi. La rivoluzione  ancora minacciata. Solo chi sar disposto a perdere tutto potr esserne all'altezza.
- Chi stabilisce tale altezza?
- La storia. Vi furono popoli liberi che caddero da pi in alto.
- Eravate favorevole alla condanna a morte del re?
- Ho condiviso il monito di Saint-Just e di Robespierre: o la Repubblica o il Capeto. La monarchia si fondava sul diritto di sangue, dunque era il sangue che andava versato. Per qualcuno non  abbastanza, il sangue del Capeto scorre ancora nelle vene dei suoi famigliari e ogni aristocratico  un potenziale monarca. Marat chiede centomila teste. Marat  un folle, eppure sembra disposto a ogni sacrificio, e il popolo di Parigi lo venera.
- Lo invidiate per questo?
- Lo temo.
- Per quale motivo?
- Perch non teme nulla.
- Come va il dolore adesso?
- All'inizio del trattamento aumentava, ora sembra che stia scemando.
- Molto bene. I vostri nervi sono pi distesi. Credete che possiamo sospendere?
- S.


2.

Il dottor Orphe d'Amblanc, seduto allo scrittoio, attese che l'agente Chauvelin si rimettesse la giacca.
- Se riusciste a vincere le vostre resistenze, raggiungereste un sonnambulismo pi profondo. La mente acquisirebbe una maggiore cognizione dello stato di salute generale, e potreste fornirmi pi elementi per la terapia.
- Rassegnatevi, D'Amblanc. Le resistenze rimarranno.
Chauvelin si accomod di fronte al dottore, dopo aver liberato la sedia dalla sua borsa di cuoio. Il mobilio non era composto da molto altro. Avanzavano un armadio, un piccolo com pieno di fiale e, nella stanza attigua, un armadio e il letto.
-  una pratica benefica, - insistette l'altro, - ormai dovreste averlo capito.
Chauvelin termin di armeggiare con i bottoni della giacca.
- Sono in parecchi a pensare il contrario. Il fatto che io mi fidi di voi non significa che tutti i magnetisti siano in buona fede.
D'Amblanc si alz, vers due dita di liquore in un paio di bicchieri e ne porse uno all'agente di sicurezza.
- Non esistono i magnetisti, - lo incalz, - esiste solo il magnetismo. Chiunque pu servirsene, purch lo voglia. Si tratta soltanto di acquisire una tecnica e un certo abito mentale.
-  proprio questo che desta preoccupazione, - concluse Chauvelin.
La mano di D'Amblanc indic la borsa che l'altro aveva portato con s.
- Ho il presentimento che parte di tale preoccupazione si trovi li dentro.
Chauvelin incurv gli angoli della bocca nell'imitazione di un sorriso.
- Questa  chiaroveggenza.
- Oh, nient'affatto, - si schermi D'Amblanc. - Finora non eravate mai venuto con nulla di pi voluminoso di un tascapane. La novit mi ha spinto ad azzardare un'ipotesi.
Gli strilli di una giornalaia inquinarono il silenzio della stanza, nonostante la finestra chiusa. Chauvelin sorseggi il liquore e si pass la lingua sulle labbra sottili. Quando il trambusto cess, raccolse la borsa e deposit sullo scrittoio un volumetto. Sul frontespizio si leggeva:

Jacques-Pierre Brissot
SULLA CONTRORIVOLUZIONE DEI SONNAMBULISTI
Parigi, 1791

- Immagino conosciate il contenuto di questo pamphlet.
D'Amblanc annu. Ricordava bene l'allarme lanciato da
Brissot. Visionari e madonne in lacrime erano un pericolo per la Nuova Francia. Un timore che si poteva anche condividere, se non fosse che Brissot aveva infilato nello stesso mazzo truffatori, mesmeristi, sonnambuli e invasati. Si era servito di un fenomeno inquietante per rinnegare il proprio passato di magnetista e ripulirsi l'abito in vista di una brillante carriera politica.
Chauvelin attese che il dottore terminasse di sfogliare l'opuscolo.
- Con quel che accade in Vandea, - riprese, - pi di un deputato  convinto che Brissot avesse ragione. La ribellione monarchica  cominciata con le profezie di qualche papista che pretendeva di parlare con la Vergine Maria.
D'Amblanc scosse la testa con aria di sufficienza.
- Il magnetismo animale  una terapia. Serve a curare le persone, non a incontrare i santi.
Chauvelin infil di nuovo la mano nella borsa e ne estrasse alcuni fascicoli. Sul primo foglio di ognuno campeggiava il timbro del comitato.
- Questi rapporti vengono dall'Alvernia. Riferiscono di casi... - l'agente di sicurezza cerc la parola adatta, - insoliti. Il sospetto dei miei superiori  che tali casi siano collegati all'azione di magnetisti e sonnambulisti -. Si strinse nelle spalle. - Potrebbe anche trattarsi di una mera congettura: io non sono in grado di valutarlo -. Punt gli occhi in quelli del medico. - Forse potreste farlo voi.
- Io? - domand D'Amblanc.
Il poliziotto inclin appena la testa di lato, come per studiare l'interlocutore.
- Ci che servirebbe  un'indagine sul campo, - disse. Segui un momento di silenzio, il tempo che D'Amblanc superasse lo stupore.
- Mi state chiedendo di andare in Alvernia per vostro conto?
- Per conto del comitato di sicurezza generale, - precis l'altro.
- Ma io sono un medico, non un poliziotto.
- Voi padroneggiate la tecnica e avete un certo abito mentale, - ribatt Chauvelin giocandogli contro le sue stesse parole. - Chi meglio di voi...
-  una richiesta assurda! - insistette D'Amblanc.
- Assurda, dite? - Chauvelin inarc un sopracciglio. - I dipartimenti dell'Alvernia sono tra i pi turbolenti, refrattari e bigotti di tutta la Repubblica. Lo scorso febbraio, durante i sorteggi per la leva di massa, sono scoppiati disordini in ogni villaggio. Due seminaristi ne hanno approfittato per invitare i contadini ad arruolarsi nell'esercito di Dio e del re. La guardia nazionale ha dovuto assediare una cascina zeppa di villici infervorati e armati di forconi che si sono lasciati massacrare piuttosto che arrendersi. Il comitato teme lo scoppio di una seconda Vandea. Trovate assurdo che voglia escludere l'azione di agenti monarchici in grado di influenzare la popolazione con pratiche magnetiche?
Mentre esponeva gli argomenti, il tono di Chauvelin si era fatto via via pi freddo. D'Amblanc cerc qualcosa per ribattere.
- Qui a Parigi ho i miei pazienti, - disse. - Non posso lasciarli all'improvviso. E poi, cosa pensate che possa mai scoprire laggi?
L'agente di sicurezza fiss D'Amblanc da sopra il bicchiere.
- Tutto o niente. Detto fra noi, dottore, penso che non potreste avere occasione migliore per rassicurare chi guarda con sospetto alla dottrina del magnetismo animale e alle vostre pratiche sonnamboliche.


3.

Dimenticandosi di pranzare, D'Amblanc usc in strada e si avvi verso la casa della signora Girard. Sfil davanti alle fucilaie che lavoravano nella bottega di un falegname dall'altra parte della strada. Il falegname era alla guerra, difendeva la patria, e nella bottega le donne costruivano fucili per la Repubblica. D'Amblanc porse il saluto, ma senza applaudire, come facevano quelli che supplivano con un ostentato entusiasmo alla mancanza di convinzione. Le donne risposero con lazzi e apprezzamenti scurrili. Poco distante, la giornalaia continuava a lanciare il suo richiamo, sventolando il foglio di Hbert.
- La gran rabbia di pap Duchesne contro il re di Spagna, amicone dei Capeto e di tutti gli aristocrassi! La sua gran gioia per la guerra dichiarata agli Spagnardi. Un nemico in pi per la Francia  un trionfo in pi per la libert!
Sulla prima pagina spiccava la vignetta con il pap Duchesne, "mercante di stufe", armato di una pipa e di una carota di tabacco. Sotto, il motto: "Io sono il vero pap Duchesne, fottetevi!"
D'Amblanc prese a camminare svelto. Non aveva bisogno di porre attenzione al percorso, poteva lasciare che i pensieri si aggrovigliassero e dipanassero liberi. Era come se fossero visibili, come se fosse avvolto in una nube che costringeva i passanti a scansarsi. E ognuno, in strada avrebbe potuto dire: "Largo a un uomo che sta ragionando su un vero problema, qualcosa da cui potrebbe dipendere il destino altrui".
Soltanto uno si prov di appellarlo e invogliarlo a fermarsi, sospendendo quel vorticare di idee. Appena voltato l'angolo, D'Amblanc quasi inciamp nelle masserizie di un rigattiere, che in quel punto invadevano la strada. L'uomo lo salut. Era un confidente della polizia. Faceva buoni affari con merce insolita: gigli di Francia staccati da chiss dove, statue di santi, corone, mitrie, stucchi. D'Amblanc scavalc uno stemma nobiliare deposto per terra, tra la ruota di un carro appoggiata al muro e un san Sebastiano dipinto su tela. I colori, un tempo vividi, si erano ridotti a sparse croste sul legno. Al santo mancavano il naso e un pezzo del viso.
- Cittadino, vogliate fermarvi, - lo invit il rigattiere.
- Date un'occhiata. C' ogni ben di dio,  il caso di dire.
Lui rispose senza fermarsi, un cenno della mano e poche parole.
- Grazie, cittadino, ma vado di fretta.
Non pi in fretta dei pensieri, comunque.- Girato un angolo, fini impelagato in un gruppo di curiosi di varia estrazione, uomini e donne, che assistevano a uno spettacolo di strada. Un sedicente scienziato andava a dimostrare i prodigi dell'elettricit. Per farlo, utilizzava dei passeri.
C'era una macchina a frizione, con un disco di vetro che girava dentro un telaio e sfregava su quattro cuscinetti di cuoio. Attraverso la rotazione impressa da una manovella, la macchina si caricava di fluido elettrico e un tubo di ottone lo trasferiva in una bottiglia di Leida. La bottiglia immagazzinava il fluido, finch l'uomo smetteva di girare la manovella e afferrava un bastone di legno. Un'estremit del bastone era collegata alla bottiglia, mentre l'altra terminava con due punte di rame. L'imbonitore la avvicinava al passero e una scarica elettrica lo tramortiva. L'uomo descriveva con paroioni appropriati l'azione appena condotta e i suoi effetti, poi riprendeva: manovella, bottiglia, asticciola e passero folgorato.
D'Amblanc osserv l'uccello perdere i sensi e poi rianimarsi, tremante, all'interno della piccola gabbia. Lo scienziato annunci il gran finale parlando della dimostrazione "completa" delle potenzialit del fluido. Il gran finale si dimostr semplicemente una scarica abbastanza forte da sbalzare il passero e mandarlo zampette all'aria, stecchito, sul fondo della gabbia. Il pubblico applaud e lo "scienziato" fece girare il cappello, che raccolse qualche moneta.
D'Amblanc si decise a proseguire. La moda scientifica che aveva imperversato negli anni precedenti alla rivoluzione non sembrava spegnersi, almeno a livello della strada. Affrett il passo> e torn a pensare alla conversazione di quella mattina. Fini per associare l'immagine della borsa di Chauvelin a un vaso di Pandora. Qualcosa che forse sarebbe stato meglio non aprire.
Alla sua proposta D'Amblanc non aveva detto n si n no. Aveva preso tempo. Per leggere i rapporti e riflettere sul da farsi.
Si sforz di scovare nelle parole di Chauvelin un significato recondito, un messaggio cifrato, senza riuscire a scalfirne la superficie.


4.

La mano era posata sul ventre della donna in corrispondenza dell'ombelico, ad appena mezzo palmo dal seno e dal pube. L'altra mano era sulla schiena, nell'avvallamento sopra le terga. D'Amblanc stava attento a tenere il corpo distante da quello della paziente, e nondimeno il suo profumo lo assediava. Ccile Girard era seduta su una sedia senza braccioli le spalle discoste dallo schienale, in modo che la mano del terapista potesse passare nello spazio intermedio. Testimone della magnetizzazione era l'anziana serva, come sempre intenta all'uncinetto vicino alla finestra. D'Amblanc tentava di non pensare alla sua presenza e di concentrarsi sul bene della paziente. La signora Girard aveva le palpebre abbassate, il respiro regolare, le labbra appena dischiuse lasciavano intravedere la dentatura perfetta.
- Sentite che vi faccio del bene? - chiese D'Amblanc.
- S. Continuate, vi prego.
- Sta a voi decidere quando interrompere il trattamento. Percepite il calore del fluido?
- S. Mi attraversa da parte a parte.
D'Amblanc mosse impercettibilmente le dita e avvert il fremito sotto il tessuto del vestito. Si blocc. La vecchia serva muoveva i ferri da maglia sempre pi lenta: aveva la testa reclinata di lato, si stava appisolando.
D'Amblanc torn a concentrarsi sulla paziente. Ne osserv il profilo, le orecchie piccole, la leggera peluria sulla nuca.
- Volete dirmi qual  la causa del vostro male? - chiese.
- Forse potrei dirvi cosa turba voi, dottore, - rispose la donna.
D'Amblanc accus il colpo e arross.
- Non  di me che dobbiamo parlare, - si difese, - ma del vostro asma. Cosa lo provoca?
- Di certo uno scompenso nel fluido.
D'Amblanc soppes la risposta.
- E a cosa pensate sia dovuto tale scompenso?
Silenzio.
D'Amblanc fu incerto se ripetere la domanda. Insistere n
on era un buon metodo. Lanci ancora un'occhiata alla vecchia serva accanto alla finestra. Dormiva, cullata da qualche bel sogno, stando all'espressione beata del volto.
Il profumo era pi intenso che mai.
Decise di ritentare.
- Potete dirmi qual  l'ostacolo al regolare scorrimento del fluido magnetico?
Questa volta la risposta arriv immediata.
- La menzogna.
Fu il turno di D'Amblanc di rimanere zitto. In nessuna delle precedenti sedute la signora Girard aveva mai accennato ad altro che non fossero i propri disturbi: mancanza di appetito, tristezza, crisi di pianto.
- Riuscite a essere pi precisa? - domand.
- Vivo circondata dalla menzogna. Si pu dire che l'ho sposata.
D'Amblanc non capi, ma sapeva che il sonnambulo deve essere assecondato, affinch l'autodiagnosi abbia esito.
- Come pu un fattore tanto aleatorio interrompere il flusso magnetico dentro di voi e intaccare i vostri polmoni?
- La menzogna non  aleatoria, dottore, - rispose lei. -  una cosa concretissima, che scava dentro. Non dimenticate che sono la moglie di un avvocato.
D'Amblanc trattenne lo stupore. Poi, senza pensarci sopra, decise di azzardare.
- Credete si possa agire sulla causa dello scompenso?
Di nuovo silenzio. Il salotto di casa Girard sembrava avulso dal mondo. L'unico rumore era il leggero russare della serva.
La mano della signora Girard gli sfior la coscia. Dopo un attimo di esitazione, D'Amblanc aument leggermente la pressione sul ventre di lei, che rispose con un tocco audace ma delicato, in grado di sprigionare il desiderio di una presa pi decisa. D'Amblanc si accorse che anche la sua mano si era mossa, fino a sfiorare la pelle del seno lasciata scoperta dalla scollatura. L'indice carezz il piccolo incavo sotto la gola, mentre il respiro di entrambi si fece pi pesante. La mano della donna sali lungo il fianco. D'Amblanc trasal, come scottato, e il suo movimento brusco svegli la vecchia.
La signora Girard apr gli occhi e si volse verso di lui, che si aggiust i polsini e si alz per congedarsi.
Pochi minuti dopo era gi in strada, tentando di contenere alla meglio la nube di pensieri.


5.

Quella sera, alla luce tenue di un candelabro, D'Amblanc costrinse la nube dentro un paio di pagine del suo quaderno, in una grafia fitta e allungata.
Non poteva negare di essersi sentito attratto dalla signora Girard fin dalla prima seduta di magnetizzazione, anche se era certo che la propria condotta non fosse mai stata meno che professionale. Il dubbio che consegnava alle pagine del quaderno era quello di avere esercitato una qualche forma di involontario condizionamento su di lei, attraverso la magnetizzazione. Non aveva forse immaginato in precedenza di essere toccato da quelle mani? Certo che s. In quale altro modo si spiegava il fatto che un'irreprensibile donna sposata - a uno degli avvocati pi in vista della Gironda, per di pi - cedesse all'attrazione per un altro uomo, nel salotto di casa, in presenza di una serva, ancorch assopita?
D'Amblanc ricordava quante signore dabbene raggiungevano una vera e propria estasi erotica durante le crisi convulsive che Mesmer provocava loro. Ma durante le sue sedute non era mai capitato. Forse, si disse, perch non era mai stato tanto attratto da una donna come dalla signora
Girard. C'era qualcosa di conturbante in lei, non solo la bellezza, il profumo. Era la calma, una sorta di accondiscendenza ispirata dal desiderio, un affidarsi ciecamente alle cure, senza che questo implicasse sottomissione, quella che doveva soltanto al marito. Era come il darsi con docilit di una tigre.
Era cos? Attraverso le sonnambulizzazioni aveva domato una tigre?
D'Amblanc sapeva che non avrebbe trovato le risposte quella sera. L'accadimento pomeridiano aveva risvegliato un vecchio tarlo.
Riascolt le proprie parole di quella mattina: "Il magnetismo animale  una terapia. Serve a curare le persone, non a incontrare i santi".
Prepar un foglio e intinse la penna nel calamaio. L'intenzione era di scrivere al suo maestro, ma cambi subito idea. Non aveva abbastanza elementi per disturbare nel suo ritiro un uomo che nel frattempo era passato dall'esercito alla vita di campagna. Chastenet, gi marchese di Puysgur, colui che aveva ribaltato la dottrina di Mesmer per farla camminare sui piedi, non avrebbe preso in considerazione meno che un numero cospicuo di indizi, e probabilmente solo per rintuzzare con gentilezza i rovelli di un adepto pedante.
D'Amblanc depose la penna e si rilass sulla sedia. Not il faldone di fascicoli dell'agente Chauvelin. Li aveva lasciati sulla sedia quel mattino, senza nemmeno aprirli, e li erano rimasti tutto il giorno, come un paziente in attesa d'essere ricevuto.
E in effetti questo erano quei rapporti, pens D'Amblanc: storie di persone. Potenziali pazienti.
Prese il primo della risma e lo apr. Era il caso di una pastorella del Massiccio Centrale che sosteneva di parlare con gli angeli, i quali le avevano preannunciato la fine del mondo e l'avvento del regno di Cristo e dei santi. Quando dialogava con gli angeli, la ragazzina sembrava come addormentata, non percepiva la presenza delle persone intorno a s, rispondeva soltanto alle domande della madre.
D'Amblanc richiuse il fascicolo e, controvoglia, ne prese un altro. Bernard Jaranton, detto "l'uomo-cinghiale". Un caso di licantropia, a quanto poteva capire.
Un terzo fascicolo riguardava una giovane sonnambula che se ne andava in giro di notte per i boschi e in tale stato sviluppava abilit e forza inusitate.
D'Amblanc accanton il plico, mentre gli tornavano in mente le parole di Chauvelin: un'altra Vandea. Bande controrivoluzionarie che attraversano le campagne, briganti in agguato nei boschi, esecuzioni sommarie nelle piazze. Il secondo fronte, quello interno.

D'Amblanc era stato medico di battaglione, in un'altra guerra, e le ferite riportate gli sarebbero state sufficienti per tutta la vita. D'istinto lasci scorrere la mano in corrispondenza delle vecchie cicatrici sul torace e sul costato. Quel pomeriggio, quando la signora Girard ne aveva sfiorata una, un brivido gli aveva percorso le ossa, accompagnato dal suono delle sue stesse urla, scaturito da un angolo della memoria. Baluginare di lame, lembi di pelle sanguinanti. Quando quelle visioni tornavano in superficie, anche il dolore ricominciava. Del resto, pens, senza quel periodico riaffiorare, non avrebbe mai scoperto il magnetismo animale.
Era stato il suo luogotenente a consigliargli le cure di Franz Anton Mesmer. L'uomo era molto grato a D'Amblanc per avergli salvato una gamba dalla cancrena e, felice di potersi sdebitare, gli aveva scritto una lettera di presentazione, senza la quale la terapia magnetica sarebbe costata un occhio della testa. D'Amblanc avrebbe fatto qualunque cosa pur di non vivere sotto la spada di Damocle di quel dolore improvviso, che lo torceva come un ramo nel fuoco. Cosi era partito per la capitale.
I rintocchi del campanile gli ricordarono che ore fossero e d'un tratto senti addosso la stanchezza della giornata. Si prepar per andare a dormire e quando fu sotto le coltri si concesse di tornare indietro, al passato recente e lontanissimo che aveva preceduto la rivoluzione. Gli albori della ricerca sul magnetismo, le vasche di rame, le convulsioni.
In principio era la voce.


6.

Guardate le sterle del Piccolo Carro, mein Freund. Guardate die Brin... l'Orsa. Voi immaginate le linie della constellazione come fossero concrete und real. Quelle linie collegano corpi celesti lontanissimi, la loro prossimit non  che una illusione, un effetto di perspectiva. Noi li nominiamo, vediamo in essi disegni, una carta del cielo. Ma essa  tale soltanto per noi. Das Gesetz... la legge che regola le relazioni tra gli asteri e che sostiene la volta del cielo l'ha stabilita Newton. Die Schwerkraft... La forza di gravit  ci che ci tiene con i piedi in terra e che regge l'universo.
La gravit  responsabile di fanomeni dalla vasta portata, della statica e della dinamica dell'universo. Ma come pu un objecto influenzarne un altro senza toccarlo? I nostri piedi toccano la terra, ma gli asteri non si sfiorano nemmeno. In cielo, che cosa veicola la forza di gravit?  forse magia, zauberia? La fisica non pu ammettere nel suo dominio influenze non spiegabili in termini scientifichi. Qualcosa deve colmare le abissali distanze tra gli asteri.
Un flusso, simile a quello electrico o magnetico, che pervade l'universum. Un flusso che attraversa ogni cosa e ogni creatura vivente. Un flusso che lega tutto a tutto.
Alcuni individui riescono ad auscoltarlo. E come sentire il respiro del mondo. Il suono  simile a quello di uno harmonium. Sentite? E il legame con il suolo su cui poggiamo i piedi, con l'erba che copre il prato, con gli insecti che camminano tra gli steli, con gli alberi, i voglatili posati sui rami, le pietre, e finanche gli objecti, tabelli di legno, colonne, nippe, costruiti della stessa materia. Teile des gleichen Universums... Parti dello stesso universo. Essi possono caricarsi di fluido e condurlo come i metalli conducono l'electricit. Cosi alcuni individui possono conzentrare in s stessi una grande quantit di fluido, e strken... Rafforzare und dirigiere il flusso universale.
A quale scopo? Nur eines: alleviare la pena delle creature viventi.
Che cosa sono il dolore, la malattia, il kranco? Dall'alba dei tempi l'Uomo si  affidato alla superstizione, stabilendo che essi sono il fructo di una colpa morale. Ma essi non sono altro che il prodotto della interruzione del flusso universale. Come un ostacolo sulla traiectoria della sfera che rolla su un piatto inclinato contrasta la gravit, ebenso, un blocco nel flusso magnetico causa la disarmonia. Il disordine. Il male.
Qual  dunque l'akzione che rimuove l'ostacolo e consente alla sfera di rollare fino al suolo? Eine lebhafter Schock... una forte scossa magnetica  in grado di annulliare il blocco e ripristinare il flusso. Tale scossa produrr nel malato sofferente una crisi convulsiva, superata la quale egli sentir di nuovo il flusso scorrere reghelmente attraverso s.
 quello che io, Franz Anton Mesmer, far a voi. Ihre Narben... Le vostre cicatrici non fanno sempre dolore.  il ricordo che le riapre. Il ricordo cattivo rompe l'equilibrio del flusso. Noi non possiamo cancellare il ricordo, e nemmeno le cicatrici, aber possiamo ripristinare il flusso, il vostro legame con il tutto che vi circonda.
Aus meinen Hnden... Dalle mie mani il flusso investir l'ostacolo e lo spazzer via.

Estratto da
TABLEAU DE PARIS, VIII
di Louis-Sbastien Mercier (1788)

Ulcera terribile sul corpo politico, ulcera larga, profonda, purulenta, che non si riesce a descrivere se non distogliendo lo sguardo. A partire dall'aria del posto, che si sente a quattrocento tese, tutto vi dice che vi state avvicinando a un luogo di prigionia, un asilo di miseria, degradazione e sfortuna.
Bictre serve da ritiro per coloro che la sorte o l'imprevidenza hanno ingannato, e per coloro che debbono mendicare un sostegno per la loro dura e penosa esistenza. Ed  anche una casa di reclusione, o piuttosto: di tormento, dove si ammassano coloro che hanno turbato la societ: libertini d'ogni genere, truffatori, spioni, bari, ladri, falsari, pederasti.
Si rimane turbati nel vedere negli stessi spazi, a fianco di questi vagabondi, gli epilettici, gli idioti, i folli, i vecchi, i mutilati: li chiamano buoni poveri, ma dovrebbero separarli da questa folla di farabutti che ci ispirano pi indignazione che piet!
Il numero degli abitanti di non  fisso; in inverno  pi consistente, perch molti poveri che trovano da lavorare in estate, sono obbligati d'inverno a rifugiarsi in questo ospedale, dove allora si contano circa quattromilacinquecento persone.
Ahim! Quanto somigliano alle mosche, gli uomini! Attivi d'estate, pietre in inverno. O lazzaroni di Napoli! Nudi e senza tetto, ma sotto un sole nutriente...

Estratto da
OSSERVAZIONI DI UN VIAGGIATORE INGLESE
SULLA PRIGIONE DI BICTRE
di Honor-Gabriel Riqueti, conte di Mirabeau (1789)


Abbiamo avuto il coraggio di recarci a Bictre; dico il coraggio bench, da parte mia, io non abbia da farmene un merito; infatti, quando ho concepito il disegno di andarci, io non avevo idea di tutti gli orrori di questo odioso alloggio. Sapevo, come tutti, che Bictre  al tempo stesso un ospedale e una prigione, ma ignoravo che si possa costruire un ospedale per partorire malattie e una prigione per far nascere crimini.

Estratto da
SAGGIO SULLA TOPOGRAFIA FISICA E MEDICA DI PARIGI
CON UNA DESCRIZIONE DEI SUOI OSPEDALI
di Joseph-Marie Audin-Rouvire
(anno II della Repubblica francese)

Sulla porta d'ingresso di questa casa si legge: "Rispetto per la sfortuna". La sua posizione  su una collina tra i villaggi di ViHe-Juive e di Gentilly, alla distanza di una lega piccola da Parigi.
I folli sono considerati incurabili appena arrivano e non ricevono alcun trattamento. In generale, sembrano trattati con dolcezza. Nel quartiere a loro destinato ci sono centosettantotto celle e un dormitorio. Durante la notte vengono rinchiusi nelle loro celle o nelle diverse sale, ma per tutta la giornata sono liberi di stare in cortile, purch non siano furiosi; il numero di questi ultimi non  considerevole e varia secondo le stagioni: io ne ho visti soltanto sei che stavano in catene.
Malgrado l'inesistenza di un trattamento, e il raggrupparsi di malattie diverse, parecchi folli ritrovano la ragione e vengono messi in libert.
I cortili sono molto ventilati e se molte delle celle non fossero sotto il livello del terreno, e dunque umide, non sarebbero male per un uomo solo.

 SCENA QUARTA
 Il pensionante
8 aprile 1793


I.

- L'idea pi stravagante che possa nascere nella testa di un politico  quella di credere che sia sufficiente, per un popolo, entrare a mano armata nel territorio di un popolo straniero, per fargli adottare le sue leggi e la sua costituzione.
Robespierre aveva una voce corposa, buona per le geremiadi, ma quando perdeva il controllo e si metteva a gridare, spesso gli sfuggivano strilli pi acuti, da castrato, che sembravano il sintomo di una doppia natura. Allora, consapevole di quel difetto, scrutava l'uditorio con occhio piccato, per soffocare sul nascere eventuali risate.
- Nessuno ama i missionari armati, il primo consiglio che danno la natura e la prudenza  quello di respingerli come nemici.
L'oratore indirizz lo sguardo su Marat. Quest'ultimo non riusciva a tenere fermo il busto, e lo dondolava avanti e indietro come un pendolo fuori fase, accompagnando le oscillazioni con un tambureggiare di piedi sotto la panca.
- Qual  la decisione che una sana politica prescrive per consolidare la Repubblica nascente? Quella di imprimere nei cuori il disprezzo per la monarchia e di impressionare tutti i partigiani dei re.
Danton, vestito in abiti civili assai dimessi, annuiva con aria solenne, ma le sue labbra si muovevano, parlava tra s, forse cercava le frasi giuste per intervenire nel dibattito.
Senza aspettare che l'Incorruttibile terminasse il suo discorso, Marat scatt in piedi sulla panca ed esplose nella sua tipica richiesta di vendetta.
- Migliaia di teste, migliaia di teste!
Come ogni pomeriggio, l'unico ad affrontare l'Amico del Popolo nelle sue escandescenze fu il serafico Brissot. Si avvicin al furibondo, gli strinse una spalla e rispose che un tributo di sangue era pur necessario, ma si pronunci in nome della moderazione: mille teste erano una stima esagerata, occorreva sempre mitigare le richieste pi estreme affinch la barra della rivoluzione non sfuggisse dalle mani dei nocchieri e gli scogli nemici non mandassero in pezzi la nave dello stato.
Stultifera navis, pens l'uomo che si faceva chiamare Laplace.
Prov a intervenire Danton, ma la voce non si udiva. Marat pestava i piedi e poich si temeva per l'integrit della panca, gli inservienti si radunarono per convincerlo con le buone o con le cattive a rimettersi seduto, o a rimanere in piedi, ma perlamadonna, scendi da costass!
L'eccitazione si propag per il cortile. Gli oscillanti oscillavano sempre pi; i biascicanti interrompevano il biascichio con frequenti schiamazzi; tra i melancolici, alcuni scoppiavano a piangere, altri si percuotevano il capo, mentre persino i catatonici sembravano sul punto di esplodere.
L'Incorruttibile cerc di sovrastare la cagnara strillando che si erano col riuniti per decidere della morte del re! Quanti riuscivano a intendere le sue parole furono presi da un'esaltazione ancora maggiore. Alcuni si alzarono sulle sedie per intonare La Marsigliese, altri attaccarono la prima canzone che avevano sulle labbra. Molti battevano piedi e mani.
Dal suo punto di osservazione, l'uomo che si faceva chiamare Laplace pens che la follia  materia di studio indispensabile per chi voglia conoscere ed esercitare il potere. Un'incognita che pu entrare in gioco in qualsiasi momento, nelle vicende personali e in quelle collettive. A dispetto delle apparenze, dunque, egli si trovava in un luogo privilegiato, una vera accademia di scienza politica. Di pi: si trovava in un microcosmo della nazione. Quod est inferius, est sicut quod est superius. Bictre era la Francia: infermi di mente impegnati in discorsi pi grandi di loro. Ecco perch aveva attribuito a ciascuno il nome di un deputato della Convenzione. Non aveva dovuto faticare molto: luoghi di segregazione come quello erano pi aperti al mondo di quanto non si credesse. Da fuori giungevano corpi, cibo, voci, idee, conflitti. La notizia della nascita di un comitato di salute pubblica, composto di nove deputati da rieleggere ogni mese, era giunta quel mattino, due soli giorni dopo il fatto. Soltanto i casi pi gravi, le persone ormai dimentiche di s, non conoscevano i nomi dei grand'uomini del momento. La maggioranza aveva contezza delle loro parole e degli atteggiamenti. Alcuni alienati li ammiravano e si immedesimavano a tal punto da credersi quei grand'uomini. Fra quelle mura, Robespierre, Hbert, Saint-Just, Marat erano eroi, modelli e simulacri.
Soprattutto Marat, pens l'uomo chiamato Laplace.
Il grande Marat.
Che una figura simile potesse essere chiamata "grande" era sintomo della malattia grave che stagnava sul paese.
I lavori della Convenzione vennero sospesi d'imperio e i deputati pi in vista rinchiusi prima del tempo nei loro alloggiamenti.
Marat - il sedicente Marat che pi somigliava ai ritratti di Marat - seguit a ripetere il ritornello sulle migliaia di teste, per quanto in tono pi sommesso, a causa della veste di contenzione che gli stringeva il petto.
Robespierre - che di Robespierre non aveva l'aspetto, ma solo le frasi celebri mandate a memoria - si accomiat gridando:
- Non facciamo leggi per un solo momento, ma per i secoli. Non per noi, ma per l'universo!
Del vero Brissot, il Brissot di Bictre non aveva nulla. Laplace lo aveva soprannominato cos solo perch si opponeva a Marat con determinazione. Per il resto era un tipo insignificante, e infatti si fece trascinare via senza reagire, e cos pure Danton, che per venne messo in catene, poich il suo ventre alla Danton risultava incontenibile nelle camicie di forza.


2.

Bictre era ospedale, prigione, ospizio e orfanotrofio. L'uomo che si faceva chiamare Laplace risiedeva nel padiglione dei folli, noto come San Prisco, e godeva dei privilegi riservati ai "pensionanti", cio i convittori che pagavano una retta. Un medicastro di Parigi, previo adeguato emolumento, gli aveva scritto una domanda di ricovero per gravi attacchi di melancolia.
Aveva scelto di nascondersi in quel luogo perch teatro del massacro di settembre, quando i sanculotti avevano travolto i cancelli in cerca di aristocratici e preti. Nessuno lo avrebbe creduto tanto stupido da rinchiudersi dove, pochi mesi prima, la parodia di giustizia del popolino aveva fatto strage. Per un nemico della rivoluzione non vi era rifugio pi sicuro di Bictre.
Aveva scelto di restare in quel luogo perch terribile, capace di metterlo di fronte ai propri limiti. Limiti che, nella temperie che attraversava la Francia, era imperativo superare. Il contatto, la prossimit con corpi sfatti e sozzi, volti rugosi e nasi deformi, menti ingenue o deviate, rispondeva all'esigenza di fortificarsi l'anima, esercitando la volont nel superare paure e repulsioni ancestrali.
Era l'impresa pi difficile che avesse mai affrontato. La paura che aveva conosciuto sul campo di battaglia era puramente fisica. In guerra si poteva morire trafitti da una picca, o cancellati da un cannone, o trascinati da un cavallo in fuga, legati alla staffa per un piede. Quale uomo, quale vero soldato temeva davvero tutto questo? L'idea dello scempio del corpo gli procurava una lontana tristezza, ma non lo affliggeva.
Il contatto con la follia e la deformit era ben altra cosa. Macchine umane, bestie umane, macchinari bestiali che sbavano e imprecano, e ti fissano, immobili, o percorsi da tremiti, il volto orribile a una spanna dal tuo, tanto da sentirne il fiato, la puzza della carne e delle vesti.
Grazie all'orrore, aveva cominciato a fare ci che doveva, ci che aveva stabilito fin dall'inizio: usare quel girone di dannati per addestrare la sua peculiare abilit. Abilit lasciata cadere anni prima, imprecisa perch non pi addestrata, ma ritemprabile e potenzialmente decisiva. Su di essa contava, per dirigere verso un esito fortunato il disastro che la Francia subiva.

La stanza dove risiedeva era in un'ala vicina a quella dei casi pi duri, quelli che mettono alla prova la pazienza e l'umore, rischiando di spingere un debole verso la follia.
Una branda in legno, con un pagliericcio pulito e buone coperte, una sedia e un tavolo con carta, penna e calamaio. Alcuni libri sopra una mensola, ricavata nella pietra del muro, e un baule di vestiti, aperto, all'impiedi.
Detestava starsene sdraiato a far niente. Aveva stilato un programma giornaliero di esercizi, preghiere, riflessioni.
Spesso ripensava al barone, ai viaggi e alle esperienze fatte insieme, prima del Grande Disordine e della Grande Parodia.
Ricordava gli albori della rivoluzione, quando il Capeto regnava in ostaggio, ridotto al fantoccio che in fondo era sempre stato.
Pensava a come il barone si era illuso sugli stati generali, per poi convincersi che la rivoluzione era la rovina del mondo. Pensava alla fuga a Coblenza e alle cannonate di Valmy. Al sangue di Valmy. Alla disfatta di Valmy.
Poi l'abbaglio finale: un complotto per far evadere il re di Francia. Mossa prevedibile, facile da intuire e da sventare.
Il barone non poteva capire: troppo legato a un'aristocrazia gi appassita ben prima del Grande Disordine.
Per troppo tempo Laplace si era fatto trascinare dalle velleit, dalle false speranze negli esuli, dall'idea che "contro-rivoluzione" equivalesse a "restaurazione".
Il tentativo fallito di liberare Luigi gli aveva aperto gli occhi, consegnandogli una certezza che non avrebbe pi abbandonato.
La controrivoluzione  a sua volta una rivoluzione, oppure non  nulla.


3.

Gli inservienti avevano l'abitudine di picchiare sulla porta con durezza, da sbirri. Talora sembrava che usassero il palmo, invece del pugno. Il suono somigliava a uno schiaffo, che attraverso il legno diveniva un tonfo risonante.
L'uomo nella stanza diede voce a un assenso e gli inservienti entrarono. Facce grossolane, due mezzi armadi biondicci, musi segnati dalla prossimit col grado zero dell'uomo e da nasi spropositati: uno rubizzo, simile a un'escrescenza maligna, l'altro una specie di sonda, la cui punta cadeva verso il basso, sulle labbra, come attratta dal centro della terra.
- Cittadino Laplace, il governatore Pussin vuole vedervi.
L'uomo dal naso floscio era contratto, come se si attendesse un diniego e fosse pronto a convincere, o costringere, il convittore a seguirlo.
Laplace invece si infil il pastrano, con l'aria di chi si reca a un incontro fissato da tempo. Fuori, il sole invernale prendeva forza di giorno in giorno e la luce che rischiarava il cortile era sempre pi accesa. L'ampio lastrico grigio, contornato da smilzi aceri, si apriva come una piazza d'armi al centro delle architetture massicce di Bictre.
Solo i pazzi pi mansueti potevano passeggiare liberi a quell'ora del giorno. Un conciliabolo d'uomini d'et difforme ma vestiti alla stessa maniera: frac e culottes di tela grezza, calze al ginocchio, zoccoli e un berretto di lana. Alcuni sedevano per terra, altri su sedie e panche, quasi tutti ostentando compunzione, dignit, come immagini di antichi ritratti, Ateniesi e Romani di un'epoca nuova, moderni Ciceroni e Temistocli. Uno di essi, a forza di ripetizioni e frasi fatte, si produsse in un'esortazione astratta ad amare e servire la patria, l'idea di patria che potrebbe avere un bambino.
Laplace lo osserv da capo a piedi: era uno di quelli che non aveva ancora ribattezzato, e prima di entrare nelle stanze del governatore, decise che lo avrebbe chiamato Lafayette.

- Vi trovo bene, cittadino Laplace. Il vostro incarnato  roseo.
- S, cittadino Pussin, il mio umore  stabile, e non ne sono sorpreso. Sapevo che una degenza qui mi avrebbe fatto del bene.
Pussin scorse le carte che teneva sul tavolo.
- Nel nostro ultimo colloquio vi auguravate che la prossimit con chi  toccato dalla sorte in modo pi duro del vostro vi potesse aiutare.
Laplace annu.
- Sono certo che i benefici sarebbero anche maggiori, se potessi rendermi utile agli altri ospiti.
Pussin si accarezz il mento con soddisfazione.
- Lasciate che vi racconti una storia, cittadino. Vent'anni fa, un uomo entr a Bictre ammalato di scrofola. Lo avevano giudicato incurabile, eppure guar, anche grazie all'incarico di sorvegliante che gli venne affidato. Senza quell'incarico, non avrebbe conosciuto la sua futura moglie, sarebbe tornato nel Giura a fare il tintore di stoffe, forse si sarebbe ammalato di nuovo. Invece rimase qui, fino a occupare un posto di grande responsabilit.
- Quell'uomo siete voi, vero?
- Precisamente.
- Un tempo erano i sovrani a guarire la scrofola.
- Oggi sovrani siamo tutti. Per questo sono favorevole all'impiego degli alienati in svariate mansioni. Ciascuno secondo le proprie capacit. Gli uomini abituati alla fatica attingono e portano l'acqua dei pozzi, i contadini si dnno da fare nell'orto, altri nelle stalle, altri anche soltanto con una scopa in mano. Voi siete uomo di una certa levatura intellettuale, vi piace leggere. Potreste pensare a come mettere a frutto queste abilit per il bene comune. Potreste insegnare l'alfabeto a chi non lo conosce, oppure leggere storie edificanti a chi si sente schiacciato dalla sorte. Pensateci, cittadino Laplace. E quando ci avrete pensato, fatemi avere la vostra proposta. Vi auguro buona giornata.
Uscendo di nuovo nel cortile, Laplace si disse che Pussin era un illuso. Come troppi in quella temperie, era votato a una causa persa, perch falsa. La regina delle false idee. La convinzione assurda che gli uomini siano uguali, a dispetto di come appaiono, della loro natura, della purezza del sangue che li vivifica. Come dire che tutte le stelle in cielo sono equidistanti e brillano con la medesima intensit, oppure che tutti i colori sono uno soltanto.
Fino a pochissimi anni prima, gli alienati di Bictre, in catene, arrancavano incrostati di sporcizia nella penombra umida tra i muri, senza mai ricevere sulla pelle i baci e gli schiaffi del vento. Nel loro mondo, i raggi del sole erano pochi e irresoluti spifferi di barlume, grevi di polvere e insetti, inadatti a tagliare l'aria delle celle. Le cose stavano cambiando. Jean-Baptiste Pussin stava facendo la sua rivoluzione nella rivoluzione. Applicava idee inusitate, a loro modo coraggiose: trattare gli insensati come esseri umani, mirare a una loro "guarigione". Come se si potesse alterare la volont di Dio onnipotente a forza di teorie. Aveva tolto i ferri da polsi e caviglie, e si era messo a parlare agli alienati.
Mentre attraversava il cortile, Laplace osserv i folli che vagavano senza meta, come pesci in una vasca putrida. Riconobbe Mirabeau, Condorcet, Barre. Ci che si poteva ottenere da quegli esseri segnati era renderli docili, ed era un'operazione della Volont. Quando la cura pareva riuscire, in sostanza non si trattava che di questo: folle o non folle, un uomo ha la mente fatta di cera. Se la volont di un essere superiore, di un uomo nobile e forte si imprime con decisione in tale duttile materia, allora ecco apparire un risultato. Non una rivoluzione, ma la volont dell'uno che piega la volont dell'altro, e questo accadeva dalla notte dei tempi.


4.

Lo strepito e le urla giungevano da un luogo non prossimo, ma i suoni erano alti e distinti, ancorch caotici. L'uomo chiamato Laplace pass il breve dormiveglia a chiedersi dove si trovasse e cosa fossero quelle grida. Fantasmi affollarono la mente, ma poi si fece chiara la consapevolezza di essere nel suo alloggio, a Bictre. Le grida erano l'espressione di qualche insensato.
Urla di rabbia, lamenti, cantilene appartenevano al paesaggio sonoro del manicomio come i canti degli uccelli appartengono ai giardini nella bella stagione, ma l'uomo che si faceva chiamare Laplace, ormai sveglio e seduto sul bordo della branda, si chiese se quei suoni potenti e inarticolati provenissero da un essere umano o, piuttosto, da un grosso animale.
L'eccitazione si era trasmessa ai cani dei sorveglianti e ad altri internati. Il frastuono prese a montare, ad avvicinarsi, ora si sovrapponevano pi voci, intente a rivendicare, lamentare, minacciare, reprimere.
Le urla cessarono di colpo, mentre si lavava mani e faccia nel bacile. Ora l'unico rumore erano zoccoli lontani di cavalli, e passaggio di ruote sul selciato. Dopo meno di un minuto, il corridoio fu riempito da passi pesanti di pi paia di gambe, e imprecazioni a denti stretti.
Aperto l'uscio, l'uomo si affacci.
Un manipolo di sgherri trascinava un giovane.
Laplace aveva gi visto quei tratti regolari e l'ossatura solida. Aveva notato altre volte quel viso, il naso armonioso, bench popolano, e il capo incorniciato da boccoli biondi. Il corpo robusto ne faceva una sorta d'incrocio fra un putto e un carrettiere.
Dunque erano suoi gli ominosi strilli uditi poco innanzi.
Si chiamava Malaprez, gli avevano detto. Con ogni probabilit, i suoi antenati erano usciti, fieri, giovani di razza e aspirazioni, dalle selve della Franconia, pi di mille anni prima, ma Dio aveva voluto che il biondo dai lineamenti perfetti fosse un bruto, un essere non molto sopra l'animale.
Laplace non era ingenuo: la volont di Dio doveva essersi manifestata non con un singolo atto d'imperio, traendo un bruto da un ventre di donna; piuttosto, per imperscrutabili scopi, aveva corrotto la linea di sangue che portava dagli antichi fino al biondo, attraverso incroci con esseri inferiori, e questo aveva generato la follia.
No, non era ingenuo, Laplace, e nemmeno tanto arrogante da credere di conoscere la volont dell'Onnipotente. Eppure, il fatto che Malaprez si trovasse li, vicino a lui, sotto lo stesso tetto, coi suoi perfetti lineamenti e la terribile brutalit, doveva senza dubbio voler dire qualcosa.
Malaprez era a Bictre da un anno o poco pi. Come per molti, si ignoravano i motivi originali del ricovero. Si sapeva, per, che durante il massacro di settembre un randello lo aveva colpito al cranio, forse pi di una volta. Ne portava ancora i segni sulla cute, sfregi biancastri fra la chioma sottile.
Da quella notte, Malaprez aveva perso la favella e ogni barlume di senno. Si esprimeva a mugugni e, di tanto in tanto, conosceva sfoghi di rabbia animalesca.
Stretto nella camicia di forza, il giovane sfil spinto dagli inservienti. Ora sembrava placato.
Il governatore Pussin era un illuso, certo, ma non uno sprovveduto. Vi era un non-si-sa-mai alla base del suo esperimento: una camicia dalle maniche chiuse e provviste di legacci, che si potevano fissare dietro la schiena. Una veste di contenzione, ben pi morbida delle catene, idea di un tappezziere dei dintorni.
Gli occhi di Laplace e quelli del folle si incrociarono.
Un attimo dopo, l'alienato, con la sola forza del tronco, riusc a divincolarsi e tra grida altissime, agghiaccianti, prese a scalciare alla cieca intorno a s. La camicia di forza si allent. Laplace arretrava un passo alla volta, senza perdere di vista la scena, che aveva il fascino vuoto dell'istante che pu preludere l'inferno.
Accorsero altri inservienti. Fu con la forza del peso e del numero che lo vinsero. Alla camicia di forza, stretta a dovere, si aggiunse una catena ai piedi. Tenuto sdraiato da molte braccia, nella polvere, Malaprez si divincolava. La rabbia disperata stava scemando.

Estratto dal
DECRETO GENERALE SUGLI SPETTACOLI E I TEATRI

13 gennaio 1791

Ogni cittadino potr aprire un teatro pubblico e farvi rappresentare opere di tutti i generi, facendo, prima dell'apertura del teatro stesso, una dichiarazione alla municipalit del luogo.
Art. 6. Gli impresari, o i membri dei diversi teatri, saranno, in ragione del loro stato, sotto il controllo della municipalit e riceveranno ordini solo dagli ufficiali comunali, che non potranno bloccare n impedire la rappresentazione delle opere, fatta salva la responsabilit degli autori e dei commedianti, e che nulla potranno ingiungere ai commedianti, se non quanto previsto dai regolamenti di polizia.
Art. 7. Agli spettacoli non sar presente pi di una guardia esterna. Ci saranno sempre uno o pi ufficiali civili all'interno delle sale, e la guardia non vi entrer, a meno che la sicurezza pubblica non sia compromessa, & su richiesta esplicita dell'ufficiale civile, il quale si conformer alle leggi e ai regolamenti di polizia.

Estratto dal
DECRETO SULLA SORVEGLIANZA DEGLI SPETTACOLI

31 marzo 1793

La Convenzione nazionale incarica il suo comitato d'istruzione pubblica di farle continuamente rapporto sulla sorveglianza da esercitare sopra i teatri e gli altri spettacoli pubblici.

 SCENA QUINTA
 In discesa
Fine aprile 1793


I.

Era una di quelle sere in cui le facce del pubblico in prima fila ti si stampano in testa. Accade quando stanno li e ti fissano, e non dnno voce o gesto alle emozioni.
Lo guard l'attore che lo affiancava sulla scena, un povero cane, dopo avergli porto la battuta in modo magistrale. Talento sprecato, pens Lo: il collega cane aveva bruciato brutalmente i tempi comici. Poi  ovvio che la prima fila guarda attonita. E in seconda, terza, qualcuno gi sbadiglia.
Era una compagnia di terz'ordine. La sua presenza li, tra loro, sul palco, turbava gli equilibri degli attori mediocri. La sua bravura non alzava il livello generale della rappresentazione: era semplicemente un pesce fuor d'acqua. Per contrasto, la sua maggior abilit tecnica rendeva tutto pi farraginoso. L'unica nota positiva erano le attrici: sembravano disponibili, erano molto rispettose...
Perso dietro il filo dei pensieri, Lo sbagli i tempi a sua volta. Prov a redimersi forzando le battute successive, ma il pubblico sembr cogliere la disarmonia. Magari frequentava quel teatro da anni, anzi di certo era cos. Magari la gente in prima fila era abituata allo stile e alla maniera dell'attore rimpiazzato da Lo. Di meglio non aveva troyato: fare il sostituto. La voce si era sparsa in fretta tra gli impresari: Modonnet il piantagrane. Modonnet il portaguai, Modonnet l'esibizionista. Eccolo li, a sprecare il proprio talento in mezzo a quel branco di cani.
Lo colse con la coda dell'occhio un tizio, in seconda fila, che sporgeva il capo tra due teste, e lo scuoteva con intenzione. Lo pronunci la battuta successiva, pensando che le commedie distese erano noiose, specie quelle in voga in Francia in quel momento: storie edificanti di gente insignificante. La testa in seconda fila oscill di nuovo ostentando disapprovazione. Lo usc di scena e, appena dietro la quinta, continu a osservare il comportamento delle prime file. Ora toccava alle attrici, con vestiti aderenti e scollature generose. I sorrisi di compiacimento si sprecavano.
La scena ebbe termine e Lo rientr. Era il momento di una lunga tirata, e lui si sentiva in grado di convincere chiunque. Incominci: modulazione di voce, gesti ampi ma non troppo enfatici, movimenti calibrati... e testa in seconda fila che continuava a fare no, accompagnata da gesti con la mano e smorfie con la bocca. Forse erano amici dell'attore che Lo sostituiva, ma che colpa ne aveva lui se era caduto malato? Gente in malafede...
Termin il monologo e in quel momento la testa in seconda fila si alz e un verso risuon nella platea.
- Bau! Bau!
Lo si blocc e cerc gli occhi del provocatore. Lo guardavano con un'espressione di scherno.
Decise che poteva bastare. A passi lunghi scese in platea.
Il tizio aveva cambiato faccia. Si era indurita. Intanto gli altri attori facevano capolino da dietro le quinte e molti spettatori erano in piedi. Lo pens a una battuta adeguata, ma l'unica cosa che gli sovvenne fu una replica all'altezza della provocazione. Riprodusse anche lui un verso da cane. Ringhi.
Poi sfoggi il miglior sorriso e avanz verso l'avversario a braccia aperte. Giunto a distanza utile, sferr una testata che colp lo spettatore ma non ebbe la forza di abbatterlo.
Lui e i suoi amici reagirono e Lo fini al centro di un parapiglia. Menava schiaffi, calci e pugni alla maniera che aveva appreso da ragazzino.
Mentre lottava, quasi alla cieca, benedisse di aver avuto, pur nella sventura d'essere orfano, un padre putativo come Giovanfranco Mingozzi, guardiano delle tenute del marchese e factotum. Mingozzi, cresciuto in una citt ostile e violenta, dalle strade malsicure, dove i maestri d'arme che insegnavano scherma, lotta e trovar di braccia facevano fortuna. Mingozzi gli aveva insegnato a difendersi... e a offendere, cosa che aveva deciso la sua sorte. Addio, Bologna; eccomi, Parigi.
Al tempo stesso, mentre mulinava braccia in ogni direzione, Lo si maledisse. La faccenda buttava male, molto male. Fu colpito da un cazzotto in pieno volto: almeno uno doveva arrivargli, e quell'uno era stato poderoso. Una delle lezioni di vita di suo padre era stata: "Se fai a pacche serie, giovine, una botta passa sempre la guardia".
Fini a sedere per terra. Con l'agilit di un saltimbanco fece una capriola all'indietro e si rimise in piedi, in tempo per sferrare un calcio ai genitali all'avversario di turno. Si accorse che gli sanguinava il naso e imprec.
Si ud un colpo di pistola, e voci concitate sovrastarono lo strepito. La rissa si plac.
Moschetti e coccarde. Gattabuia per tutti, per me specialmente, pens Lo.


2.

Nogaret lo guard con blando interesse.
- Voi siete quel che si dice una testa calda, Modonnet. Ancora, turbamento dell'ordine pubblico e in pi un gesto che non posso che definire "aggressione". Avete deciso che la vostra testa, l dove poggia, vi  d'ingombro?
L'espressione di Lo era livida. Guai, fitti guai, una selva di cazzi, una brutta, bruttissima gatta da pelare.
- Non so davvero che cosa mi  preso, cittadino. Tra il pubblico c'era un provocatore...
Tacque, davanti alla solita mano alzata di Nogaret.
- Non sono io a dovervi insegnare il teatro, Modonnet.
Il pubblico ha tutto il diritto di dissentire, mentre una reazione come la vostra comporta un'ammenda di venti lire, oppure quattro giorni di prigione. Nell'un caso o nell'altro, una segnalazione scritta col vostro nome al comitato di istruzione generale.
Una frustata di sudore freddo colp Lo.
- No, la segnalazione no, cittadino Nogaret.
Il funzionario trasse un profondo respiro.
- Si, la segnalazione si, Modonnet. Ho ricevuto ordini molto chiari in proposito, e la Musa mi perdoner se con questo la priver dei vostri servigi Fece cenno alle guardie che prelevassero l'arrestato. - Sempre che non mi ringrazi, - concluse.
Lo dovette accettare lo scherno, anche se quelle parole lo ferivano. Guard in basso, mentre gli mettevano i ferri ai polsi.
- Recitare  la mia vita. Non ho mai fatto altro.
Nogaret lo fiss sornione.
- Potreste sempre arruolarvi. La Repubblica ha bisogno di buoni patrioti. In fondo siete francese ormai.
Lo non seppe cosa replicare e si lasci portare via in silenzio. L'ultima immagine che ebbe di Nogaret fu quella della sua faccia mogia china su una nuova pratica.


3.

I quattro giorni di galera passarono in fretta: non altrettanto le notti. Abituato a recitare ogni sera, per le prove o per il pubblico, Lo perse subito il sonno nel pantano dell'inazione. Al suo posto, sulla paglia fetida della cuccetta, trov per compagne una sfilza di domande, sempre le stesse. Quando sarebbe tornato a recitare? E quanto avrebbe avuto da risentirne la sua carriera di attore? Parlava sul serio, quel Nogaret? La sua segnalazione avrebbe davvero avuto effetto?
O era tutta una finta per impressionarlo?
Lo pens alla scazzottata. Si consol pensando che almeno non aveva ucciso nessuno. Pens alla terribile notte di sette anni prima, quando aveva detto addio a Bologna in fretta e furia, con la benedizione di Mingozzi.
Oddio, benedizione... Pi simile a un chlz int'alcul.
Mingozzi. La rottura era stata dolorosa, segnata dalla delusione del vecchio padre per com'era "venuto su" il figlio. Giunto a Parigi, Lo aveva trascorso un anno senza scrivergli, finch una sera, parlando con saltimbanchi che erano passati per Bologna, era venuto a sapere che era morto. Dopo quel giorno, non aveva mai pi pianto, se si escludeva la lacrima versata per la morte del maestro Goldoni.

Lo, ovvero Leonida, aveva maturato l'amore per il teatro assistendo sin da fanciullo alle commedie che il marchese Albergati metteva in scena nella sua villa in campagna. Commedie sovente scritte dal medesimo marchese - che s'inorgogliva nel rammentarlo a tutti - e altrettanto sovente regalate dal maestro Goldoni, che le scriveva espressamente per l'amico.
Francesco Albergati, al pari di non pochi altri nobili d'Europa e al contrario dei molti culastracci costretti a recitare per campare, poteva permettersi di essere un amateur,; nondimeno, era uomo di teatro a tutto tondo, o almeno in altorilievo: non pago di scrivere e allestire, faceva pure l'attore.
Nella maggior parte dei casi, le messe in scena erano riservate agli amici aristocratici (membri delle famiglie senatorie bolognesi e ospiti di rango), ma il marchese era imbevuto d'idee nuove, era in corrispondenza coi pi illuminati spiriti del suo tempo, incluso - si diceva - l'immenso Voltaire. Perci, in talune occasioni, le recite avevano luogo sotto la volta del cielo, aperte a chiunque vivesse o lavorasse o passasse nei dintorni della villa.

In una di quelle sere, Leonida aveva visto mettere in scena Il campiello di Goldoni.
A quell'epoca, il maestro viveva a Versailles e insegnava italiano alle figlie di Luigi XV. Scriveva al marchese raccontando i fasti e le stranezze della corte di Francia, e quei resoconti trapelavano, gocciolavano in basso, arrivavano fino alla servit e uscivano dai muri della villa, fabulandosi vieppi. In quel di Zola, tre leghe a ponente di Bologna, Goldoni era una leggenda popolare.
A Leonida avevano raccontato che, durante la famosa ultima visita, il maestro lo aveva addirittura fatto sedere sulle ginocchia, el fantolin, e lo aveva fatto ridere mostrandogli facce buffe, strabuzzando gli occhi e gonfiando le gote. Lo aveva due anni.
Ne aveva otto quella fatidica sera, quando, terminata la commedia, si era girato verso Mingozzi e gli aveva detto: "Me, da grand, a voi fr l'atur!"
Mingozzi aveva scosso il capo e gli aveva risposto: "Il marchese fa l'attore perch ha i baiocchi. Te, se fai l'attore, vai a far la fame".

Giovanfranco Mingozzi aveva un fisico asciutto e muscoloso, occhi di bragia e barba nera. Nel 1760 aveva cinquantadue anni, e da ventidue lavorava per gli Albergati. In giovent era stato soldato e tante altre cose di cui non parlava mai. Non s'era mai sposato, o almeno un suo matrimonio non risultava a nessuno, ma dicevano avesse seminato figli tra Bologna e le Romagne, oramai tutti grandi.
Pure attorniato da molte persone, il vecchio reduce si sentiva solo.
Quando una giovine serva di Villa Albergati era morta sgravando un figlio di pater numquam, Mingozzi s'era commosso per la creaturina e aveva impedito che la portassero alla ruota degli esposti. Il bimbo sarebbe rimasto li: lo avrebbero cresciuto come il figlio di tutti... ma di Mingozzi un poco di pi. L'avevano chiamato Leonida, nessuno ricordava il perch. Era un nome come un altro. A Mingozzi avevano detto: "Dgli il tuo cognome", ma lui no, lui riteneva giusto dargli quello della povera mamma, ch di lei serbasse almeno qualcosa.
La miserella si chiamava Natalina Modonesi. Di lei non si sapeva molto, anche perch era arrivata da poco, gi incinta. Aveva fatto giusto in tempo ad abituarsi, a ricordare i nomi di tutte le altre, che il parto l'aveva stroncata.

Fuggito da Bologna e dall'Italia per giungere a Parigi sulle orme di Goldoni, Leonida si era cambiato nome, voltandolo in francese, e padre, creandosene uno capocomico. Meglio figlio d'arte che figlio di nessuno.
Era il 1786.

Un minuto dopo l'altro, notte dopo notte, il gocciolare dei dubbi apr a Lo un tale buco nel cervello, che appena il cancello della prigione gli si schiuse davanti, si butt a capofitto per le strade di Parigi, dritto al teatro pi vicino, senza nemmeno passare da casa per cambiarsi d'abito. Impresari e capocomici, d'altronde, lo conoscevano bene, e il rispetto che gli portavano non dipendeva certo dalle sue camicie pulite.
- Mi spiace, Lo, la compagnia  al completo.
- Niente da fare, Bologna. Prova a sentire al Pantano, mi pare cercassero.
- No, Modonnet, un posto per te non ce l'abbiamo.
L'ultimo rifiuto parve a Lo meno netto degli altri. Intravide uno spiraglio e ci si infil di slancio.
- Ti ringrazio, Jean, - rispose. - So che vorresti darmi una parte di rilievo,  gentile da parte tua non propormi un ruolo di secondo piano, ma in questo momento...
- Le parti sono tutte assegnate, Modonnet. Non saprei cosa farti fare.
Lo non si perse d'animo, aveva bisogno di recitare, un modo doveva esserci.
- Senti, Jean: non  che potrei lo stesso fare le prove con voi? Aiutare gli attori pi giovani con le battute difficili, fare il suggeritore, sostituire alla bisogna chi dovesse mancare, prima o poi capita sempre, che manchi qualcuno, e io invece potrei imparare tutte le parti e diventare un specie di factotum, eh? Che ne pensi? Me a fg ad ttt! Largo al fgtotum! E in cambio ti chiederei solo il vitto e i quattro spiccioli che bastano a placare quella sanguisuga del mio padrone di casa.
- No, Modonnet, - fu la risposta, - non si pu fare.
E mentre Lo annaspava per trovare la battuta giusta, di fronte a un rifiuto all'improvviso tanto duro, l'uomo che lo aveva pronunciato frug in una tasca della giacca e gli sventol un foglio davanti al naso.
Portava l'intestazione del comitato di istruzione pubblica. Era indirizzato a tutte le compagnie di attori e ai proprietari di teatri della capitale. Era un elenco di nomi, preceduto da una frase breve e definitiva:

Visto il ripetersi sempre pi frequente di disordini e intemperanze nei luoghi dati agli spettacoli, si consiglia di prendere provvedimenti - sul palco e in platea - nei confronti dei seguenti cittadini, che tali tumulti hanno innescato e fomentato nel corso degli ultimi mesi.

Lo non dovette scorrere molti nomi prima di trovare il proprio: era il terzo della lista, dopo quelli di Fourmillon e Jeannard, due guitti notoriamente controrivoluzionari.
- Hai la rogna, Modonnet, - fu l'amara sintesi. - Un consiglio del genere  peggio di una sentenza: questi cominciano a sospendere le rappresentazioni, a chiudere i teatri, e nessuno vuole correre rischi e attirare controlli.
- Ma se ti dico che starei dietro le quinte, che salirei sul palco solo per le prove, che...
L'uomo scroll la testa deciso, ripieg il foglio, lo infil nella giacca e si conged con un "Buona fortuna" tanto falso che non puzzava nemmeno di piet.
Il giorno ormai volgeva al termine, la luce del sole stampava riflessi sui muri dei palazzi. Lo decise di rientrare a casa, mangiare un boccone, scoprire quali nuove domande avrebbe trovato nel letto al posto del sonno.
Lungo la strada, in mezzo alla folla, osservava uomini e donne impegnati nei lavori pi diversi e si immaginava a faticare al posto loro per guadagnarsi il pane. Non sapeva fare altro che recitare, e in fondo cosa ci si poteva aspettare da un bimbo che Carlo Goldoni aveva tenuto sulle ginocchia?
Spi da una finestra aperta gli operai di una tipografia. Sudati, le mani sporche di inchiostro, si affannavano sulle lastre, mentre un tizio magro urlava loro di fare in fretta, pi in fretta. Come facevano a sopportarlo in silenzio?
Una ragazza giovane, dagli occhi intensi, vendeva fiori malmessi all'angolo di una piazza. Lo ne studi i lineamenti dolci, le curve aggraziate del corpo. Anche la voce era ben impostata. Una cos, con un buon maestro di recitazione, poteva diventare di quelle attrici che fanno scegliere il pubblico tra due pices di uguale valore. E invece sprecava le sue doti naturali per vendere una merce futile e ormai appassita. Sarebbe finito anche lui cos? A irretire coi gesti e le parole un pugno di rozzi clienti, per convincerli a comprare una libbra di cetrioli?
La citt si faceva sempre pi scura, i suoi pensieri anche. I passi lo condussero alla porta di casa, sulle scale, fino al ripiano che dava nel sottotetto. E li, sul ripiano, in una mucchia informe e colorata, c'erano i suoi vestiti, i libri, una lampada, due scodelle. Addossati alla parete per lasciare libero il passaggio, gi coperti di calcinacci e polvere di muro.
Lo raccolse un opuscolo sottile e spazz la prima pagina con l'avambraccio.

IL VENTAGLIO
di Carlo Goldoni

Tratta di tasca una grossa chiave, armeggi con la serratura e nell'unica stanza del suo appartamento si trov di fronte un uomo a petto nudo.
- E voi chi siete? - dissero le due bocche nello stesso momento.
L'attimo dopo, entrambi pretendevano di essere il legittimo inquilino di quel buco.
L'uomo a petto nudo si fece largo verso la tromba delle scale e ci url dentro:
- Mastro Picard, venite un po' su, c' qui quello di prima che non se ne vuole andare.
Gi dabbasso si senti un rumore di serrature, poi la testa bovina di Picard si affacci dal piano di sotto, punt il dito verso l'alto e prima ancora di cominciare a salire, prese a gridare:
- Tu, saccodimerda! Sono quattro giorni che ti cerco, quattro giorni, mi devi due mesi d'arretrato e io nel frattempo son costretto a comprare la carne a credito, a supplicare il macellaio per colpa tua. Piglia i tuoi quattro stracci e smamma veloce. Sci, pussa via, non la voglio pi vedere, quella tua faccia di culo.
Quando fu a destinazione, l'energumeno si avvent sulla roba di Lo, i vestiti, i libri, le lampade, e senza dire n a n ba, prese a precipitarli gi per il vano scale, raccogliendoli a bracciate come se fossero sterpi e foglie secche.
Lo avrebbe voluto con piacere saltargli addosso, fargli ingoiare la boria insieme ai denti, ma si disse che un'altra rissa, altra prigione, altre notti insonni, non erano davvero quel che ci voleva per sbrogliare il gomitolo della sua esistenza.
Si limit a dire che aveva capito, che non c'era bisogno di quella sceneggiata, che buchi di culo come quello ce n'erano migliaia, a Parigi, anche pi economici, e che pertanto se ne sarebbe andato subito volentieri e pure chiedendo i danni per quegli effetti personali che si fossero rovinati nella caduta.
Quindi scese al pianoterra, stese un lenzuolo sul pavimento sporco, ci raccolse sopra tutti i suoi averi, leg gli angoli a coppia e, con un nodo in una mano e uno nell'altra, si appoggi il fagotto alla schiena e usc per strada, dove un'altra notte insonne lo aspettava indifferente, additandogli come giaciglio la nuda terra e come tetto la volta di un ponte a cavallo della Senna.

Estratto dalla
LETTERA DEI DEPUTATI
JEANBON SAINT-ANDR ED LIE LACOSTE,
INVIATI IN MISSIONE NELLA DORDOGNA
PER CONTO DELLA CONVENZIONE NAZIONALE,
AL DEPUTATO BARRE

I disordini della Vandea e dei dipartimenti vicini sono inquietanti, senza dubbio, ma sono davvero pericolosi solo perch il santo entusiasmo per la libert  soffocato nei cuori. Ovunque ci si  stancati della rivoluzione. I ricchi la detestano, i poveri non hanno il pane e li si persuade che devono prendersela con noi.
I cosiddetti moderati, che in qualche modo facevano causa comune con i patrioti e desideravano almeno una qualsivoglia rivoluzione, oggi non ne vogliono sapere, aspirano a farla regredire, e anzi, diciamocelo: vogliono la controrivoluzione e sono legati col cuore, l'intenzione, la volont, e presto anche con le azioni, agli aristocratici.
II povero non ha pane e il grano non manca, ma rimane chiuso nei magazzini. Bisogna far vivere il povero con un atto d'imperio, se vogliamo che egli ci aiuti a fare la rivoluzione.
Nei casi straordinari, non bisogna considerare altra legge che quella suprema della salute pubblica.

 SCENA SESTA
 Maximum
1 maggio 1793


I.

C' dei garzi che li piazzi difronte a una mucchia di gente e ti san dire subito quanta ce n'. Ma no a mazzi di mille, che son buoni tutti, no, precisi come Madama Ghigliottina.
Seimilatrecento, ci fa Gurin stamane, quando si prende su dalla Porta di Sant'Antonio, dove c'era la Bastiglia, e si tira dritto fino al Maneggio, per dare una bella strigliata ai ronzini della Convenzione, che se ne stanno li a ruminare da una settimana, ma la legge sul maximum non la cavano fuori.
Numeri a parte, se ci pensi bene, non c' poi tanto da sbigottire difronte a tanta smossa. Quando hai la panza e il borsello vuoti, mettere un prezzo massimo sulla roba da mangiare non  qualcosa che lo devi spiegare, basta che lo dici e son tutti d'accordo, a parte la riccaglia e i bottegai. Piuttosto devi spiegare il contrario: ci vuole una gran lingua per convincere gli stracciaculo che il prezzo del pane ha da essere libero, cio libero di affamarli. E infatti Robespierre, Marat e Saint-Just ci s'erano messi d'impegno, da in vetta alla Montagna, a spiegarci 'sta grande verit dell'economia, e pure Danton e Barre, dalla stanza della regina, che adesso ospita il comitato di salute pubblica. Dicevano che il maximum non  mica giusto, che bisogna starci attenti, che se blocchi il prezzo del grano va a finire che gli zotici se lo tengono in campagna, per risparmiare sui costi del viaggio, e a noi di Parigi ci tocca coltivare sui tetti delle case. E soquanti s'erano lasciati convincere. Poi per da marzo ha preso a piovere merda, come si dice al club dei sanculotti.
Anzitutto i brissotini hanno fatto mettere Marat sotto processo perch aveva incitato ai saccheggi. Marat! L'Amico del Popolo! Una dichiarazione di guerra, dadentro anzich dafuori.
Poi in Vandea gli zotici si sono rivoltati contro la Repubblica, in nome di Luigi Carlo, il rampoldo del Capeto. Combattono con una bandiera gigliata che ci ha il suo nome scritto sopra e contano il tempo dal giorno che gli abbiamo accorciato il paparino, dicendo che adesso siamo nell'anno primo del regno di Luigi XVII. Rivogliono il papa, i nobilardi e tutti quelli che li tenevano nel fango. Agli zotici il fango piace. Ci nascono, ci vivono e ci muoiono, come le cipolle che coltivano.
Per chiudere in bellezza, il generale Dumouriez, che doveva incularsi l'Olanda, ha fatto il salto della quaglia ed  passato con gli Austriachi. E siccome Brissot e i suoi gianfotti erano compari dell'infamone, trentacinque sezioni di Parigi hanno portato alla barra una petizione, col sindaco in testa, per chiedere che i brissotini vengano sbattuti fuori dalla Convenzione, mettendoci pure un calcio nel culo.
Intanto il prezzo della roba continuava a salire, a salire... Allora lass sulla.Montagna si sono detti: ve' che qua butta male, se non gli diamo il maximum va a finire che diventa tutta Vandea. Altro che leva di massa, altro che volontari pronti a difendere la nazione: se uno pensa che la femmina e i garzotti moriranno di fame, col zullo che va a farsi sparare al fronte. Perch la miseria, di che ci dai, finisce che ti fa rimpiangere la schiavit, ch almeno un tozzo di pane, tra una frustata e l'altra, il padrone te lo dava. Cosi quelle gran zucche hanno smesso di insistere a dire e stradire che il maximum non si pu fare. Anzi, adesso sono convinti che con una legge cos, gli zotici e i monopolatori la piantano di imboscarsi la roba per poi aspettare di venderla quando il prezzo  salito, e quindi, guai a chi tocca la propriet degli altri, ma aggiungono che se uno usa quel che ha per far del male al popolo, allora bisogna costringerlo a usarlo bene. Insomma si son convertiti e noialtri siam ben contenti di poterci dire d'accordo.
Ecco perch stogiorno ci s' trovati in seimilatrecento, e si va dritti al Maneggio delle Tegolerie, per ribadre il concetto ai brissotini e a tutti i chiappecalde della Convenzione.


2.

Treignac osserv la folla circondare il palazzo e ripet a s stesso quel che da giorni andava ripetendo ai commissari di sezione: permettere al corteo di attraversare Parigi non era affatto una buona idea. Men che meno lasciarlo libero di arrivare fin sotto le finestre delle Tegolerie. Bench fosse di simpatie montagnarde, Treignac non aveva grande fiducia nella mitica disciplina sanculotta, quella temperanza fiera e composta incensata da pap Duchesne. Ancora meno fiducia, d'altronde, nutriva nei provocatori controrivoluzionari, sempre pronti a infilarsi dove c'era folla, per eccitare gli animi e rovinare la festa.
Purtroppo il suo parere contava ben poco, di fronte a quello dei caporioni del comune, tipi come Chaumette e il sindaco Pache, che avevano deciso di compiacere il popolo, lisciarsi gli arrabbiati, spaventare i girondini di Brissot, farsi belli coi montagnardi e ottenere il massimo, tutto in una sola giornata e con un solo corteo. Tanto non erano loro a dover mantenere l'ordine. Con tutto che di cortei non ce n'era uno soltanto, bens due, e adesso magari si finiva per litigare su chi aveva il diritto di entrare per primo, se i cinquemila sanculotti di Sant'Antonio, in ragione del loro numero, o le duecento donne di Versailles, per via che s'erano fatte a piedi pi di quattro leghe.
Appoggiato al tronco di un platano, discosto dal grosso della folla, Treignac ne teneva d'occhio il ribollire, pronto all'intervento in caso di bisogno, anche se gli uomini di cui disponeva erano ben poca cosa di fronte al muro di teste che ora cingeva la Sala del Maneggio.
Fu da quella posizione che si vide venire incontro il figlio di Marie Nozire.
- Allora, Bastien, che si dice l davanti?
Il ragazzino si asciug il naso con la manica e rifer.
- S' deciso che entrano prima quelle di Versailles, perch la loro petizione  pi corta della nostra, e poi devono tornare a casa prima di buio.
- Giusto, - comment laconico Treignac. - Perch tua madre continua ad agitarsi?
- E che quelli alla porta dicono che dentro c' gi troppa gente, le tribune sono piene, e allora dei nostri non ne fanno entrare pi di quaranta.
- Non bastano?
Il ragazzino annu.
- Si, ma si scazzano su chi deve entrare. Mia madre dice che le donne, a Sant'Antonio, sono pi di met degli abitanti, e che allora han da essere met anche dei quaranta che entrano, cio venti. E poi, siccome le prime a chiedere il prezzo massimo son state loro, gi due mesi fa, allora chiedono che sia una donna a presentare la petizione alla barra.
Treignac scosse la testa.
- Tua madre  strana, - disse. - Ma che dobbiamo fare, adesso? Contare quanti biondi ci sono al foborgo e metterne abbastanza tra quelli che van dentro? E gli zoppi? Quanti zoppi abbiamo nel foborgo? Almeno tre zoppi su quaranta bisogner metterceli, non trovi?
Il ragazzino si fece una risata.
- E tre scrofolosi e una battona, negoddio!
Treignac si fece serio.
- Frena la lingua, garzo, o te le suono a tamburo. Che altro?
- Parler Muzine.
- Muzine! Sacrodio... - mormor Treignac tra s, guardandosi la punta delle scarpe. - Va', vai a dare un'altra occhiata. Quelli non la smettono pi di discutere.
Il ragazzino fece per allontanarsi, fiero del suo compito, ma fatti due passi si ferm e gir la testa.
- Io per resto con te. Ti guardo le spalle, eh, Treignac?
Treignac raccolse un sassolino e glielo tir dietro, imprecando che la piantasse di cianciare, se voleva guadagnarsi il soldo che avevano pattuito.


3.

Quando senti nelle orecchie la voce della Convenzione, Marie Nozire non pot fare a meno di trattenere il fiato.
La Sala del Maneggio era un rettangolo lungo e stretto. La forma si doveva alla sua antica funzione: quella di far sgroppare cavalli, senza che i nobili fantini si bagnassero il capo nei giorni di pioggia. Sui due lati corti, una sopra l'altra, si arrampicavano le tribune popolari, gremite di teste. Marie riconobbe il grande stendardo che le donne di Versailles avevano portato in processione: "Vogliamo una legge sul prezzo dei grani", c'era scritto in caratteri maiuscoli, con lettere alternate rosse e blu.
Dalla volta del soffitto, alta quanto la navata di una chiesa, pendevano tre maestosi lampadari e un tricolore di Francia.
Le grida e le chiacchiere del pubblico rimbalzavano l contro e grandinavano gi con violenza, mentre per le parole degli oratori era tutto l'opposto, sembravano salire e dissolversi come nebbia estiva. Sui lati lunghi sedevano i deputati, e al centro della sala, intorno a diversi tavoli, prendevano posto i ministri e i membri dei vari comitati. Di fronte a questi, dietro un parapetto di legno, si apriva lo spazio per le delegazioni popolari che presentavano richieste, denunce, accuse.
I quaranta di Sant'Antonio stavano l dentro come buoi al mercato, in piedi, spingendo per avanzare di qualche posizione, affacciarsi alla barra, riconoscere questo o quel deputato.
Anche Marie cercava di guadagnare un buon posto, ma non per smania di stare in prima fila. Voleva piazzarsi di fianco a Muzine, l'uomo che avrebbe letto la petizione a nome di tutti, per esser certa di afferrare bene le sue parole. L'oratore ufficiale del foborgo, il tintore Gonchon, si era sentito male la sera prima, ed erano rimasti con la merda in tasca. C'era chi diceva che quel malore improvviso gliel'avevano suggerito alcuni amici, delusi dai suoi discorsi pi recenti, a favore di una pace tra Gironda e Montagna. Altri dicevano di averlo visto sbafarsi quindici rane e che di sicuro erano state quelle, a ballargli nello stomaco tutta notte. Sia come sia, era saltato su Jean-Claude Muzine, uno della cagnaccia, a dire che lui ce l'aveva gi tutto in testa, un discorso bello forte, che senza dubbio non avrebbe fatto rimpiangere l'oratore titolare. In tanti allora l'avevano sostenuto, dicendo che lo stesso Gonchon, tra uno scacazzo e l'altro, l'aveva designato per rimpiazzarlo. Cosi lo sbirro aveva ricevuto l'investitura, e Marie non voleva perdersi il suo discorso.
Raggiunse a fatica la meta dei suoi compermesso, mentre l'oratore si schiariva la voce per cominciare.
- Cittadini, - sgol, - siamo qui a presentarvi una petizione degli abitanti del quartiere di Sant'Antonio.
Il nome del foborgo pi rivoluzionario di Parigi strapp applausi di simpatia dalle tribune e dai banchi della Montagna. Muzine annu soddisfatto, come se l'entusiasmo fosse rivolto a lui e al suo timbro di voce grave e compunto.
- Essi sono qui fuori, - continu, - in numero di novemila, e domandano di sfilare davanti alla Convenzione, con tutto il rispetto che si deve ai rappresentanti del popolo, tranquillamente e senza portare armi.
Di nuovo gli applausi gonfiarono il petto dell'oratore.
- Incaricati del popolo sovrano, - riprese. - Da molto tempo, occupandovi solo di interessi particolari e di denunce degli uni contro gli altri, voi avete ritardato il cammino che dovreste intraprendere. Riuniti in questo consesso per fare il bene di tutti, per redigere leggi repubblicane, rispondete, che avete fatto? Avete fatto molte promesse e non avete mantenuto nulla.
Un brusio di dissenso si alz senza distinzioni da Montagna e Pianura, destra e sinistra dello schieramento. Da dietro le spalle di Marie, invece, arrivavano esortazioni a mezza voce: "Bravo Muzine!", "Cantagliele secche!"
- Noi di Sant'Antonio, - si inalber l'oratore con un bel vibrato, - siamo pronti a partire per la Vandea e a buttare a mare i rivoltosi. Bruciamo dalla voglia di mostrare ai tiranni che i repubblicani francesi sono pi forti delle loro congiure. Ma le nostre donne e i nostri bambini non hanno n cibo n vestiti: come possiamo lasciarli? Affamare il popolo significa non meritare pi la sua fiducia. Fateli anche voi, dei sacrifici: la maggior parte di voialtri dimentichi di essere proprietaria di terre. Se approverete il maximum, noi difenderemo le vostre propriet e pi ancora quelle della patria. Ma non basta, mandatari: ascoltate un membro del vostro sovrano, il popolo. Le tre sezioni del foborgo di Sant'Antonio hanno stabilito quanto segue.
A quel punto, Muzine cominci finalmente a leggere la petizione, cos come stava scritta sui fogli che teneva in mano. Anche se la conosceva a menadito, Marie si accinse ad ascoltarla come fosse la prima volta, chiedendosi quale effetto avrebbe avuto sulla sala.
Ascolt Muzine chiedere la partenza immediata per il fronte di tutti i soldati di stanza a Parigi, nonch dei firmatari di petizioni antirivoluzionarie, dei sospettati di incivismo, dei preti del culto cattolico, degli uomini tra i diciotto e i cinquant'anni, dei vedovi senza figli. E se non fosse bastato, si doveva tirare a sorte fra i cittadini sposati.
Le truppe cos composte avrebbero poi eletto i loro generali. E per armarle al meglio, si doveva istituire una tassa sui cittadini pi ricchi.
- Ecco, mandatari, ci che domandano gli uomini liberi e repubblicani, del 14 luglio e di oggi, in aggiunta al maximum sul prezzo del grano. Finora la rivoluzione ha pesato soltanto sui poveri, ma  tempo che il ricco e l'egoista siano pure loro repubblicani, e che sostituiscano al proprio tornaconto il coraggio.
Questa volta gli applausi giunsero solo dai banchi della Montagna e dell'estrema sinistra.
- Mandatari! - li sovrast l'oratore con un grido da mercato. - Questi che vi abbiamo indicato sono i soli mezzi per salvare la cosa pubblica che noi riteniamo efficaci. Se voi non li adotterete, noialtri che intendiamo salvarla davvero, la Repubblica, ci dichiareremo in stato di insurrezione. Diecimila uomini sono alla porta di questa sala...
La voce di Muzine scomparve sotto una valanga di urla, improperi, rumore di sedie. Marie distinse con chiarezza diverse voci, che per chiss quali rimbalzi spiccavano sul baccano generale, invocare l'arresto dell'intera delegazione per oltraggio all'assemblea. Decine di deputati erano in piedi e agitavano le braccia, chi all'indirizzo dell'oratore e chi in direzione del presidente Lasource, il quale scuoteva una campanella muta nel tentativo di riportare ordine.
Alla fine dovette alzarsi in piedi, richiamare per nome diversi colleghi, battere i pugni sul tavolo, e nonostante questo, la sua voce giunse a fatica fino alle orecchie di Marie.
Un predicozzo soporifero, pieno di elogi e rimproveri per tutti. Un ebanista di nome Joseph diede di gomito a Marie e le sussurr che Lasource stava in campana, da quando il suo nome era finito nella lista dei ventidue brissotini che trentacinque sezioni di Parigi chiedevano di espellere dalla Convenzione.
- Ecco perch adesso ci liscia il culo, - comment l'uomo, mentre il presidente concludeva il suo sermone e dava la parola a un deputato che fremeva per intervenire.
Questi mosse dai banchi dei girondini e si avvi verso la tribuna a passo deciso, reggendo sottobraccio un plico di fogli, aria da attore consumato. Le voci intorno a Marie lo definirono "Quel gianmerdone di Girard", "Uno di quelli che hanno accusato Marat per i saccheggi", "Culo e camicia con Brissot".
- Cittadini, io voglio credere che questi uomini del 14 luglio siano solo sviati, ma dobbiamo temere lo stesso un simile sviamento. Occorre che la Convenzione, votandosi alla morte per salvare la Repubblica, si preoccupi fin d'ora di non lasciare la Francia senza un'autorit legittima, quando gli assassini verranno a sgozzarci a uno a uno.
Marie si domand che c'entrasse quel discorso con le richieste della petizione: il maximum, l'arruolamento, la tassa per i ricchi. Ma un applauso solitario cattur la sua attenzione.
Una donna seduta in prima fila, proprio sotto i banchi dei girondini, batteva le mani al cipiglio di Girard. Era vestita da uomo, con un cappello piumato, giacca e pantaloni.
- Domando pertanto che un'assemblea di sostituti, - prosegui Girard, - si riunisca subito a Tours o a Bourges, in modo tale che, nel caso la Convenzione venga annientata, essi siano l per tenere l'autorit e non lasciarla nelle mani del comune di Parigi, che gi altre volte ha tentato di usurparla.
Una Convenzione di riserva a Tours? Marie non credeva alle proprie orecchie. Un deputato strill che Girard se l'era scritta in anticipo, la rapsodia, e che l'oratore di Sant'Antonio era in combutta con lui, e aveva tirato fuori la storia dell'insurrezione solo per dare il destro alla solita lagna brissotina: trasferire la Convenzione fuori da Parigi, lontano dal popolo dei sanculotti e dei montagnardi. Marie studi la reazione sul volto di Girard, che rest impassibile. Al contrario, l'amazzone in prima fila scoppi in una fragorosa risata all'indirizzo del provocatore. La donna sembrava sicura del fatto suo. Marie ebbe l'impressione di conoscerla. Dove l'aveva gi vista? Diede di gomito a Georgette, che si pigiava accanto a lei, l'unica altra donna nella delegazione del foborgo.
- Chi  quella l?
- Come chi ? Throigne de Mricourt. La puttana di Brissot. Scalda il letto a lui e a parecchi altri della Gironda. In cambio ha un posto riservato l davanti.
Allora Marie ricord. Throigne l'amazzone, quella che un giorno era arrivata nel foborgo a dire che le donne dovevano partire per il fronte, come gli uomini, e a raccogliere su un foglietto i nomi delle volontarie. Alla fine se n'era andata col foglietto bianco e svariate minacce di un calcio nel culo.
Una mano si alz ancora dai banchi della Gironda e un uomo magro mosse alla tribuna. Marie osserv la faccia lunga, il naso importante, mentre un nome serpeggiava tra le file, a met tra un sibilo e un mormorio: "Brissot".
Il deputato aveva l'aria di chi si accinge a parlare per lunga pezza, sicuro delle proprie abilit oratorie.
L'amazzone allarg le braccia e intim il silenzio a chi le stava intorno.
- Cittadini, - attacc Brissot, - la grandezza consiste nel coraggio, non nel fuggire i pericoli;  cos che l'Inghilterra mette alla prova le nostre forze. Il ministro Pitt compra qualche uomo, svia i migliori cittadini e confondendo quelle energie che non pu annientare, rivolta contro la libert gli sforzi di uomini che vorrebbero vivere e morire per essa.
Un coro di "Si, si" sgorg dai banchi sotto la tribuna, incitato dall'amazzone, che mulinava una mano guantata.
Marie guard Muzine, che nel frattempo s'era seduto, bianco come un cencio, e pasteggiava con le pellicine ai margini di un'unghia. Se aveva intascato i soldi degli Inglesi, certo era molto bravo a fingersi solo un poveraccio che s'era lasciato prendere dalla fotta di apparire il pi dritto del foborgo.
- Se non adotterete le misure che l'oratore di Sant'Antonio vi ha appena dettato, - continu Brissot in un falsetto ironico, - allora egli, dice, insorger contro di voi, cio contro la nazione che rappresentate. Cittadini, se non fossimo di fronte al culmine di un delirio, l'atto di questi petizionari sarebbe un grave attentato. Essi vogliono marciare contro i rivoltosi, dicono. Ma i rivoltosi sono l, stanno alla barra. I rivoltosi della Vandea, profanando il sacro nome di Insurrezione, hanno levato contro la Convenzione uno stendardo ribelle: i petizionari li imitano. I rivoltosi della Vandea disconoscono la sovranit del popolo: i petizionari li imitano. I rivoltosi della Vandea vi chiedono un nuovo re: l'insurrezione invocata quest'oggi ci riporta alla monarchia. Pertanto, propongo di mettere agli arresti i vandeani di Sant'Antonio, per interrogarli e risalire alla fonte, ai veri ispiratori dei mali della Repubblica, a coloro che provocano le nostre divisioni.
- Ai voti, ai voti! - gridarono dai banchi della Pianura.
- Si voti per appello nominale, cos vedremo chi difende questi farabutti!
L'amazzone indirizz un sorriso di sfida alla delegazione di Sant'Antonio. Marie pens che, ad averla a tiro, le avrebbe sputato in faccia. Anzi, l'avrebbe presa per il collo.
Brissot lev la mano con gesto papale, a indicare che la sua ramanzina non era ancora terminata.
- Quanto a me, - disse con gli occhi al cielo, - dichiaro ai vili adulatori tanto dei re che del popolo, che possono pure pugnalarmi su questa tribuna, ma non privarmi della libert, n rendermi spergiuro ai miei stessi giuramenti, n fare di me un oppressore dei miei compatrioti. Morire per la patria  vivere per la posterit.
Marie lo guard esterrefatta tornare al suo posto, accompagnato dagli osanna dell'amante in prima fila. Non riusciva a capire come si fosse arrivati a quella pantomima, a parlare di pugnali e di assassini, di congiure e di arresti, di fronte alla richiesta di un prezzo massimo sulle derrate e di una tassa per i ricchi. Eppure la paternale dei deputati non accennava a scemare, e per un'altra mezz'ora si alternarono in tribuna Jacques Brival ("Questo  dei nostri", "Quello che ha proposto di trasformare in cannoni tutte le statue dei re", "Uno che ha votato contro l'arresto di Marat"), Georges Couthon ("Pure lui giacobino", "Abita con Robespierre in casa Duplay") e Franois Buzot ("Un pierculo brissotino", "Per contro Marat si  astenuto", "Dicono sia un invertito"). Tutti costoro, pur con toni diversi, si sperticarono in difesa del popolo e "per questo" chiesero di arrestare i firmatari della petizione.
Giusto un certo Mallarm ("Un mangiapreti patentato", "Uno tosto, anche se viene da Nancy") fece notare ai colleghi il tempo perso dietro una frase innocua. Marie gli riserv un lungo applauso, interrotto dallo scampanellare del presidente Lasource. Fu in quel frangente che il suo sguardo e quello di Throigne de Mricourt si incrociarono, scambiandosi una promessa d'odio reciproco.
- Cittadini, - annunci il presidente, - debbo darvi lettura di un messaggio che ho ricevuto in questo istante: "Gli abitanti del quartiere Sant'Antonio apprendono con dolore che la loro petizione suscita scandalo. Una nuova delegazione domanda di essere ammessa, composta da cittadini che vogliono difendere la Convenzione fino alla morte".


4.

- I cittadini di Sant'Antonio non vogliono in alcun modo far perdere tempo prezioso alla Repubblica. Chiediamo di rileggere la petizione, cos com' scritta, senza aggiunte, per discutere solo nel merito delle questioni sollevate.
Era il medico Henri Fournier a parlare, in qualit di oratore della seconda delegazione del foborgo.
Il presidente domand quale delle due avesse il diritto di parlare a nome del foborgo, e quale invece fosse composta da impostori.
Marie vide le guance di Fournier avvampare, poi l'uomo disse l'unica cosa che poteva dire.
- I cittadini di Sant'Antonio sono qui fuori e sono loro che ci hanno mandato. Noi non vogliamo affatto assassinarvi, com' stato detto, ma al contrario, se vi fossero simili assassini, i nostri corpi vi farebbero scudo.
Segui un brusio tumultuoso da parte dei girondini, che gridavano allo scandalo. Tra i banchi degli spettatori, Throigne de Mricourt strillava come una gallina contro i montagnardi, e di nuovo Marie ebbe voglia di tirarle il collo.
Il presidente martell il pugno invano. Soltanto un movimento fra i banchi della Montagna riusc a far scemare il vocio. Un deputato corpulento saliva alla tribuna con passo pigro e noncurante. Faccia larga e butterata, cicatrice, a Marie non fu difficile riconoscere Danton.
Non le sfuggi nemmeno la lunga occhiata che costui rivolse pochi banchi sopra il suo, dove sedeva un individuo segaligno e pomponnato, con la parrucca incipriata, che pareva l'esatto contrario di Danton. Chiese a Fournier chi fosse l'elegantone e ne ricevette in cambio un secco: "Robespierre". Marie lo osserv durante il discorso dell'oratore e not come l'uomo non lasciasse trasparire alcuna emozione.
Georges-Jacques Danton, membro illustre del comitato di salute pubblica, prese la parola col tono dell'avvocato che sa di aver gi vinto la causa.
- Cittadini,  naturale che la Convenzione s'indigni quando le si dice che non ha fatto nulla per la libert. Io sono ben lungi dal disapprovare questo sentimento, e so che la Convenzione pu rispondere che ha colpito il tiranno, che ha creato un tribunale rivoluzionario per giudicare i nemici della patria, che infine dirige le energie della nazione contro i rivoltosi: ecco quel che abbiamo fatto. Se per un cittadino pensa che noi siamo incapaci di salvare la cosa pubblica, ed  convinto che esistano misure in grado di farlo, allora non commette un crimine affermando che la nazione ha il diritto di insorgere, se tali misure non verranno adottate.
Molte voci ricordarono all'oratore che tra la nazione e gli abitanti di un foborgo c'era una bella differenza. Le critiche per non sortirono un particolare effetto.
- Converrete senz'altro, - prosegui Danton, - che la volont generale, la volont della nazione, si compone di volont individuali. Se siete d'accordo su questo, allora io dico che ogni francese ha il diritto di dire che se tale o talaltra misura non verr adottata, il popolo pu sollevarsi in massa. Non dico che non ci sia gente che cerca di fuorviare i cittadini, e non dico nemmeno che approvo senza riserve la petizione sul maximum che vi hanno appena presentato. Tuttavia esamino il diritto di petizione in quanto tale, e dico che in questo consesso nessuno dovrebbe permettersi di insultare un petizionario, e un singolo individuo dovrebbe essere rispettato dai rappresentanti del popolo come il popolo tutto intero. Se la Convenzione fosse certa della sua forza, essa direbbe, con dignit e passione, a chi le viene a fare certe accuse e a minacciare l'insurrezione: "Ecco quel che abbiamo fatto, e voi cittadini, che volete insorgere, l'ascia della giustizia  l per colpirvi, se vi macchierete di qualche delitto". Ecco come dovreste rispondere. Chiedo pertanto che l'assemblea si aggiorni, accordando ai petizionari l'onore della seduta.
Qualche mugugno di disapprovazione sottoline le ultimissime parole, ma gi il presidente domandava se ci fosse bisogno di mettere ai voti la proposta o se si potesse darla per approvata. Nessuno si oppose. Poi, tra i banchi a sinistra del presidente, spunt una mano alzata, verso la quale si volsero tutti.
Robespierre.
L'avvocato di Arras si alz in piedi. A Marie parve circonfuso di luce, o forse era soltanto l'effetto dei tanti volti che lo fissavano. Lo osserv spostarsi fino alla tribuna. Quando l'ebbe raggiunta, lo sguardo non and sui colleghi, n sul presidente. Era come se non esistessero. Robespierre guardava loro, la delegazione di Sant'Antonio. Anzi, Marie avrebbe giurato che guardava proprio lei, dritto negli occhi.
- Cittadini. Nessuna parola che non sia quella della legge potr spegnere il timore che l'assemblea stia tergiversando sulle richieste del popolo. Propongo quindi che entro tre giorni a partire da oggi il disegno di legge del maximum sul prezzo dei grani venga messo ai voti.
L'applauso scrosciante delle due delegazioni e delle donne di Versailles rimbomb sotto la grande volta, fino ai lampadari.
Marie tenne gli occhi su quell'uomo. In meno di un minuto aveva cancellato due ore di capriole inutili, fissando la scadenza che i sanculotti domandavano da mesi. Ecco un uomo che non li avrebbe traditi. L'Incorruttibile.


5.

Noi te lo si conta, ma mica c'eravamo. Lo si  urecchiato, come quasi tutti, da qualcheduno gi al foborgo, all'osteria della Gran Pinta. Quando le nostre due magliare e quell'altra si sono occhiate alla Convenzione, si sono odiate subito d'un odio sincero, da femmine. Soquanti dicevano che Marie e Georgette gliel'avevano giurata quelgiorno, quando batteva le mani ai brissotini che volevano gabellare noi di Sant'Antonio per nemici della rivoluzione e chiudere al fresco quel mentecazzo di Muzine. Il giorno dopo lo sapevano dalla Porta alla Senna al Trono-a-Rovescio chi era la saloppa di Brissot. E soquanti si son ricordati di quando era venuta fin l a reclutare donne per il fronte e s'era pensato che fosse una matta scappata dalla Salnitraia.
Ecco perch poi  successo quel che  successo.
Saloppa, per, va detto meglio. Ch mica eran tutte uguali precise, come pensavano certi gecchi sprovvidi. Ne avanzavano almeno di due specie.
C'erano quelle che conoscevamo noi, che facevano lo sgobbo davanti al Palazzo Egualit, o nei vicoli dei quartieri, nei sottani e negli androni. Quando la cagnaccia le pescava, piangevano anche con le urecchie, e tiravano fuori le storie delle loro vitacce schife che avresti riempito un libro intero. Erano le saloppe vergognose, costrette dalla bisogna, come si soleva e ancora si suole, per campare garzotti o vecchierelli. Molte praticavano dopo il tramonto, perch di giorno menavano travagli onesti, ma che non bastavano a sfamare la nidiata. Noi le si smerdava, ch non erano punto tempi pietosi; ma lo si faceva con ritegno, un po' perch vuoi mai che in tale bisogna ci si trovasse tua sorella, o la tua vedova (rognaccia!), o infino tua madre (ch ce n' di tasche leggere), un po' perch se ti beccavano a "mancare di rispetto" a una femmina, foss'anche la pi impestata, ti mandavano al gabbione.
Poi c'eran le altre. E quella l era una delle altre. Quelle che avevano la vocazione. Quelle che cianciavano che le donne avevan da essere libere di farsi tirare su le sottane da tutti gli uomini che volevano. Mica sgobbavano per strada, no, si facevano pagare begli appartamenti e bella vita dalla riccaglia che le insifiliva, meglio se nobilardi e pierculi, ch avevano pi grasso da ungere. Arrivavano infino a cambiarsi nome per sembrare le grandame che non erano e alzare il tariffario.
Adesso figurale bene, fai conto di averle difronte: le amiche di Brissot son di quella razza.
La pi famosa viene dall'Olanda e ce l'hanno poi anche rimandata, s'intende. Etta Palm d'Aelders, si chiama. Lei ci mette pure un "baronessa", anche se i baroni li ha avuti solo tra le gambe, e in realt  figlia d'un usuraio di Groninga. Dicono che da giovenca fosse tanto leggiadra e belloccia che gli uomini sgomitavano per spulzellarla e chi restava fuori andava a cercare ispirazione sotto le sue finestre con l'arnese sull'attenti. Ne ha avuti pi lei che sorci la Senna.
Nel suo circolo di femmine, prima di tornarsene da dove era venuta, pure quella cianciava di fare battaglioni di donne e mandarli al fronte a combattere con i maschi. Tanto lei mica ha mai avuto marmocchi da badare, e pure se ne avesse, li sfamerebbe col mestiere.
Un'altra stava ancora li a Parigi. Anche lei si faceva passare per grandama, ma era la figlia di un beccaio: Olympe de Gouges (il de se l'era attaccato con lo sputo, per i quarti che le mancavano). Cianciava che uomini e donne avevano da essere uguali anche se la natura li aveva fatti diversi. E diceva che anche bianchi e negri sono uguali! E che il libertinaggio  meglio del matrimonio e che a darla via a chi pare e piace non c' vergogna! Nemmeno voleva che si tagliasse la crapa a Luigi. Anzi, s'era offerta di dire lei l'arringa difensiva. Una donna! Tra un'alzata di gonna e l'altra scriveva per il teatro, ch le manine devono restare morbide per palpare la saccoccia alla riccaglia. Insomma la madama teneva la penna in una mano e l'oca del conte nell'altra, per cos dire.
Ma la nemica delle nostre magliare, Annagioseffa Throigne de Mricourt, era la peggio di tutte. Prima della rivoluzione campava facendo la cantante e la cortigiana. Poi, quando  iniziato il Granballo, ha pensato bene di saltare il fosso. E siccome con la gonna veniva male, per farlo s' infilata un par di brache e si  messa a fare l'amazzone. La Furia della Gironda, la chiamano alle Tegolerie, perch regge il moccolo (e pure qualcos'altro) a Brissot e ai suoi compari.
Al foborgo si  applaudito anche coi piedi per come l'hanno conciata. Qualcheduno c'era, qualchedunaltro se l' fatto contare. Alla Gran Pinta la dicono in un modo, al mercato della Porta in un altro, e gi al fiume la storia  ancora diversa, ma, pi a occhio che a croce, si pu dire che le cose sono andate cos.
Dopo che magnacumgaudio  passato il maximum, soquante magliare ci hanno preso gusto a stare alla Convenzione. Pareva che per noialtri stracciaculi la faccenda portava bene e anche meglio. E siccome che le donne non potevano perdere un giorno di lavoro per stare dietro a quello degli scaldasedie, qualcuna ha scodellato l'idea di portarsi il lavoro da casa, occupare la prima fila in tribuna e sferruzzare sotto il naso dei ciancioni (e chiss che qualcheduna, dopo il Massimo, non volesse applaudire ancora il Massimiliano).
Il guaio era infilarsi, ch alle nostre brave donne, mogli madri vedove senza doti e senza denti, nessuno teneva i posti riservati, come invece alle altre.
Com' come non , quel mattino, in fila per entrare alle Tegolerie, c'erano le pi gagliarde: Marie, Georgette, Sophie, Amandine e Madeleine, sotto braccio l'una con l'altra per reggere le spinte dadietro, e ogni tanto, quando alle spinte s'aggiungeva una mano rattosa, rifilare belle stoccate con la ferraglia puntuta che avevano appresso. E cos, tra appelli al civismo e bestemmie all'umanit, la fila si slungava e si stringeva a fisarmonica da pi di due ore.
A un bel momento spunta l'amazzone impettita e impennacchiata, braga e cappello da uomo, fronte alta e naso dritto. Si mette a camminare tronfissima lungo la fila, dal fondo fino in cima. Tanto a lei, Annagioseffa, il posto lo tiene Piergecco Brissot in persona. Facile che ci tiene proprio una mano sopra e non la toglie manco quando lei si siede.
E cos, a chi ha fatto la fila torna su la colazione per l'incazzo, a qualcheduno per davvero, ch a forza di strilli rimette in piazza il magro desinare del mattino e non  un bel vedere per nessuno (a parte un cane randagio che passa di li, e rimedia bene), e tutti si sgargarozzano e tiran gi santi e antenati dalle cadreghe in paradiso. Ma quella passa davanti a tutti senza battere ciglio, che a battere cassa ci penser poi stasera, dopo aver fatto la sua parte l dove sta andando.
Ebbene, quando passa accanto a Georgette, si vede rifilare uno scaracchio centrato proprio sulla faccia. Allora s'arresta, s'asciuga, occhia malamente la magliara, a dire: "Come osa lo sterco di cavallo schizzare cos in alto!", poi le molla un manrovescio che il ciocco lo sentono anche in fondo alla fila e le altre devono reggere Georgette altrimenti vola a gambe per aria.
Allora si ch' iniziata la Carmagnola. Le son saltate sopra come gatte artigliose: Madeleine l'ha brancata per un braccio, Sophie per l'altro, una zampa a Marie e l'altra ad Amandine, mentre Georgette ordinava la sentenza, ch si sa, il tribunale delle magliare  parecchio pi spiccio di quello rivoluzionario, soprattuto se giudice e boia son la persona medesima stessa. - Ai Giardini! Ai Giardini! - ha strillato. E ce l'hanno portata di peso, dove che comincia il prato. Chi c'era dice che Georgette aveva gli occhi di fuori dalla fotta, con mezza faccia rossa e gonfia per la sganassa e l'altra met color cadavere. - Nuda! - ha detto con un ghigno pi da donnola che da donna. E le altre gi a sbucciare l'amazzone come un cipollo: via la giacca, la camicia, gi i culotti e le mutande, con gran starnazzo d'anitra di quella. Poi l'hanno piegata in avanti, ch le chiappe sbiade fossero ben in vista all'universo mondo. Allora Georgette ha strappato un ramo da uno degli alberucoli li attorno e ha dato un paio di frustate in aria che han fischiato forte. Quando la brissotina ha nasata cosa le toccava si  messa a strillare ancora di pi, a dimenarsi e gridare aiuto. Aiuto a chi? Marie e le altre la tenevano ben bene, pure per i capelli, e quelle non son femmine che si commuovono per il zigolare di una donna o il sudore di un cavallo. La gente della fila rideva e sguaiava con certe bocche cave e sdente, mentre la Mricourt doveva porgere il culo allo scudiscio. Cosi Georgette s' messa di buon legno, come quando batte i panni al fiume. E ogni colpo l'ha piazzato proprio darr, dove la ciccia  tenera e fa pi male, che la sprovvida dovr mangiare in piedi e dormire di pancia per un pezzo, dal gran che ha il culo a strisce. E chiss dove andava a parare 'sta zuffa di donne, se da dentro non arrivava qualcheduno ad accucciarle, e mica un gecco qualdunque, no. La fila s' aperta come le acque del Mar Rosso per Mos, invece era Marat, pustolato e stazzonoso come sempre. Mentre passava, il suo nome scivolava da una bocca all'altra come un sibilo di un pentolone che ribolle. L'Amico del Popolo ha marciato fino al groviglio di femmine e ha bloccato la cagnara senza nemmeno una parola, ma con certi occhi brutti che erano come scoppole e calcioni. Le magliare si son fatte da parte mogie mogie. Marat ha raccolto la brissotina scarmigliata e striata, e le ha buttato addosso alla meglio i suoi stracci, per il pudore repubblicano, s'intende. E mentre la portava via, tutti quanti han pensato che sorte infame toccherebbe alla patria e alla rivoluzione se si lasciasse fare alle donne, senza certi pezzi d'uomini tutti d'un pezzo come Marat che le rimettono l dove devono stare.
Per, poi, la sera e ancora i giorni dopo, alla Gran Pinta, non si finiva pi di raccontarsela, la sbattezzata di Throigne de Mricourt, e qualcheduno avrebbe appeso le sue mutande sopra il bancone come un trofeo e il ramo giustiziere di Georgette ancora pi in alto, accanto al tricolore, se solo si fossero tenuti da conto. E le nostre magliare giravano tutte Sgallettate e gonfie, con le coccarde davanti e didietro, e l'aria di chi aveva fatto un gran servizio alla patria.
Almeno, cos la si  sempre saputa noialtri.

Estratto dal
RAPPORTO SEGRETO SUL MESMERISMO

Redatto da Bailly

I commissari incaricati dal re dell'esame del mesmerismo, hanno riconosciuto che le principali cause degli effetti attribuiti al magnetismo animale sono il tocco, l'immaginazione e l'imitazione, e hanno osservato che c'erano sempre pi donne che uomini in crisi.
Sono sempre gli uomini che magnetizzano le donne; le relazioni cos stabilite non sono senza dubbio quelle di una malata nei confronti del suo medico, perch questo medico  un uomo, e quale che sia lo stato della malattia, ci non ci spoglia del nostro sesso. D'altra parte, le donne che si rivolgono alle cure magnetiche non sono davvero malate. Molte vi ricorrono per noia o per divertimento, altre, che hanno qualche incomodo, conservano comunque la loro freschezza e la loro forza. Esse dunque hanno abbastanza fascino per agire sul medico e hanno abbastanza salute perch il medico agisca su di loro. Dunque il pericolo  vicendevole.
II trattamento magnetico non pu che essere pericoloso per la morale. Proponendosi di guarire malattie che richiedono lunghe cure, si eccitano emozioni piacevoli e care, emozioni che poi si rimpiangono, che si cerca di ritrovare perch esse hanno un fascino naturale per noi e contribuiscono fisicamente alla nostra felicit, ma moralmente non sono meno condannabili e sono anzi ancor pi pericolose, perch  pi facile prendervi una dolce abitudine.

Fatto a Parigi, l'11 agosto 1784.

FIRMATO
Benjamin Franklin
Gabriel de Bory
Antoine-Laurent de Lavoisier
Jean-Sylvain Bailly
Michel-Joseph Majault
Charles-Louis Sallin
Jean d'Arce
Joseph-Ignace Guillotin
Jean-Baptiste Le Roy

 SCENA SETTIMA
 La scelta
Ultimi giorni di maggio, 1793


I.

L'interno era tra i pi miseri che Orphe d'Amblanc avesse mai frequentato. E dire che, in molti anni di mestiere, aveva veduto abitazioni di ogni tipo, da quelle dei ricchi commercianti alle magioni dei nobili, ai quartieri della gente che campava a forza di braccia e polmoni.
Il paziente era uno di quegli uomini. Seduto sull'alto letto di legno, che con un baule sfiancato e due sedie male impagliate costituiva tutto l'arredo, l'uomo appariva vecchio e stanco, nonostante fosse pi giovane di D'Amblanc. La complessione era buona, solida; ma le spalle erano piegate in avanti, curve, come a chiudere il petto, e la pelle del viso era un complesso reticolo di rughe, che ai lati della bocca e sotto gli occhi si trasformavano in solchi profondi.
Beautour, un manovale, era piagato da un male non frequente, solitamente diffuso tra la gente d'intelletto. Un male che negli ultimi anni, secondo l'esperienza di D'Amblanc, era divenuto meno raro e si era diffuso anche tra il popolino. Qualcuno ne aveva imputato la ragione alla moda della lettura. Sottoporre menti non preparate alla tensione intellettuale, alla lettura di storie che procuravano eccitazione, alle fantasie notturne provocate dai romanzi: tutto ci poteva ben indurre febbri e disturbi.
D'Amblanc non credeva alle teorie che vedevano nella diffusione della lettura l'origine d'ogni male, n in senso medico n, ovviamente, politico. In ogni caso, Beautour sapeva a malapena firmare col proprio nome, e all'interno della sua casa l'unica cosa che si potesse leggere era un lunario del 1788 appeso sulla testiera del letto. Un sole con occhi e bocca mandava i suoi raggi ma non illuminava n riscaldava.
Beautour non poteva dormire. Soffriva d'insonnia, e sottoponeva il suo corpo a sforzi improbi per nutrire s stesso, la moglie e svariati marmocchi. Il giorno precedente era crollato a terra, gli erano ceduti il fiato e le gambe. Per fortuna non si trovava in alto su un'impalcatura. Cosi andava ripetendo la moglie, una donna minuta, le guance rosse, il volto incorniciato da una cuffia lacera, troppo grande. I marmocchi stavano radunati su un lato della stanza, dalla parte opposta all'unica finestra, oscuro pertugio da cui sembrava non filtrare luce alcuna. La moglie era in piedi, e Beautour stava seduto sul letto, per chiss quale motivo con il cappello in testa. Mandava avanti e indietro le gambe in un monotono movimento, mentre, sovrastato dalla voce concitata della donna, provava a spiegare quanto era accaduto. A un cenno di D'Amblanc, la donna tacque e la voce di Beautour risuon tranquilla, appena spenta, con una cantilena regionale che la rendeva infantile.
- Gi mi aveva fatto bene, dottore, alla prima visita, qualche mese fa. Ma poi, con licenza parlando,  tornata fuori la malattia che non dormo, perch dicono che  una malattia, giusto, cittadino? Insomma, eccomi qui che sono sempre pi magro.
D'Amblanc not che i panni dell'uomo, pi che vestirlo, lo infagottavano. L'uso li aveva si deformati, allungati, allargati, strappati, ma sotto i tessuti dozzinali un corpo si consumava.
- Non preoccupatevi, cittadino Beautour. Troverete sollievo. Avete provato i decotti che vi avevo suggerito?
La moglie intervenne.
- Cittadino D'Amblanc, non possediamo denaro per pagare le medicine.
Il dottore guard la donna. A dispetto delle condizioni in cui versava e della vita che le era toccata in sorte, sembrava un'intelligenza vivace ed era in buona salute.
- Dovreste osservare bene quel che faccio. Io potrei insegnarvi a trattare i disturbi di vostro marito, ma occorre pazienza e convinzione.
- Pazienza e convinzione ne abbiamo, cittadino. Denaro per le medicine: quello non si ha.
D'Amblanc trasse un lungo respiro e si avvicin al paziente. Fece cenno alla moglie dell'uomo di aprire bene gli occhi.
Incominci il trattamento. L'uomo, che era un soggetto reattivo, cadde sonnambulizzato assai presto.

D'Amblanc usc alla luce della domenica mattina, dirigendosi verso casa. La donna aveva estratto una smunta, smagrita gallina da sotto il letto e aveva insistito per pagare con quella. Tanto non faceva pi uova, aveva detto. D'Amblanc aveva dovuto accettare e ora camminava tenendo in una mano le zampe dell'animale, il corpo che pendeva e oscillava come un impiccato.
Ancora una volta, consider come le capacit e le abilit di un uomo sembrassero amplificarsi, allorch i percorsi del suo fluido magnetico venivano sbloccati. C'era la possibilit, a ben vedere, che ogni uomo richiudesse in s capacit ancora insondate, che non dipendevano da ceto, classe o educazione.
La gallina, timida e smorta, prov a frullare le ali. D'Amblanc la guardava, ogni tanto, e gli occhi incontravano quelli dell'animale, vitrei, attoniti. La gallina non perdeva l'aria di trasognata sorpresa tipica della sua specie: covava, si nutriva, viveva e moriva cos, animale gregario quasi quanto l'uomo.
D'Amblanc ricord di aver conosciuto, oltreoceano, un fante di linea americano che era in grado di addormentare le galline compiendo davanti ai loro occhi delle circonvoluzioni con il dito indice. Oppure teneva la gallina al suolo, di pancia, cos che non potesse girare il capo, e di fronte al becco tracciava sulla polvere una linea diritta. Quel gesto invadeva tutta l'attenzione del volatile, che si riduceva in uno stato catatonico. D'Amblanc sorrise. Forse era possibile insegnare a una gallina a volare. Oppure a credersi un leone.
Puysgur avrebbe sostenuto che s, bastava volerlo e farlo a fin di bene.
Mesmer avrebbe aggiunto la condizione ulteriore: che il magnetizzando riconoscesse l'autorit del magnetizzatore.
Insegnare a un leone a credersi gallina, quello sarebbe stato senz'altro pi difficile.
"Oggi avete visto un nobile magnetizzare einen Bauem, un contadino. Ma avete mai visto un contadino fare lo stesso a un nobile?"
La domanda del taumaturgo risaliva a un giorno del 1784, impresso nella memoria di D'Amblanc con il nitore di un'acquafrte. Poco tempo prima, era giunto a Parigi un grande ammiratore di Mesmer.
Armand-Marie-Jacques de Chastenet, marchese di Puysgur.


2.

- Posso magnetizzarvi, signor Race?
- Oh, be', sissignore, - risponde l'altro con un accento del Nord. - Fate pure, son qua per vossia.
Un contadino biondiccio e inquartato, lineamenti anonimi, abiti anonimi, se ne sta con la schiena dritta al centro della sala.
Sopra di lui, sfavilla un lampadario in cristallo di Boemia. Tutt'intorno, un salotto ammobiliato con gusto, cuore di una dimora ricca, nel cuore di Parigi.
Puysgur pone una mano sopra la sua testa, a una spanna dai capelli.
- Chiudete gli occhi, - ordina, e il silenzio nella stanza si fa completo.
Cinquanta bocche si tappano, cinquanta paia d'orecchie ascoltano curiose, sotto un arazzo enorme che rappresenta le fatiche di Ercole.
Dalla sua sedia in prima fila, Orphe d'Amblanc studia il volto e i gesti del magnetista, il marchese di Puysgur, colonnello d'artiglieria presso il reggimento di Strasburgo.
Il contadino si chiama Victor Race, viene da Buzancy, lavora da una vita nei possedimenti del marchese.
Le cinquanta teste appartengono ai tesserati della Societ dell'armonia universale.
C' il generale Lafayette, ci sono i giornalisti Brissot e Carra, c' l'avvocato Bergasse, il banchiere Kornmann, e naturalmente c' Franz Anton Mesmer, ansioso di vedere all'opera il famigerato sonnambulismo magnetico, lo strano fenomeno generato in provincia dalle sue teorie mediche.
Sulla pendola accanto al camino, la lancetta pi lunga fa quattro giri completi.
- Come vi sentite, signor Race? - domanda il marchese.
- Non bene come di consueto, - risponde il villico. Il suo accento piccardo  evaporato insieme all'imbarazzo.
- Per quale motivo?
- Perch voi mi mettete in mostra di fronte a tante persone.
D'Amblanc vede Brissot piegarsi in avanti sulla sedia e mutare una risata in colpo di tosse. La signora Goncourt, una delle quattro dame presenti, nasconde la bocca dietro il ventaglio di pizzo.
- Cosa vi infastidisce di questi signori? Sono tutti buoni amici.
- Due di loro sono molto increduli su quel che facciamo e ci disturba il mio sonno magnetico.  come se un filosofo naturale si sforza di fare i suoi sperimenti mentre uno gli spacca gli alambicchi e versa in terra le pozioni.
Il marchese ordina a Victor Race di camminare nella direzione dei due scettici e di indicarli con la mano.
Il contadino attraversa la stanza con gli occhi chiusi e il passo leggero. Si ferma di fronte a Kornmann, lo addita, indietreggia, pare annusare l'aria, infine si dirige sicuro verso Mesmer.
Il tedesco resta impassibile. Puysgur non  da meno: incassa il colpo senza muovere un sopracciglio.
- Molto bene, - annuncia. - Ora il signor Race far una diagnosi completa delle malattie che affliggono il signor Kornmann, da quelle pi recenti ed episodiche a quelle croniche di pi lunga durata. Ve la sentite, signor Race? E voi, signor Kornmann, ci direte se l'elenco  corretto.
Di nuovo il contadino cammina con passo da ballerina sul grande tappeto persiano. Di nuovo si piazza di fronte al banchiere, allunga le mani e raccoglie le sue.
- Ieri ha fatto una brutta colica, - dichiara. - Ha dormito male. Sento che il suo stomaco, in questo periodo, ha un rifiuto per l'aglio.
Kornmann abbassa gli occhi, si fissa le scarpe, quasi volesse impedire al villico di leggergli in faccia i segni di altre malattie.
Ma il villico ha le palpebre abbassate, il respiro lento di chi dorme e parla come se raccontasse una visione.
- Soffre spesso di un mal di schiena, all'altezza della vita, gli farebbero bene degli impacchi di timo, mentre per il gonfiore ai...
- Va bene, va bene, grazie, - si affretta a dire il banchiere sfilando le mani da quelle di Race. -  tutto giusto, marchese. Davvero sorprendente. Questo individuo possiede una dote straordinaria.
L'ammissione scatena una tempesta di commenti, cinquanta teste si girano l'una verso l'altra, cinquanta bocche sussurrano meraviglia.
Puysgur intreccia le mani dietro la schiena e fissa la platea, in attesa che tutti prestino attenzione.
- Non  l'individuo a essere straordinario, - scandisce con un dito alzato. - Chiunque pu essere messo in questo stato da chiunque lo voglia, se costui si attiene ad alcuni semplici accorgimenti. L'importante  volere. Credere e volere.
Il brusio e lo stupore tornano a riempire la sala. Gli occhi si volgono verso Franz Anton Mesmer, che per  l'unico a non mostrarsi sorpreso. Il marchese ha appena negato ci che il tedesco va dicendo da sempre, cio che alcuni individui hanno doti terapeutiche particolari, dovute a una maggiore concentrazione di fluido magnetico, e che tale concentrazione si pu ottenere e dirigere solo dopo un lungo percorso di apprendistato. Se basta solo crederci e volerlo, allora la dottrina del magnetismo animale non ha pi alcun segreto.
Mentre le voci scemano, Puysgur si avvicina a Race, gli appoggia due dita sulle palpebre.
- Posso svegliarvi, ora?
- Se lo desiderate, per me  sufficiente.
- Lo desidero, - esclama il marchese.
L'uomo apre gli occhi, pare stordito.
- Bentornato, signor Race. Potete ripetermi le malattie che avete diagnosticato al signor Kornmann?
Il banchiere agita le mani davanti a s, come per domandare di lasciar perdere.
- Me non mi sovvengo per nulla, sior marchese. Ho dormito sodo, voi lo sapete.
Il padrone di casa si volta verso la platea.
- Qualcuno vuole prendere il posto del signor Race? Ho bisogno di un soggetto che non goda di piena salute. Infatti, come ci insegna il nostro maestro, la malattia dipende da uno squilibrio magnetico e solo chi  vittima di tale squilibrio cade sonnambulo non appena riceve la dose di fluido che gli manca.
Un ventaglio chiuso si alza dietro due file di teste, che di scatto si girano e ammirano alzarsi Madama Goncourt: sguardi pieni d'interesse, non solo per il suo gesto spavaldo.
La Societ dell'armonia ha conosciuto molte disarmonie per via delle grazie di questa signora.
Puysgur ripete il suo scarno rituale. D'Amblanc nota che la sua pratica  molto diversa da quella di Mesmer: niente acqua, catini, sbarre di ferro, corde, crisi convulsive, catene di mani. Tutto si svolge con gesti semplici e gentili.
La signora ha gli occhi chiusi, la testa inclinata su una spalla. Dice che il suo mal di capo  svanito "come d'incanto". Dice che altre quattro sedute di sonnambulismo la libereranno per sempre da quel fastidio.
Si aggira per la stanza con il suo abito all'inglese. Elenca le malattie di Carra e del generale Lafayette. Prescrive rimedi, indica tempi di guarigione.
Quindi si ferma di fronte a D'Amblanc e con gesti lenti sfila i guanti di seta, gli porge le mani affusolate, i palmi rivolti all'ins, e aspetta che egli ci appoggi i suoi.
Molti a Parigi sostengono che le terapie magnetiche non abbiano altro scopo che questo: la prossimit fra uomini e donne, un pretesto per toccarsi a vicenda. E il piacere che ne deriva scambiato per medicina.
Molti, a Parigi, sarebbero eccitati al solo pensiero di sfiorare la signora Goncourt.
Le sue dita sono lisce e morbide. Accarezzano la pelle scivolando avanti e indietro, avanti e indietro.
- Le cicatrici vi fanno soffrire, - dice la sonnambula con estrema fatica. - Sono cicatrici di guerra.
D'Amblanc annuisce d'istinto. I polpastrelli della Goncourt mandano lampi di calore lungo le ossa delle sue mani. Ciononostante, si sforza di illuminare con la ragione quello che ha appena udito: le cicatrici, la sua partecipazione alla guerra in America non sono certo un segreto. Madama Goncourt pu averne sentito parlare, anche solo di sfuggita.
D'Amblanc si azzarda a domandarle dove si trovi la vecchia ferita che pi gli duole.
La risposta tarda ad arrivare. Le dita della donna si stringono attorno alle sue.
- Nel vostro animo, - dice con un soffio. - Se vi lasciaste sonnambulizzare, ne otterreste grande giovamento.
La presa si allenta di colpo, la signora Goncourt si allontana come tirata da un filo invisibile.
Nel vostro animo.
Certo la risposta non  abbastanza precisa per essere la prova di quanto Puysgur intende dimostrare. Eppure ha colto nel segno, l dove quelle cicatrici fanno davvero pi male. Non solo: mentre quella donna, di solito cos altezzosa e schiva, si prendeva cura di lui, D'Amblanc ha percepito un'onda benefica risalire i nervi, le vene, lo scheletro. Il benessere che sente di provare ora  reale, fisico.
Differente da quello che ha sperimentato tante volte grazie alle vasche e alle mani di Mesmer, ma non meno intenso.
La voce di Puysgur risuona nella stanza.
- Ora il corpo di questa signora  un'appendice del mio, - spiega convinto. - La sua mente e la mia sono una cosa sola. Ella fa quello che io penso, dice quello che io voglio.
Una pausa a effetto, per godersi cinquanta paia d'occhi appesi alle sue labbra.
Il marchese accenna a muovere il braccio destro e la signora Goncourt solleva il proprio sopra la testa.
Il marchese si protende appena in avanti e la signora Goncourt muove un passo alla cieca verso di lui.
Se vi lasciaste sonnambulizzare, ne otterreste grande giovamento.
L'avvocato Bergasse interviene dalla prima fila.
- Signor marchese, come possiamo essere sicuri che le stiate impartendo proprio questi comandi?
Puysgur gli rivolge un sorriso lieve.
- Volete provare a sostituirmi?
Bergasse non si tira indietro. Da quando ha strappato a Mesmer la promessa, in cambio di una lauta dote, di rivelare agli adepti i segreti del magnetismo animale, si comporta come il capobranco della Societ dell'armonia. Ogni occasione  buona per mostrarsi intraprendente e determinato.
Il marchese lo istruisce, gli spiega che deve concentrarsi sull'emicrania della donna e desiderare con forza di alleviarla. Solo cos ella si lascer andare e l'esperimento potr riuscire. Il motivo iniziale del rapporto dev'essere la cura, altrimenti il fluido non si dirige dove dovrebbe e la sonnambulizzazione fallisce. Gli fa sollevare una mano sull'elegante acconciatura della Goncourt. Gli ordina di pensare a un'azione che ella dovr eseguire e domanda alla signora di assecondare i pensieri del nuovo venuto.
Bergasse la fissa intensamente, la mano in posizione, ma sulle prime non accade nulla.
- Non siete abbastanza concentrato, signor Bergasse, - dice il marchese a bassa voce.
- Le ho chiesto di togliersi le... - mormora Bergasse, ma non termina la frase perch la signora Goncourt si sta sfilando le scarpe senza nemmeno chinarsi.
- Stupefacente, - commenta Bergasse.
Il marchese lo invita a non distrarsi, altrimenti la donna potrebbe svegliarsi di colpo e questo la farebbe stare male.
Bergasse torna a fissare la dama.
- Se le ordinassi di togliersi il vestito, obbedirebbe?
La domanda scuote il torpore di tutti. Un brusio percorre la fila di teste nella stanza, misto di sdegno ed eccitazione, ma Puysgur lo placa con un gesto della mano.
Bergasse ne approfitta per porre la domanda.
- Posso chiedervi di spogliarvi, signora?
La donna scuote la testa.
- No, - dice. - Non potete.
- Vi domando umilmente scusa, - si affretta a dire Bergasse, che gi rimpiange la propria intraprendenza.
- Farmi alzare un braccio non pu nuocermi in alcun modo, - insiste la donna. - Nemmeno sfilarmi le scarpe. Non cos per gesti indecenti. Voi potete volere che io mi spogli con quanta forza avete in corpo, ma io non lo far.
Le guance di Bergasse avvampano, e quelle di D'Amblanc pure, come se provasse disagio per l'indelicatezza dell'altro.
- Ho agito mosso soltanto dall'amore per la scienza, - si giustifica l'avvocato, e mentre lo dice si gonfia di sdegno per coloro che hanno potuto pensare male.
Toutain si alza in piedi e sembra voglia schiaffeggiarlo, per vendicare l'onore della sua prediletta. Carra e D'Eprmesnil si mettono in mezzo e lo trattengono. Puysgur  imbarazzato, non sa che fare, forse si sente responsabile dell'incidente.
Finch una voce risuona nella sala.
- Basta!
Il richiamo di Mesmer ha l'effetto di un colpo di pistola. Tutti si bloccano e si voltano verso di lui. Il tedesco ha le mani sollevate, a palmi aperti, come se potesse tenere tutti immobili con la sola forza magnetica. Ed  quello che fa. Nessuno fiata.
- Marchese, volete essere cos gentile da assistere Frau Goncourt? - dice rivolto a Puysgur.
Questi risveglia la donna e si accerta che stia bene. Dopo aver fissato Bergasse, anche lei afferma di non ricordare nulla di quanto le  successo nei minuti da sonnambula, e resta il dubbio che lo stia graziando pi che assolvendo. La tensione si stempera.
Se vi lasciaste sonnambulizzare...
Proprio mentre tutti si accingono a congedarsi, D'Amblanc alza la mano, dritta contro il soffitto.
- Chiedo scusa...
La voce  coperta dai primi convenevoli.
Mesmer nota il gesto e lo segnala al marchese.
Puysgur chiede silenzio e fa segno di porre la domanda.
- Signor marchese, da quanto abbiamo visto, si direbbe che il sonnambulo non  alla merc di chi lo magnetizza. Il volere dell'uno pu dunque opporsi a quello dell'altro. Ebbene, in questo scontro di volont, cosa determina la vittoria? Essa dipende dalla forza mentale, dalla distribuzione del fluido, dal grado di convinzione, dalla malattia?
Puysgur annuisce e guarda la platea, studiando una frase a effetto per accomiatarsi. La frase da ricordare per sempre.
-  il bene che fa la differenza. Volere il bene e credere nel bene.


3.

D'Amblanc fu distolto dai ricordi. Davanti a casa sua c'era un uomo in berretto frigio. Tra le mani rigirava un plico.
- Cittadino D'Amblanc, vengo per consegnarvi una lettera da parte dell'ufficiale Chauvelin.
I due uomini si guardarono, poi D'Amblanc not che lo sguardo dell'interlocutore tendeva a scendere verso il basso, verso la gallina.
D'Amblanc detestava tirare il collo ai volatili. Porse la gallina all'uomo, mentre con l'altra mano riceveva la convocazione.
- La volete? Ve la cedo volentieri.
Gli occhi dell'uomo brillarono d'interesse.
- Perch no, cittadino? Vi ringrazio, di questi tempi  peccato rifiutare. Gallina vecchia fa buon brodo.
Lo strano scambio fu compiuto e l'uomo si accomiat fra le proteste della gallina, che batteva le ali, disseminava piume e consumava le scarne energie per dar voce al proprio disappunto.

Entrato in casa, D'Amblanc spalanc la finestra per cambiare aria e un'ape gigantesca si infil nella stanza. Il ronzio era vibrante, un basso continuo che sembrava tenere assieme, come in un concerto, tutti i rumori della via, la vita quotidiana nel momento di pi vasta eccezionalit della storia di Francia. Stridore di ruote sul selciato, brani di canzone, vociare di bimbi, richiami in rima di venditori ambulanti e giornalaie. L'ape, compiuto il periplo dei muri, trov un'apertura e si perse fuori, nel cielo di Parigi.
D'Amblanc la segui finch non fu sparita dalla vista, poi scorse la lettera che teneva fra le mani.
La rivoluzione aveva cambiato le parole e i gesti con i quali l'uomo comunicava. Chauvelin ora era costretto a una missiva non da funzionario, non da amico, non da compagno di fazione: doveva tenere insieme tutti questi aspetti e allo stesso tempo tradirli un poco, a uno a uno.

Parigi, 25 maggio 1793

Esimio dottor D'Amblanc,
mi auguro abbiate avuto occasione di leggere i rapporti dall'Alvernia che vi ho lasciato durante la nostra ultima seduta. Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensate e cosa pensate di poter fare in proposito. Il comitato, bench assillato da molte altre questioni della massima gravit, insiste affinch accettiate l'incarico e andiate a verificare personalmente se i casi in oggetto siano ricollegabili all'attivit di magnetisti controrivoluzionari. So che siete restio a lasciare i vostri pazienti, ma in tutta sincerit ritengo che essi potrebbero fare a meno delle vostre cure per la durata del viaggio, e tra costoro annovero ovviamente me stesso. In certi casi un mal di testa  preferibile a un male maggiore. Consentitemi di aggiungere che cessare la frequentazione di alcune dimore private in favore di un servigio reso alla Repubblica non pu che essere una scelta saggia.
Resto in attesa di una risposta e vi porgo i miei omaggi,

Uff. Armand Chauvelin
del COMITATO DI SICUREZZA GENERALE

D'Amblanc rilesse pi volte la missiva, incluso il discreto commiato finale.
La grafia e la sintassi dell'ufficiale dicevano fondamentalmente una cosa: era il momento di scegliere da che parte stare. I segnali, del resto, parlavano chiaro: la battaglia per la Convenzione era cominciata. Brissot, Vergniaud, Roland e i deputati girondini da una parte. I fratelli Robespierre, Marat, Danton e i deputati montagnardi dall'altra. E si poteva stare certi che il comune non sarebbe rimasto a guardare, dominato com'era da Roux e Ledere, e cos i parigini, insieme al loro procuratore Hbert, che attraverso il suo pap Duchesne istigava a fare giustizia dei traditori della rivoluzione.
Non era difficile trarre le conclusioni implicite nelle parole di Chauvelin. E c'era dell'altro. Alcuni esponenti della Gironda erano legati alla storia personale di D'Amblanc. Deputati che prima della rivoluzione erano stati mesmeristi, come Carra e Brissot. Membri di un partito che troppo evidentemente lottava per gli interessi di ceti ristretti, non parigini, mercanti, armatori navali legati agli Inglesi, controrivoluzionari in potenza che si nascondevano dietro l'ambiguo velo della moderazione. D'Amblanc li conosceva bene, proveniva dallo stesso ambiente di studiosi del magnetismo, l'ormai dissolta Societ dell'armonia universale. Il loro profeta era tornato a Vienna, e chi lo aveva osannato, ora fingeva di non averlo mai conosciuto. D'Amblanc era considerato l'ultimo apostolo rimasto. L'unico in tutta Parigi capace di tenere assieme gli ideali della Repubblica e il magnetismo. Il motivo era presto detto: prima dei trattamenti somministrati da Mesmer, le ferite di guerra lo avevano fatto soffrire terribilmente; in seguito ai bagni e alle crisi convulsive, i dolori si erano diradati, come se una forza compressa avesse trovato una via per scaricarsi. Poi D'Amblanc aveva conosciuto il marchese di Puysgur e quell'incontro gli aveva cambiato la vita. Ma anche Puysgur rientrava nel novero delle amicizie sospette: era un aristocratico, fratello di espatriati.
D'Amblanc sapeva bene che Chauvelin non nutriva dubbi sulla sua fedelt alla patria e agli ideali di libert e uguaglianza che avevano mosso il popolo a compiere l'inusitato, l'inaudito e mai visto prima, a fondare una nuova norma a partire dallo strappo, dal taglio, dall'eccezione. Ma il suo passato di seguace di Mesmer e il suo presente di magnetista potevano comprometterlo agli occhi dei montagnardi. Ed erano costoro a controllare il tribunale rivoluzionario e il comitato di salute pubblica.
Inoltre - il riferimento alle dimore private parlava chiaro - D'Amblanc frequentava la casa di un altro noto brissotino, l'avvocato Girard. Per di pi al fine di curarne la moglie. D'Amblanc immaginava quale tipo di voci potessero essere nate intorno a quella circostanza. Voci che certo erano giunte alle orecchie dello scrivente, un solerte funzionario di polizia. Si meravigli che, a conti fatti, fosse proprio quest'ultima implicazione a fargli pi male, forse perch - si disse - era la pi fondata, ancorch solo in potenza.
Il consiglio di Chauvelin era levarsi da Parigi per un po', con un incarico ufficiale del comitato. Mettere le doti di magnetista al servizio della Repubblica. Questo lo avrebbe tenuto fuori dalla mischia e avrebbe segnato definitivamente la sua appartenenza alla fazione giusta.


4.

Nella casa stagnavano gli odori di cucina, il che, a memoria di D'Amblanc, non era mai accaduto prima.
La domestica lo accompagn lungo il corridoio sovraccarico di suppellettili, quadri e arazzi. Giunta sulla soglia dello studio, la donna annunci l'ospite.
La signora Girard stava in piedi, accanto a una finestra, e si volse accogliendo D'Amblanc con un sorriso lontano, distaccato.
La donna teneva un libro tra le mani, che pos - aperto -sulla scrivania. D'Amblanc avanz di qualche passo, gettando uno sguardo sulle pagine. C'era un'illustrazione, doveva trattarsi di un erbario o qualcosa di simile.
La Girard conged la serva e per la prima volta i due furono soli nella stanza.
- Dovr cercare altri rimedi per trovare sollievo ai miei disturbi, - esordi la donna.
D'Amblanc fu preso alla sprovvista. Si era preparato un discorso di commiato. Improvvis una risposta che suon stonata.
- Sono diverse settimane che non avete pi attacchi d'asma. I disturbi di cui soffrite si possono trattare in diversi modi.
- Nondimeno le sedute mi facevano del bene. Questo  un commiato, vero, dottore?
La voce era pigra, l'umore della donna vago, contrariato.
D'Amblanc si accorse di cercare il profumo di lei. Gelsomino, si, ne era certo. L'idea che non l'avrebbe pi sentito gli caus una stretta allo stomaco.
- Faccende della massima importanza mi chiamano fuori Parigi. Un servizio alla Repubblica. Non so quando potr fare ritorno.
La donna sedette e fece cenno a D'Amblanc di fare altrettanto. Sulle prime l'uomo rimase in piedi, bloccato in una postura rigida, quasi militaresca, poi decise di accettare.
- Vi arruolate, dunque?
- Non propriamente. Mi  stato offerto un incarico che non posso rifiutare.
- Quando sarete di ritorno, tutto potrebbe essere cambiato.
- La situazione sar necessariamente molto diversa, forse pi chiara, - rispose lui.
La donna prese a sfogliare l'erbario. A D'Amblanc sembr una pausa calcolata ad arte. Lei pos di nuovo il libro.
- Pensate che la melissa potr alleviarmi?
D'Amblanc decise di esporsi, in fondo era giunto fin li per quello.
- Ascoltate, vi prego. Voglio essere sincero. Io credo di avere suscitato in voi un qualche interesse verso la mia persona. Una forma di... attrazione. Voi siete una donna intelligente, portata all'analisi. Io sospetto di avere in qualche modo condizionato il vostro animo, attraverso la terapia. Non voglio partire senza avere sciolto questo dubbio.
Senti di dover aggiungere altre parole, ma la ricerca si aren davanti al sorriso di piccoli denti bianchissimi.
- Voi mi state lasciando, - disse lei. - Forse per sempre. E mentre lo fate, cercate di attribuirmi i vostri sentimenti, e di incolparne la cura che avete condotto. Cos avete la giustificazione migliore per interromperla e andarvene lontano da me, come un dottore premuroso. Soprattutto mi negate un sentimento genuino, mio. Mi rendete due volte malata.
D'Amblanc rimase impietrito, d'un tratto nudo, scoperto come un fante rimasto solo durante un assalto.
Per sua fortuna fu ancora lei a parlare.
- Forse  la condizione di dipendenza in cui mi trovo. Non soltanto dalla terapia, ma dalle circostanze, dal mio sterile matrimonio, dai tempi che incombono su tutti noi. Dal tempo stesso. Ho quasi esaurito la mia scorta di giovinezza.
Sorrise ancora, ma fu il sorriso pi triste che D'Amblanc avesse mai visto.
- Forse, - riprese lei, - non siamo che una donna sola e un uomo tormentato separati dallo schermo delle convenienze. Lasciatemi i miei sentimenti, dottore, mentre mi lasciate al mio asma.
Vers un bicchierino di liquore da una bottiglia verde e lo porse all'uomo. Ne riempi un secondo per s.
- Brindiamo al nostro addio e alla nostra salute.
Le labbra indugiarono sul vetro, traendo piccoli sorsi.
D'Amblanc trangugi il liquore d'un fiato.
- Ora andate, - disse la donna. - La vostra compagnia mi aggrava, cos come un tempo mi faceva del bene. Vi auguro ogni felicit.
D'Amblanc si alz, il bicchiere in mano, e avrebbe voluto parlare, ma ogni parola sarebbe suonata superflua. Prima di rendersi ridicolo, salut e prese congedo.


5.

So cosa siete venuto a dirmi, mein Freund. Le vostre cure con me sono finite.  giunto il tempo che andiate allein. Da solo, si.
Voi cercate guarigione e della vostra guarigione vorreste fare exemplio, da essa vorreste dedurre una praxi medica. Ma la vostra ricerca  la ricerca di una vita intera, e il vostro cammino  appena iniziato. Gli altri cercano filosofie und formule politische per curare la societ, ma non si pu curare la societ se non si cura der Mann... l'Uomo! Non c' harmonia senza friede. Io ho offerto loro un nuovo modo di guardare l'universo. Das Fluidum  la metafera fatta realit. Il flusso lega tutto a tutto.
Bergasse vuole che io pubblichi i segreti della doctrina. Brissot e Carra lo appoggiano. Non si sono fermati auch nicht quando ho chiesto loro una cifra uncomensurabile in cambio della rivelazione. Hanno raccolto tutto quel denaro, per cosa? Ho gi dato loro tutto ci che volevano e adesso si accorgono che era zugleich troppo e troppo poco. Vogliono abbattermi, depormi wie einen Knig per poter credere di essere i paladini della libert e della verit. Aber sie ist eine falsche Revolution... una revoluzione falscia. Mi accusano di avidit, perch temono di essere dei mediocri.
Voi non siete come loro, D'Amblanc. Voi lo avete capito. Es ist kein Geheimnis. Non c' nessun segreto. Esiste soltanto il flusso. Puysgur lo ha dimostrato davanti ai loro aucchi, ma essi sono blind wie Wrmer... Ciechi come vermi. Bergasse non vuole accettare questo, vuole un segreto da carpire per regalarlo al Volk, vuole essere un neuer Prometeus. Lui deve lasciarmi, altrimenti dovrebbe uccidermi alle idi di marzo. E io lo lascer andare.
Cosi come non cercher di trattenere voi, doctore. Voi forse avete ancora speranze. Aber... prima che andiate, vi dir ancora una cosa.
Oggi avete visto un nobile magnetizzare einen Bauern, un contadino. Ma avete mai visto un contadino fare lo stesso a un nobile? Pensate a questo e cercate una via, pi che una guida. Vi auguro di trovare eine authentische Revolution... Una revoluzione autentischa, si. Buona fortuna.


Estratto da
RICERCHE E OSSERVAZIONI
SUL TRATTAMENTO MORALE DEGLI ALIENATI
di Philippe Pinel (Parigi, 1798)

Un giovane uomo, in seguito ad avvenimenti sfortunati, perde il padre, e pochi mesi pi tardi, una madre a lui molto cara. Da allora, una tristezza profonda e concentrata, niente pi sonno, niente appetito e l'esplosione di uno stato maniacale dei pi violenti. Lo si sottopone al trattamento usuale, con salassi abbondanti, bagni, docce, uniti ad atti repressivi di un estremo rigore. Tutto questo insieme di cure fallisce. L'alienato viene infine trasferito a Bictre in quanto molto pericoloso. Il sorvegliante Pussin, lungi dall'accettare ciecamente un simile giudizio, lo lascia, fin dal primo giorno, libero nel suo alloggio, per studiare il carattere e la natura dei suoi mali. Il cupo tacere di questo alienato, il suo abbattimento, l'aria pensosa e concentrata, qualche scomposto commento che gli sfugge circa le sue sfortune, lasciano intravedere, attraverso idee senza coerenza, il principio della sua mania. Pussin lo consola, gli parla con interesse, arriva a poco a poco a dissipare la sua ombrosa diffidenza e a fargli sperare di ristabilirsi. La sua fiducia e la sua stima nel sorvegliante diventano senza limiti, le sue forze rinascono per gradi, insieme a tutti gli altri segni della salute, mentre la ragione fa valere di nuovo i suoi diritti; e cos, colui che in un altro ospizio era stato maltrattato, e segnalato come il pi violento degli insensati,  divenuto, con mezzi dolci e conciliatori, l'uomo pi docile e pi degno d'interesse, per la sua toccante sensibilit.
Nel trattamento morale non si considera il folle come assolutamente privo di ragione, ovvero inaccessibile a sentimenti di timore, speranza, onore... Prima occorre sottometterlo, poi incoraggiarlo.

 SCENA OTTAVA
 Il discorso del muto
Maggio 1793


I.

Il mercatino all'interno delle mura era affollato. L'uomo che si faceva chiamare Laplace guardava le sculture di ossi di pollo che uno dei pazienti vendeva al pubblico di parenti e curiosi. Andare a guardare i folli era un passatempo in voga, ma - pens Laplace - non era necessario spingersi fino a Bictre. La Francia intera pullulava di pazzi.
Una delle sculture rappresentava una pastorella, e ancorch sgraziata, la figura era riconoscibile. Guard il folle che aveva prodotto l'arcadico personaggio: era scosso da tremiti, ma ogni volta che piegava, legava o montava le strutture che componevano l'opera, le mani erano ferme come quelle di un chirurgo impegnato nell'estrazione di una pallottola.
Fra le altre figure, Laplace riconobbe una casetta, con tanto di comignolo e finestre, e una testa umana, che sembrava riprodurre fattezze concrete.
- Chi  costui? - chiese Laplace all'ombra d'uomo dietro il basso tavolino delle sculture.
- Mmm... Mm... Marat! - proruppe il folle artigiano.
Perfetto, pens Laplace. Marat, l'amico dei folli.
Pag l'oggetto, lo rigir tra le mani e prosegui la passeggiata.
Si arrest pochi passi pi in l, di colpo. Ecco il biondo Malaprez, scortato da un nerboruto inserviente. Si muoveva come se fosse infreddolito, il che era strano, vista la temperatura gradevole. Stava sotto un sicomoro, le spalle sollevate, come a proteggere il collo.
Laplace avanz con calma in quella direzione.
Malaprez non indossava la camicia di forza. Segno che negli ultimi giorni non aveva pi dato in escandescenze.
- Fate attenzione, cittadino Laplace, - disse l'inserviente. - Questo garzo sembra cheto, ma pu dare di matto in un amen. Se era per me, lo tenevo rinchiuso giorno e notte, altro che.
- Non fatevi udire dal governatore Pussin, cittadino. Permettete una parola?
- Se vi piace sprecare il fiato, fate pure. Non capir un zullo di quel che dite.
- No,  a voi che debbo dire una parola.  una bella parola, di quelle che possono aprire le porte. Oppure chiuderle.
Sotto la frangetta di capelli spessi e bruni, l'omone corrug la fronte. Laplace sorrise, si avvicin e parl a bassa voce.
- Se vi scoprono, ci vado di mezzo io. - replic l'inserviente. Poi si guard intorno, chin il capo e aggiunse sottovoce: - Ce n' anche di pi belli. E di pi comodi. Se a questo gli prende la mattana mentre lo pastrugnate, vi spappola.
Laplace serr la mascella per restare impassibile. Si aspettava quel genere di malinteso: gli infermieri erano plebei abituati alla deboscia, anche contronatura. Inarc un sopracciglio, imitando un'espressione divertita.
- La somma che vi metto in tasca comprer anche i vostri patemi, cittadino. Non pensate, datemi ci per cui pago.


2.

Quella sera, mezz'ora dopo la fine dei pasti, l'uomo che si faceva chiamare Laplace entr nella cella di Malaprez, il bifolco che aveva perso il dono della parola.
Il bruto, steso sulla panca malmessa, alz il capo di scatto. Ora indossava la camicia di forza. Alle spalle di Laplace, la porta si chiuse. Il contadino si agit, si lev in piedi, scagli contro l'intruso un'occhiata ferina, emise un verso simile al brontolio di un orso. Ciocche bionde aderivano a una fronte gi imperlata di sudore. Avanz scomposto. Camicia o non camicia, voleva colpire Laplace, atterrarlo con una spallata o una ginocchiata tra le gambe. O forse voleva mordergli il naso. Laplace si scans ed evit l'urto. Malaprez smorz lo slancio prima di finire contro una delle pareti umide.
Che vuoi da me?, disse il latrato che riempi la stanza. Laplace doveva zittirlo al pi presto.
La cella era illuminata da due candele: una l'aveva in mano Laplace, l'altra era piantata in un vecchio boccale, sul pavimento in mattoni accanto al bugliolo. Le due fiamme raddoppiavano le ombre: quattro persone danzavano sui muri. Le sagome si cercavano a vicenda, ruotavano, si spostavano, correvano e rallentavano.
Malaprez voleva colpire Laplace, fargli male, molto male. Laplace voleva trovarsi con Malaprez occhi negli occhi. Che danza era?
Il minuetto dei pazzi.
La gavotta del magnetismo animale.
Invest Laplace il ricordo di una sera a Versailles. Un ricevimento, di quelli troppo affollati. Forse era il 1788. Gli ospiti avevano ballato la gavotta. I cavalieri in linea di fronte alle dame, ciascuno con un mazzolino di fiori. Dopo i passi di gruppo, il primo cavaliere e la prima dama si erano staccati danzando da soli, si erano abbracciati, poi la dama era andata ad abbracciare i cavalieri, e il cavaliere le dame. Non rammentava chi fosse il cavaliere: nel ricordo era un quidam con un mazzetto di giacinti rosa, rappresentante di una nobilt esangue e rinunciataria, ombra di s stessa. La dama era Maria Antonietta Giuseppa Giovanna d'Asburgo-Lorena, regina consorte di Francia e Navarra. Bella donna, l'austriaca, ma poco pi di questo. Laplace guardava la scena in disparte, accanto al barone.
Danza e reminiscenza durarono pochi istanti.
Al termine di una figura sin troppo elaborata, che aveva richiesto non meno di dieci passi, le iridi azzurre del contadino si trovarono innanzi quelle ancor pi cerulee del guerriero. Laplace piant lo sguardo nelle pupille del folle, lo tocc sulla fronte madida e, col tono di chi quieta un bimbo in lacrime, disse: - Abbiamo danzato. Adesso parleremo.
Colto alla sprovvista, Malaprez chiuse la bocca e stir la fronte, perdendo l'espressione bestiale che aveva fino a un secondo prima. Smarriti l'impeto e la cadenza, si afflosci contro la mano di Laplace, pur rimanendo in piedi.
I polpastrelli raggiunsero le cicatrici. Laplace alz la candela per illuminarle.
Resti di lacerazioni sottili, poco pi che graffi.
Segni lasciati da un corpo irregolare e ruvido, forse un ramo.
- Sediamoci, - disse al folle, oramai placato e in sua balia.
II bifolco ubbid. Si accomodarono, per quanto possibile, sulla panca.
- Ti toglier la veste che ti stringe. Se cercherai di recarmi offesa, proverai un terribile dolore al capo. Se cercherai di recare offesa a te stesso, ti sentirai soffocare. Hai capito quel che ti ho detto?
Malaprez emise un vago mugugno.
Laplace ripet la domanda.
Malaprez annu.
Laplace ripet la domanda.
Malaprez era confuso.
Per la quarta volta, Laplace ripet la domanda.
I muscoli del viso di Malaprez si contrassero. Laplace era certo che, sotto la camicia di forza, il contadino avesse i pugni serrati.
- Per la quinta volta: hai capito quello che ho detto? Malaprez strinse i denti finch le mandibole non parvero palloni. Per quella morsa pass una sillaba.
- Bravo, dillo ancora, - lo esort Laplace.
- Si, - disse Malaprez, e a quel punto il viso si distese.


3.

Jean-Baptiste Pussin osservava dalla finestra due alienati giocare alla ghigliottina. Uno faceva il condannato, l'altro il boia. La fantasmatica lama calava e il giustiziato rilasciava il collo per far penzolare la testa, evocandone la caduta nel cesto. Subito dopo, i due si scambiavano i ruoli: il test decollato azionava l'invisibile macchina, e il boia di prima soccombeva. Poi si ricominciava. Andavano avanti cos da almeno mezz'ora, senza dire una parola.
Pussin trovava la scena intrigante. Con ogni probabilit, nessuno dei due folli sapeva che proprio a Bictre, poco pi di un anno addietro, si era collaudata la ghigliottina, quella vera. Pussin ricord la scena. Il boia Sanson, di fronte a una discreta folla, aveva infilato nel macchinario tre cadaveri spirati da poco, cambiando sempre lama tra un'esecuzione e l'altra, per stabilire quale forma fosse la pi efficiente, se quella inclinata o la pi classica falce. Aveva vinto la prima, mozzando in un batter di ciglia la testa di una prostituta. Terminato il lavoro, il boia aveva fatto i complimenti agli inventori per il brillante risultato e aveva definito la procedura, con una punta di amarezza, "sin troppo facile".
Finalmente i giustizieri giustiziati ruppero il silenzio, mettendosi a litigare sull'errore giudiziario che aveva condotto al patibolo uno dei due.
- Voi non capite: io non dovrei essere qui! - disse colui che in quel momento teneva la parte della vittima.
- Se  per questo, nemmeno io, - replic l'altro.
Pussin trov appropriato che la scena si svolgesse nella "piazza" del "quartiere San Prisco", ovvero la corte centrale del settimo padiglione di Bictre. Il padiglione dei folli era una parodia di rione cittadino: i passaggi stretti fra i suoi edifici erano chiamati via dell'Inferno, via dei Furiosi, Piazza Corte centrale, via della Fontana... Di quel rione, Pussin era il primo amministratore. Un sindaco. Il sindaco dei matti.
E in fondo, perch no?, pens Pussin. Tutto quanto avviene qui dentro  parodia del mondo l fuori. La toponomastica, il gioco della ghigliottina... La Grande Parodia, cos la chiamava Auguste Laplace, l'abitante pi erudito e distinto di San Prisco (e al tempo stesso il pi elusivo), durante una delle loro conversazioni. L'espressione aveva tanto colpito Pussin che ne aveva scritto nel suo diario, quello che teneva da tre anni, nel quale annotava i risultati dei suoi esperimenti.
Laplace era diverso da qualunque paziente fosse mai transitato a Bictre a sua memoria, e la memoria di Pussin era a lunga gittata: lavorava li da tredici anni, e conosceva il posto da ancora prima.
Laplace diceva di essere di Aurillac, e l'accento sembrava confermarlo. Diceva di essere stato un pittore non eccelso ma di buon livello, e di aver perso ogni interesse per tele e dipinti in seguito a una crisi melancolica. Una volta Pussin gli aveva chiesto che genere di quadri dipingesse. "Soggetti sacri, - aveva risposto l'alvergnate. - Dopo la rivoluzione, non erano pi in voga".
In fabula, eccolo arrivare da via dei Furiosi. Lo si notava subito, perch indossava i propri abiti, non la tenuta grigia degli alienati.
Pussin vide che non era solo: un paziente gli camminava accanto. Alto quanto lui, ma pi grosso. Chioma bionda e scarmigliata, viso rosso, mani giunte dietro la schiena. Quando i due raggiunsero il centro del cortile, Pussin lo riconobbe: Antoine-Marie Malaprez, il contadino dell'Essonne pazzo di collera, divenuto muto dopo i fatti di settembre.
La circostanza era strana: dopo gli ultimi accessi d'ira, Pussin aveva disposto che Malaprez fosse sempre accompagnato da un inserviente, con la camicia di contenzione pronta alla bisogna. Che ci faceva, privo di scorta, al fianco di Laplace? Era il caso di vederci chiaro, doveva...
I due si fermarono proprio sotto la finestra di Pussin. Laplace sorrise e gli rivolse un cenno di saluto. Perplesso, il governatore ricambi.
Laplace si gir verso il compagno di passeggiata e gli disse qualcosa a bassa voce.
Malaprez scosse il capo con forza, in un esasperato cenno di diniego. A Pussin ricord un cane che si scrolla l'acqua di dosso dopo aver guadato un torrente.
Laplace continu a parlare al contadino, non c'era modo di capire cosa stesse dicendo. Malaprez teneva la testa china. A un certo punto, Laplace gli pos una mano sulla spalla.
Nel frattempo, i giustiziati giustizieri se n'erano andati. Nel cortile c'erano altri folli, e inservienti, e persino qualche visitatore, ma nessuno faceva caso alla tesa pantomima in corso sotto la finestra di Pussin.
Alfine, Laplace convinse l'energumeno biondo a fare quel che gli chiedeva, di qualunque cosa si trattasse. Pussin lo capi dai tratti pi distesi di Malaprez. Quest'ultimo alz il capo, raddrizz la schiena come volesse darsi un tono (perdio, era certo che volesse darsi un tono), fiss Pussin e parl.
Non guai, non latr n mugol. Non grugni, non mugugn n bofonchi. Non mugg, e nemmeno sbrait. Parl, come fanno quasi tutti. A voce non alta, ma Pussin intese le parole. Tre in tutto, e una era il suo nome.
- Buongiorno, cittadino Pussin.
Il governatore aggrott la fronte. Stava succedendo qualcosa. Anzi, era gi successo. Spost lo sguardo su Laplace: sorrideva, ma gli occhi azzurri erano freddi.
- Cittadino governatore, - lo apostrof, - vorrei spiegarvi quale opera ho compiuto a beneficio del qui presente Malaprez. Credo che il mio resoconto sar di vostro interesse. Consentite?
Pussin pens rapidamente, poi rispose: - Consento, cittadino Laplace. Salite nel mio ufficio, solo. Nel mentre, un inserviente terr compagnia al nostro amico.


4.

- Non so che abbiate fatto di preciso, ma intuisco di dovermi congratulare con voi.
- Ho solo messo in pratica il vostro suggerimento, cittadino Pussin. Ho pensato a come avrei potuto rendermi utile all'ospedale.
- Spiegatemi, dunque.
- Sono partito dai vostri metodi. Vi ho osservato pi volte mentre parlavate agli sventurati di San Prisco, e vi ho osservato mentre parlavate a me. Non siete un medico, e ci sembra conferirvi un vantaggio. Voi cercate le cause dell'alienazione non nelle lesioni dei nervi o nello squilibrio delle funzioni organiche, bens in tutto ci che genera un disordine morale e spirituale. Vi informate su quel che gli alienati provano, sulle cause di un loro temporaneo sollievo o di una persistente irritazione, sui ricordi che affiorano improvvisi nelle loro menti, sulle nostalgie dei loro cari...
- Descrizione molto corretta.
- E scrivete tutto quanto.
- Certamente. Lo ritengo non soltanto utile, ma doveroso.
- Nei vostri appunti sul paziente Malaprez, a cosa avevate attribuito la sua repentina perdita della favella?
- Cittadino Laplace, non  normale che un paziente rivolga cos tante domande al governatore del padiglione. A ogni modo, nei miei appunti, avevo attribuito l'improvviso mutismo di Malaprez ai colpi che aveva ricevuto durante l'irruzione di settembre.
- Con tale attribuzione, non vi pare di aver tradito il vostro metodo consueto, rinunciando troppo presto a cercare una causa spirituale per i disturbi del nostro amico?
- A giudicare da quel che ho appena visto e sentito, mi pare di capire sia andata cos. Ma voi, Laplace, cosa avete scoperto, e come?
- Nemmeno io sono un medico, cittadino Pussin, ma i danni al capo di Malaprez mi sono parsi di lieve entit. Ho avuto cura di parlargli, con delicatezza, propenso ad ascoltare i suoi mugugni come fossero parole. Parole costrette e deformate, schiacciate da un peso. Gradualmente, mi sono accorto che comprendeva le mie frasi. Ho lavorato con pazienza, e ora, sebbene a fatica,  di nuovo in grado di esprimersi.
- E la ragione del precedente mutismo?
- Penso che il massacro di settembre lo abbia spaventato e inorridito al punto di impedirgli di parlare. Di quella notte, tuttavia, sembra non ricordare nulla.
- Come  possibile temere ci che si  dimenticato?
- Ai bambini non capita forse di aver paura senza sapere di cosa, n perch? Malaprez sapeva, ma non sa pi.
- Ammetto di essere molto colpito, cittadino Laplace.
- A questo proposito, cittadino Pussin...
- Dite pure.
- Ho nell'animo, fortissima, l'impressione che parlare con quell'alienato mi stia aiutando contro la melancolia. Vorrei poter continuare a farlo. Vi chiedo di non restringere pi i movimenti di Malaprez, di non imporgli pi la veste di contenzione, e di non farlo seguire in ogni dove da uno o pi inservienti.
- Non state domandando poca cosa.
- Ne sono consapevole.
- Se vi accontentassi, e in seguito Malaprez ricadesse in uno dei suoi accessi di collera, sarebbe mia e solo mia la responsabilit delle conseguenze.
- Non vi saranno altri accessi di collera.
- E come credete di poterlo garantire?
- Vi d la mia parola: non vi saranno altri accessi di collera.
- Mi chiedo come riteniate di saperlo.
- Non lo ritengo: lo so. Ascoltatemi mentre lo ribadsco: non vi saranno altri accessi di collera.


5.

L'esperimento procedeva bene. Di giorno in giorno, Laplace strappava al contadino nuove parole e brandelli di ricordi. Otteneva tali risultati, semplicemente, volendolo.
Un solo uomo potrebbe sollevare l'universo, con la magia della volont.
Il fine che Laplace si era prefissato: portare Malaprez a riconoscere, e di nuovo esperire, il momento in cui aveva perso l'uso della parola. Per ottenere ci, lo magnetizzava poco dopo l'alba e nel tardo pomeriggio, i due momenti pi vicini ai crepuscoli, e dunque alla notte. Si trattava, infatti, di rivivere l'esperienza di una notte, quella fra il 3 e il 4 settembre 1792.
Laplace ricordava quella notte: l'aveva trascorsa accampato a Verdun. Dopo due settimane di battaglia, l'armata del duca di Brunswick aveva sconfitto i rivoluzionari ed espugnato la piazzaforte. I Prussiani, tra le cui file combattevano Laplace e il barone, si preparavano a marciare verso Parigi.
Proprio la cattiva novella della sconfitta nell'Argonne e lo spettro dell'invasione avevano scatenato panico e collera nella capitale. Il popolino aveva deciso di regolare i conti col "nemico interno", i controrivoluzionari ancora presenti a Parigi. Ne era seguita la presa d'assalto di prigioni e ospedali, e il massacro pi lungo ed efferato si era svolto a Bictre.
Nemmeno l'ascendente che aveva su Pussin, nemmeno la pi cospicua mancia a questo o quell'inserviente avrebbe consentito a Laplace di girare per l'ospedale nel cuore della notte. Doveva accontentarsi di iniziare le sedute appena sorto il sole o poco prima del tramonto.
Laplace era partito da lontano, perch il contadino non resistesse chiudendosi a riccio. Le prime domande erano state sull'infanzia a Longjumeau, sulla madre morta giovane, sul lavoro nei campi, poi l'arrivo a Parigi, la vita di stenti... Un giorno, nella primavera del '92, Malaprez aveva sentito di non farcela pi, e aveva deciso di uccidersi urlando. Proprio cos: avrebbe urlato fino a spaccarsi la gola, urlato e tossito sangue, urlato fino a morirne. Per farlo, era andato in Piazza
Rivoluzione. Si sarebbe ammazzato l dove ammazzavano la gente, ma le guardie lo avevano preso, e poche ore dopo si era trovato a Bictre.
Un povero poteva finire a Bictre per tanti, innumerevoli tragitti, ed entrarvi in una condizione - alienato, prigioniero, epilettico, orfano, vagabondo, lavorante - per poi rimanervi in un'altra. Malaprez, invece, era sempre stato a San Prisco. Ricordava i primi mesi, il caldo torrido dell'estate, l'umidit e il fetore delle celle, la nostalgia per la campagna dove aveva patito fame e freddo ma almeno aveva spazio per camminare. .. Ricordava la prima volta che aveva visto Pussin.
Poi un buco, un fossato dal fondo buio che la memoria di Malaprez saltava a pi pari, per arrivare all'attuale degenza, o prigionia.
Il buco, non era difficile capirlo, corrispondeva alla notte del massacro.

Di quella notte, nessuno parlava volentieri. Nessuno eccetto il padre Richard, scrivano e addetto alla posta di Bictre. Se interrogato in proposito, l'omino si lanciava in una dettagliata esposizione, raccontando la tragedia ora per ora, gesticolando in preda al fervore. Era senza dubbio l'evento pi straordinario e spaventoso al quale avesse assistito, e certamente ne avrebbe parlato per tutta la vita.
Quand'era tornato a Parigi in incognito, un mese dopo la sconfitta di Brunswick a Valmy, l'uomo che si sarebbe chiamato Laplace aveva raccolto ogni sorta di storie sui massacri di settembre. Alcuni sostenevano che una gran folla di parigini, nel pomeriggio del 3 settembre, si fosse presentata al cancello di Bictre armata di spade, picche, forbici, fucili e trascinandosi dietro sette cannoni. Sotto la minaccia di bombardare il muro di cinta, erano entrati nel cortile e avevano massacrato seimila persone, con qualsiasi mezzo atto a uccidere, compresa l'acqua, con la quale avevano annegato chi si era rifugiato nei sotterranei, senza distinzione fra prigionieri, malati, insensati, amministratori, medici, ragazzi.
Il padre Richard negava risolutamente che la folla avesse cannoni. E Bictre non aveva mai ospitato seimila persone. La plebaglia aveva invaso soltanto la prigione, dove, quel giorno, non vi era pi di qualche centinaio di detenuti. Di questi, a sentire Richard, una cinquantina era stata messa subito in libert. Inutile chiedersi con quale criterio. Altri erano fuggiti approfittando del trambusto. Pi o meno centocinquanta erano stati uccisi.
Durante la prima giornata, non pi di venti prigionieri erano stati segnati con una croce di gesso sulla spalla sinistra, quindi condotti di fianco alla cappella dell'ospedale, legati al tronco di un olmo e uccisi a colpi di spranga. Si trattava, per lo pi, di preti "refrattari", parenti di aristocratici espatriati e condannati a morte in attesa dell'esecuzione. Con scrupolo degno di miglior causa, i loro corpi erano stati spogliati e i beni inventariati, affinch nessuno potesse rubare ci che spettava ai familiari del defunto. I carnefici erano convinti di agire per il bene della Francia e non volevano che un furtarello macchiasse il valore di quanto andavano facendo.
La Grande Parodia. Scimmie che giocano ai giudici.
Dopo il tramonto, i magistrati di quel tribunale posticcio, sentendosi la gola secca, si erano fatti portare dall'economo le riserve di vino custodite nei sotterranei. Lo spirito aveva obnubilato la loro capacit di discernimento, ignobile o fondata che fosse, e per tutta la notte i prigionieri erano stati condotti direttamente all'olmo sanguinante, senza nemmeno l'apparenza di un processo. In quel modo, col favore delle tenebre, erano stati uccisi un centinaio di detenuti, mentre gli ultimi quarantadue, ragazzi del riformatorio, li avevano eliminati la mattina successiva.
Nel pomeriggio del 4 settembre, quando la torma se n'era andata, gli inservienti avevano trovato Malaprez supino e privo di sensi, la testa insanguinata, a poche decine di passi dall'ormai famigerato olmo. Com'era finito in quel punto?
I sanculotti non avevano prelevato nessuno dal settimo padiglione, soltanto dalla prigione.
Una sera, finalmente, la magia della volont schiuse il forziere dei ricordi di Malaprez.

Erano nell'alloggio di Laplace. Il contadino sedeva sulla branda, Laplace girava per la stanza senza mai dargli le spalle n staccare lo sguardo dal suo viso.
- E che io qua dentro non ci voglio stare! - proruppe a un tratto Malaprez.
Il magnetista dissimul la sorpresa, come se quella fosse una normale battuta, in un dialogo avviato da lunga pezza.
- Perch mai? - domand.
- L fuori si sgolano, c' gente che schiatta.
- E allora?
- Io mica ci credo al prete Richard.
- Che c'entra il padre Richard?
- Il padre Richard  passato e dice di star calmi, ch tanto i sanculotti son qui per i nobilardi della prigione, mica per noi matti.
Il magnetizzato rallent la parlata e chin il capo sul petto. Laplace si avvicin, lo tocc con le mani, lo costrinse a fissarlo negli occhi e lo preg di continuare.
- Siccome i guardioni si sono fatti di nebbia, io mi son detto: vado. Non la faccio la fine del...
- La fine del?
- La fine del topo.
- E poi?
- Poi... Arrivo nella piazza. I rivoluzionari sono li, quaranta, cinquanta. Io mi nascondo dietro un acero e penso come scappare. E mentro penso, sento uno che grida: "Pietaaa". Allora mi sporgo e vedo tre che portano a forza un tizio, lo appoggiano a un olmo e un altro sanculotto...
- Cosa fa?
- Fa bam! con un randello, gli spacca la zucca e vien fuori un gran sangue. E subito dietro un altro, bam!, e un altro ancora, e...
La voce del contadino si spense in gola, ma Laplace decise di non intervenire. Ormai la brocca era crepata e il liquido dei ricordi fluiva da solo.
Malaprez si lecc le labbra, domand un bicchiere d'acqua e riprese a parlare.
- Alla fine decido che devo saltar fuori, mica posso star l tutta notte e farmi beccare dai guardioni alla mattina. Decido che mi muovo, ma quelli... Mi vedono, mi indicano, mi saltano addosso prima uno, e me lo scrollo di dosso, poi altri due, poi cinque, poi sei. Mi bloccano per terra e mi dicono: "Zitto, sta' zitto". Io solo allora mi accorgo che sto urlando. Urlo e non riesco a smettere, come quella volta in Piazza Rivoluzione. Sento i gecchi sanculotti che si domandano chi cazzo sono: "E chi vuoi che sia, sar uno sciroccato di San Prisco, chiss da quanto tempo stava li a guardare". "E allora, anche se guardava? Mica c' da vergognarsi, stiamo amministrando la giustizia rivoluzionaria". "Si, va bene, ma l'importante  farlo star zitto..." E allora bam!, anche a me arriva la botta in testa, ma non cos forte da spaccarmi la zucca, forse ho la zucca pi dura di quegli altri poveracci...
Io mi addormento e basta. E quando mi sveglio non urlo pi. Non parlo pi. Sono muto.

Estratto dalla
SEDUTA DEL CLUB DEI GIACOBINI
del 26 maggio 1793
Intervento di Maximilien de Robespierre

Il trionfo momentaneo dell'aristocrazia non deve spaventarvi pi del successo degli intriganti in certe sezioni corrotte. Il foborgo di Sant'Antonio schiaccer la sezione del Mail, come i sanculotti di Bordeaux schiacceranno gli aristocratici. Dovete premunirvi contro i raggiri del brissotismo. I brissotini sono scaltri, ma il popolo di Parigi  pi scaltro di loro. Vi ho detto che il popolo deve riposare sulla sua stessa forza; ma quando il popolo  oppresso, sarebbe un codardo chi non gli dicesse di insorgere. Quel momento  giunto: i nostri nemici opprimono i patrioti e in nome della legge vogliono ripiombare il popolo nella miseria e nella schiavit. Io non sar mai amico di questi uomini corrotti, quali che siano i tesori che mi offriranno. Preferisco morire con i repubblicani, che trionfare con questi scellerati. [.Applausi] Io invito il popolo a insorgere, in seno alla Convenzione, contro i deputati corrotti, e dichiaro che io, da solo, sono in stato di insurrezione contro il presidente e i deputati alla Convenzione. [Applausi] Invito i deputati della Montagna a stare uniti contro l'aristocrazia e dico che per loro non c' alternativa: o resistere con tutte le forze ai tentativi d'intrigo, oppure dare le dimissioni. Dichiaro che punir io stesso i traditori e prometto di considerare qualunque cospiratore come un nemico, e di trattarlo come tale.
[Applausi. Tutta la societ s alza e si dichiara insorta contro i deputati corrotti].
...
.
...
SCENA NONA.
...
.
...
Tuona il cannone.
...
31 maggio-2 giugno 1793.
...
I.
...
Un conto  dormire su un carro. Un conto  dormire in un pagliaio. Tutt'altra cosa dormire sotto un ponte. Pontenuovo, lo chiamavano i parigini. E dormire, mica si trattava di dormire davvero: era un prendere sonno a stento, per poco, devastati dalla stanchezza, con un buco nello stomaco, dove Lo aveva fatto, suo malgrado, abitudine al cibo.
Aveva dovuto vendere tutto quel che non serviva. Anche i vestiti buoni, due: uno fatto fare a Bologna, l'altro comprato in Francia coi primi soldi del teatro. I soldi, gi. Erano esistiti.
Ora invece esisteva Pontenuovo. Sotto, era la sua precaria e pericolosa dimora notturna. Sopra, e nelle vie intorno, era il suo luogo di lavoro. Saltimbanco senza un banco su cui saltare e nulla, nessuna pozione per la virilit n lozione per capelli, da vendere. Gli toccava una vita di merda, all'attore. Bravo era bravo, ma stanco vieppi, e i lazzi dopo un po' uscivano male, e poi doveva far tutto da solo, uno sbattimento, una fatica improba, e quelli, i parigini, in pratica gli facevano l'elemosina, per giunta magra. Sembravano aver preso interesse ad altre cose, i parigini. Avevano sviluppato il gusto per un teatro pi vasto, e Lo ne calcava soltanto i margini.
Aveva conservato: un vestito di scena, mezzo Scapino e mezzo Scaramouche; una camicia bianca, rattoppata; una maschera col nasone. Poi: un fagotto; delle candele; un tomo delle Memorie del maestro Goldoni.
Anche le scarpe se ne erano andate, barattate per un po' di denaro e degli zoccoli di legno. Leonida Modonesi si era abituato al rumore che producevano sul selciato, e negli ultimi giorni aveva notato che suonavano strascinate, le rustiche calzature. Ormai aveva il fiato corto, e il passo lento.
Tra gli ambulanti che lavoravano sul ponte, soltanto con uno era nata simpatia, forse perch pure lui veniva dall'Italia. Da Bergamo, come Arlecchino. Rota, si chiamava. Era un omarino senza et e con una gamba storta, che ogni mattina zoppicava fino al ponte col suo carrello di libri e almanacchi. Era quel che in Francia chiamavano un bouquiniste. Gi il primo giorno, Lo gli aveva detto che a Bologna la parola bouquin - buchn - non indicava il libro, ma quel particolare, sempre apprezzato lavoretto che certe donzelle eseguono con la bocca... Ridendo di gusto, Rota gli aveva detto: "Mi hai visto? Se invece dei libri vendessi quelli, non tirerei su una lira!"
Poi aveva contraccambiato con l'equivalente bergamasco di fr un buchn: f na cicida.
Il primo giorno a Pontenuovo, Lo aveva ancora voglia di scherzare.
L'aveva persa presto.
Sotto Pontenuovo, in una notte senza luna, i pensieri tristi e commiseranti sembravano gli unici possibili.
Chiuse il libro di memorie e si accinse a spegnere il mozzicone di una candela, quando un barbaglio della fiamma illumin una porzione di muro. C'era scritto: "... epubblica" e "Vive la Trance". Lo aguzz gli occhi e se non fosse stato cos stanco si sarebbe mosso per controllare la scritta pi da vicino. Sembrava proprio "Vive la Trance". Lo si convinse che doveva essere un'illusione ottica dovuta al riflesso dei lampioni sull'acqua, magari con il concorso di occhi stanchi e mente angustiata. Si convinse che doveva esserci scritto "Vive la France", anche se l'ultima occhiata verso il muro gli disse il contrario. Spense la candela. Faceva fresco.
La lanterna magica della mente proiettava ricordi, a brandelli e spezzoni. Eventi delle ultime ventiquattr'ore, eventi di qualche anno prima. Cose che accadono nella vita degli uomini: segni che prendono significato con il tempo, parole che non si sarebbero mai volute udire o pronunciare. La Senna sciabordava, l'umidit infradiciava le ossa. Lo si chiese, a un certo punto della proiezione, che mai significasse la parola Trance. Gli suonava familiare, eppure non era certo di averla mai udita prima. Forse non era nemmeno una parola. Forse era un refuso, finito sul muro per chiss quale motivo: un carbone scivolato dalle mani e rotolato nella Senna, o il muro che si sbreccia proprio sul secondo braccetto, quello piccolo, della effe.
Trance. No, doveva essere una parola. Non ne conosceva il significato, ma il suono evocava una specie di danza, come una giga o un trescone, di quelli che si ballano sui monti dietro Bologna. E si, doveva essere un ballo collettivo, di schiere, uomini e donne da una parte e dall'altra, e la musica preferita per quei passi doveva essere suonata da trombe, tamburi e violini.
Lo attendeva come una momentanea liberazione la breve catalessi che costituiva tutto il suo sonno. C'era una doppia prigione: quella diurna, fatta delle strade della citt e della sua misera condizione, e quella notturna, fatta di circonvoluzioni della mente, ricordi, sentimenti di tetra disperazione alternati a momenti di esaltazione insensata, e su un piano pi materiale, fatta di umidit e del puzzo che saliva dal fiume, e dalla mole di Pontenuovo che nascondeva il cielo. Gli sembrava che la vita fosse un poderoso meccanismo a orologeria, che lui stesso aveva assemblato, pezzo dopo pezzo, nel corso degli anni, e gli pareva che il meccanismo avesse il solo scopo di chiudersi su di lui, come una bara fatta di gesti passati.
Un enorme ratto usc dall'acqua e risali la banchina annusando, il muso all'aria, le ore della notte.
Lo si arm di zoccolo e fronteggi l'intruso, che si mise ritto sulle zampe posteriori. Era grosso come un cane di piccola taglia, o come un istrice. Emise una specie di fischio, che suon come un richiamo o un avvertimento. Senza fretta eccessiva, si allontan e le sue tracce d'acqua si persero nel buio.
Un'uscita di scena degna di Capitan Fracassa.
Lo pens che aveva vissuto abbastanza per vedere la Tracotanza incarnata in un ratto della Senna.
E prov di nuovo a dormire, ma niente. Sotto il rustico panno militare, lo morse nella carne l'avvertimento di una mancanza, originaria quasi quanto la fame. Nelle condizioni in cui si trovava, non avrebbe certo potuto sperare di colpire lo sguardo di una donna. La donna: ecco quel che serviva ora. Una donna, una brava donna, o non brava ma che guadagnasse. Aveva sempre ritenuto che, alle brutte, qualche vedova o qualche ostessa sarebbero comparse e lui, che non era uomo disprezzabile, sarebbe verosimilmente stato conteso, disputato. Un consesso di baccanti lo avrebbe dilaniato e quelle, esaltate, infoiate, si sarebbero cibate delle sue carni e soddisfatte con il suo sangue: in quel momento, quasi gli sembr una fine decente.
Donne. Il carnevale che colpiva la Francia le aveva mutate. Andavano in giro a branchi, come erano soliti fare i ragazzini, spesso senza alcuna attenzione per convenienza e decoro. Facevano politica. Lo ne era affascinato. In cuor suo riteneva che, di fronte alla vita e all'arte, decoro e convenienza contassero zero.
In ogni caso, mancava una donna. Mancava subito, al posto della mano che scendeva verso l'inguine, e mancava in prospettiva, come sostegno, riparo, compagnia. Lo pensava queste cose e intanto, come a propiziare il sonno mediante l'induzione di ulteriore spossatezza, la mano afferrava il membro sotto il costume di scena, le brache di Scapino, e la mente formulava un augurio, che apparisse presto una vedova o un'ostessa che lo raccattasse e lo salvasse da quell'esistenza troppo prossima alla morte.
Il dormiveglia si trascinava tra raffiche d'immagini vaghe e scariche di pensieri, associazioni senza senso. Finalmente, Lo dorm.
Pass ben poco e un clangore lontano sorse nel fondo della coscienza, e si accrebbe sempre pi distinto.
Campane.
Campane a stormo, come quando si segnala un incendio.
Lo apr gli occhi ed era ancora buio. Imprec in bolognese, assaporando l'oscenit e la blasfemia.
Campane. Campane a martello. Non cessarono per un bel tratto.
Cani abbaiavano: si rispondevano da una riva all'altra del fiume.
A Lo parve di udire clamori lontani: era stanco, ma lucido e in allarme. All'alba potevano mancare un paio d'ore. Dopo un po', l'orologio batt le quattro.
Dopo un'ora, le prime luci.
Lo si accinse a salire sulla scena, cio su Pontenuovo, sperando di arrivare a sera senza troppi problemi, e di mangiare almeno una volta. Allestire il palcoscenico era facile: un berretto rovesciato, un cartello che inneggiava alla Repubblica. Mentre saliva le scale si accorse che sul muro c'era scritto davvero "Vive la Trance", qualunque cosa volesse dire.
Gli scalini pesavano sulle gambe, ma come dio volle Lo si ritrov di sopra, sul ponte. Si scopri ad annusare l'aria, come il ratto sorto dalla Senna qualche ora prima.
Non c'era ancora Rota, n alcun altro degli ambulanti che condividevano il precario luogo di lavoro. Doveva essere molto presto, ma Lo si insospett quando, col trascorrere dei minuti, nessuno venne ad allestire alcunch. Nemmeno il savoiardo che vendeva bastoni da passeggio e ombrelli, che era il pi mattiniero.
Intanto il clamore si avvicinava. Lo vide gruppetti di persone dirigersi a passo rapido, o di corsa, verso l'altro capo del ponte, da dove pareva salire il rumore.
Lo cap. Corpi che si univano a una folla.
La folla divenne visibile. In maggioranza uomini, ma anche donne. Cantavano, si lanciavano richiami e incitamenti. Portavano picche e fucili. Lo si avvicin alla folla che avanzava, via via sempre pi svelto, come se quella gente fosse un magnete, come se l'eccitazione percepita nell'aria prendesse a scorrere nei condotti del corpo. Lo si trov circondato dalla folla. La gente prese a scendere dall'altro lato del ponte, quello dove si apriva il parco d'artiglieria. - Al cannone! Al cannone! - senti gridare. Il cannone? Lo pens che un'armata nemica stesse risalendo la Senna e occorresse fermarla.
Ora la folla occupava l'intera piazzaforte, e Lo sgomit per avvicinarsi al cannone, dove i capi del popolo in armi si erano fermati. Cristo d'un dio, stava accadendo qualcosa, e stavolta lui c'era in mezzo, non come quando avevano segato il collo al re. Qualcosa, si. Qualsiasi cosa, pur di allontanarsi dai topi di Pontenuovo.
Parlavano concitati, Lo non riusciva a udire bene quel che dicevano. Ricostru che si trattava di un cannone d'allarme, che doveva sparare perch la Repubblica era in pericolo, e Lo capi: non c'era alcuna armata a risalire la Senna, si trattava dei famigerati "nemici interni". Lo prov ad avvicinarsi ancora, gonfiando il petto come un vero patriota. Si. Ora la folla era silente e si coglievano le battute dello scambio. Volevano far sparare il cannone, subito, e sventolavano sotto il naso di un ufficiale un foglio che era un ordine eccezionale. L'ufficiale si stringeva nelle spalle. Diceva che l'ordine non era valido, che ci voleva un mandato della Convenzione, datato e firmato, ch chi sparava senza quella firma era passibile di pena di morte. Qualcheduno voleva rischiarla, la zucca? S'accomodasse e sparasse, ma tutti erano testimoni che insomma, lui, l'ufficiale, s'era opposto.
Sconcerto e rabbia attraversarono la folla. Lo li avverti come onde elettriche, di quelle che fanno rizzare i peli sulla schiena e sulle braccia.
I capi, l davanti, tennero un conciliabolo. Si decise di mandare in fretta dei delegati per farsi firmare l'ordine dalla Convenzione. Scelsero i pi presentabili. Rimase dunque la feccia.
E subito la feccia, Lo tra questi, prese a dire che ci sarebbe voluto troppo tempo, che era una cosa senza senso, che dovevano spicciarsi, che l'ufficiale facesse sparare e si levasse di mezzo. E lui ribadva: io non d fuoco alla miccia, nossignore. Alla mia testa ci tengo, io.
I pi animosi, riflett Lo, non erano che i pi verbosi. Al di l dei gesti, dei volti torvi o deformati dalla passione, quella gente non era abbastanza decisa. Mentre rifletteva, senza pensarci, commentava ad alta voce in vernacolo. Intanto l'ufficiale diceva: l'ordine? Portatemi un ordine valido e controfirmato, e sparo io. Se no, fatelo voi. E faceva cenno con la mano sul collo, a simulare la decapitazione.
Lo si senti sfidato. Insomma, la sua recita saltava, la matine, e quei segaioli rimanevano bloccati, e il cannone nemmeno sparava?
- Sta' m bono c'ai pans me, brott dio d'un boia. Vt vadder?
Fece un passo avanti, poi un altro. Adesso era di fronte all'ufficiale.
- Cvet bn d'in mz ai marn! - e lo scost. - Branco di pugnettari! - apostrof tutti quanti. La gente fissava il costume e la maschera appesa al collo. Lo fece un cenno a uno dei tipi torvi nella folla, e questi, come rispondendo a un ordine, pass un acciarino. Lo biascic ancora qualcosa: - Mo guerda te, boia ed diona... Av la dg me ads!
Armeggi con l'attrezzo e, nel silenzio pi assoluto, accese la miccia.
- Acs!


2.

Treignac ud il colpo del cannone d'allarme e capi che il tempo degli inviti alla calma era bell'e finito.
Le campane della chiesa dei Trovatelli, nel foborgo di Sant'Antonio, erano state le prime a smartellare, e i sanculotti del quartiere erano scesi in strada di gran carriera, con le armi in pugno, mentre nelle sezioni pi ricche ancora si lamentavano per l'alzataccia, perch si sa che nemmeno nel sonno gli uomini sono uguali, e chi ha candele a mucchi discute e festeggia fino a tardi, mentre chi le deve risparmiare va a nanna appena  buio, si sveglia prima dell'alba, addenta un tozzo di pane, si sciacqua la bocca, e poi se pu torna a dormire un paio d'ore, altrimenti si prepara per andare al lavoro.
Pertanto, quando Treignac ud il colpo del cannone d'allarme, i cittadini di Sant'Antonio erano gi assembrati da almeno tre ore, di fronte alla casa del capitano di sezione, sotto il drappo tricolore, senza nemmeno conoscere il vero motivo della chiamata. O meglio: il motivo lo sapevano tutti. Proprio il giorno prima s'era diffusa la notizia di Lione, dove i partigiani di Brissot avevano cacciato dal comune i veri rivoluzionari e si temeva che lo stesso colpo l'avessero in canna pure a Parigi. Quel che nessuno sapeva era il da farsi spiccio, se cio bisognava star li a difendere la sezione, oppure andare alle barriere per far scudo alla citt, o magari filare dritti alla Convenzione a prendere per il collo i brissotini.
Mentre Treignac cercava di raccapezzarsi, senti uno strattone alla giacca. Era Bastien, trafelato.
- Al Colle dei Mulini si sono messi addosso le coccarde bianche del re e stanno chiusi con due cannoni nel Palazzo Egualit.
- Chi li ha visti?
- Lo dicono tutti.
Treignac si lasci sfuggire un'imprecazione e si fece largo tra la folla insieme alla notizia. La sezione del Colle dei Mulini era un feudo di Brissot, e c'era gi chi invocava una spedizione punitiva, "per piantargli nel culo le loro belle coccarde".
Treignac raggiunse il capitano Soyer.
- Chi ha portato la notizia? - domand.
Soyer scroll le spalle, come a domandarsi che importanza avesse davanti a quel trambusto.
- Il Palazzo Egualit  a due passi dalle Tegolerie, - disse. - Se quelli del Colle si stanno preparando per attaccare la Convenzione, bisogna fermarli subito.
Treignac fece qualche passo nervoso.
- Maledizione, - disse a mezza voce, mentre la smania intorno a lui aumentava.
Al che Soyer, senza por tempo in mezzo, sguain la spada e la punt al cielo.
- Cittadini di Sant'Antonio, - grid. - Andiamo a vedere quelle coccarde bianche!

Mezz'ora dopo, Treignac scrutava l'immensa facciata del palazzo che era stato residenza di Filippo d'Orlans, o Filippo Egualit, come si era ribattezzato per lisciarsi la rivoluzione e salvarsi il collo.
Si scorgeva un'arma a ogni finestra.
Il comandante Soyer diede l'ordine di piazzare i cannoni. Poi si sgol verso gli assediati.
- I buoni patrioti di Sant'Antonio vi ordinano di mollare le armi! Lasciate perdere o apriamo il fuoco e vi seppelliamo l dentro!
Per tutta risposta una testa sbuc da un abbaino.
- Qua non si arrende nessuno! Ritiratevi voi! - disse prima di sparire di nuovo come un topo nel suo buco.
Soyer gonfi il petto. Sapeva che i suoi lo stavano guardando.
- Se allo scoccare dell'ora non deponete le armi, apriamo il fuoco!
Treignac pens che faceva una certa impressione vedere i cannoni puntati contro i ristoranti, i caff alla moda, le botteghe degli orafi, le sale da gioco, e i postriboli che quel luogo ospitava oltre la facciata. Di norma quella, per la riccaglia, era "la capitale della capitale di Francia", dove andavano i visitatori che avevano denaro da spendere in ninnoli, giochi e saloppe.
Il tempo gocciolava via come un rivolo d'acqua da una grondaia bucata.
Chiam Bastien.
- Sentimi bene, tu. Sai correre veloce?
Il ragazzo annu.
Treignac gli strinse il braccio come per infondergli determinazione.
- Allora corri fino a via Sant'Anna. Chiedi della casa del cittadino Cordonniers. Lui mi conosce, eravamo sotto le armi insieme. Digli che ti mando io e che ho bisogno che venga subito qui:  un affare della massima urgenza. Chiaro?
- Si, Treignac.
Il poliziotto gli fece un gesto esplicito.
- Vola!
Il ragazzino parti come una scheggia.
Soyer si avvicin a Treignac.
- Cosa avete intenzione di fare, sacrodio?
- Conosco uno dei montagnardi di questa sezione.  uno comecristocomanda. Bisogna che mi spieghi cos' 'sta storia.
Soyer indic la facciata del palazzo.
- Non  abbastanza chiaro? Minacciano in armi la Convenzione e la Repubblica. Maledetti brissotini. A Lione hanno fatto la stessa cosa.
Treignac non replic. Si augur che Bastien si sbrigasse, prima che qualcuno si facesse saltare la mosca al naso.
Soyer chiese in giro l'ora giusta e quando gliela dissero torn a gonfiare il petto.
- Al tocco d l'ordine di tirare.
Treignac occhieggi all'intorno, sperando di vedere arrivare il ragazzino, poi fiss ancora il palazzo. Fu in quel momento che si ud lo sparo. Un colpo secco, sonoro, che riecheggi nella piazza. Treignac vide il fumo sollevarsi da una delle finestre.
Non ebbe il tempo di chiedersi se fosse stato un colpo accidentale o una provocazione, perch lo investirono il trambusto e gli ordini sgolati di Soyer che faceva caricare i cannoni. Chi aveva un fucile lo spian, ma spuntarono anche fionde e persino una balestra.
Treignac si senti tirare per la giacca. Bastien era li, sudato e col fiatone. Treignac lo afferr per le spalle.
- Allora? L'hai trovato?
Il ragazzino fece segno di no con la testa, mentre cercava di riprendere fiato.
Treignac alz gli occhi al cielo e invoc malamente un paio di santi.
- Ti hanno detto dov', almeno? - chiese senza speranza.
- Si, - riusci a dire Bastien.
Treignac vide il braccio magro del ragazzino sollevarsi e l'indice puntare proprio di fronte a loro.
- Porca merda! - imprec Treignac. Corse davanti alle file e sollev con le mani le canne dei fucili. - Fermi! - si mise di fronte alle bocche dei cannoni. - Fermi! Non sparate!
Soyer, gi voglioso di dare l'ordine, lo affront rosso in faccia.
- Cavatevi da mezzo, Treignac! Io non sto a guardare mentre gli amici di Brissot e della Gironda ci sparano addosso.
- Non vi hanno sparato, allocchi! Era soltanto un colpo, non ne sono seguiti altri:  chiaro che  stato involontario.
La folla ringhi contro il poliziotto e Soyer dovette metterla a tacere alzando la sciabola. Quando gli animi furono placati, si rivolse di nuovo a Treignac.
- Cosa intendete fare?
- Andare l dentro.
Un brusio attravers l'assembramento.
- Da solo?
Treignac incontr lo sguardo di Bastien e cerc il suo assenso.
- Mi porto il garzolo. Nessuno spara sui garzoli.
Qualcuno dalle file dietro disse che non ci avrebbe scommesso, ma tutti sentivano che l'iniziativa di Treignac meritava rispetto. Soyer colse il loro umore come un cane fiuta l'usta.
- E va bene, negoddio. Dategli una bandiera bianca.
Legarono un fazzoletto bianco a un pezzo di legno e lo diedero a Treignac.
- Se fra dieci minuti non siete di nuovo qui, d l'ordine di aprire il fuoco e non ci sono santi che tengano, - lo conged Soyer.
Treignac non parve nemmeno sentirlo. Si incammin con Bastien attraverso la piazza che portava al cancello del grande edificio.

Intorno alle due figure solitarie si era fatto il pi assoluto silenzio, al punto che potevano sentire il rumore dei propri passi sul selciato.
- Se tua madre lo scopre mi taglia il naso, - disse Treignac.
- Non glielo diciamo mica, no? - rispose svelto il ragazzo, la voce strozzata da quell'idea.
Treignac alz un dito sulla bocca.
- Mai.
Bastien sospir di sollievo.
Avanzarono ancora un poco. Ormai potevano distinguere bene le figure in armi che li attendevano all'ingresso, sotto il colonnato.
- Hai paura? - chiese Treignac.
Bastien annu.
- Anch'io, - aggiunse il poliziotto. - Se non l'avessimo saremmo due gecchi sprovvidi, non credi? Stammi vicino.
Giunti davanti agli uomini armati, Treignac si identific e disse che chiedeva di parlare con il cittadino Cordonniers.
- Cordonniers? E perch mai? - lo apostrof uno dei ceffi, ruvido di tono e di musta.
- Perch lo conosco e vorrei capire da lui che sta succedendo qui.
Consegn al tizio la bandiera bianca e gli fece segno di fargli strada. Quello lo guard strano, si consult con i compari, e alla fine decisero di lasciarlo passare.
Treignac e Bastien entrarono scortati nel cortile interno. Le botteghe sotto il colonnato erano chiuse. Davanti a uno scalone c'era un secondo posto di guardia. Tre sanculotti armati e un tizio dalla faccia di teschio, vestito di nero, che se ne stava seduto, mentre quelli lo sfottevano.
Treignac not che gli mancava il naso. Senti Bastien rabbrividire al suo fianco.
- Lasciatemi andare a casa, vi dico, non faccio niente di male! - protestava faccia-di-teschio. - Sono solo il custode.
- Sbrisga. Te resti qua dove ti possiamo tenere d'occhio. Non ci fidiamo di nessuno.
Il capannello si accorse dei nuovi arrivati.
- E questo da dove sbuca? - chiese quello con la faccia pi arrogante.
-  il capocagnaccia di Sant'Antonio, - rispose uno della scorta. - Sta con quelli l fuori. Cerca Cordonniers. Portava questa.
La bandiera bianca pass di mano e le sentinelle la osservarono come fosse una cosa strana.
- A occhio e croce direi che mancano due colori! - sbott uno.
Gli altri liquidarono Treignac con un'alzata di spalle.
- Cordonniers sta di sopra.
Treignac e Bastien furono condotti su per lo scalone, seguiti dallo sguardo di faccia-di-teschio che lasci a entrambi una sensazione sgradevole, come quando qualcosa ti rimane appiccicato addosso e non riesci a liberartene.
In cima, si ritrovarono in una vasta sala da gioco, con tavoli per le carte, divani e sedie per gli spettatori, e grandi lampadari. Niente giocatori d'azzardo. L'ambiente era fitto di gente che caricava fucili, portava barilotti di polvere da sparo, ammucchiava mobili contro le finestre.
Treignac prese a guardarsi intorno in cerca della faccia che cercava. La scov proprio accanto alla porta, intenta a farsi brutta-brutta per impressionare un giovincello che menava un arnese pi grande di lui come fosse alla caccia al cinghiale.
- Cordonniers!
- Treignac? - L'uomo, un tizio segaligno con un codino di capelli arruffati che spuntava da sotto un berretto frigio tricolor-coccardato, strabuzz gli occhi. - Mi cascassero in mano, che ci fai qui?
- Vengo a chiederti la stessa cosa. L fuori c' met del mio foborgo che vuole prendervi a cannonate.
L'uomo fece una smorfia d'incredulit.
- Siete voi di Sant'Antonio? E perch ci attaccate?
- Dimmelo tu, Cordonniers. Pare che vi siate appuntati le coccarde bianche del re.
La smorfia si fece pi vistosa e sbocc in una risata.
- Mi prendi per i fondelli, Treignac?
Treignac si tolse il tricorno e si gratt la testa.
Cordonniers parve notare per la prima volta Bastien.
- Chi ? Tuo figlio?
Treignac tocc la spalla del ragazzo.
- No.  il mio aiutante.
Bastien si gonfi d'orgoglio.
- Nessun amico dei girondini, qua dentro?
L'altro lo prese da parte e abbass la voce.
- Non posso dirti che non ce ne siano. Per li teniamo d'occhio. E finch ci siamo noialtri montagnardi, la coccarda bianca non la mette nessuno.
- Ma allora... - attacc Treignac e le parole gli si spensero in bocca.
- Allora stamattina, quand' suonata la campana, ci  arrivata notizia che la nostra sezione stava per essere attaccata. Cosi abbiamo raccolto un po' di schioppi e ci siamo asserragliati qua dentro. Sai, tanto per non farci trovare con le brache calate.
- E poi?
- Poi siete arrivati voi e abbiamo pensato che le voci sull'attacco erano vere.
I due uomini si fissarono a lungo, come se ciascuno volesse essere certo di avere capito l'enormit dell'equivoco.
- Le voci inverano s stesse, - concluse Treignac. - E forse qualcheduno le mette in giro a bella posta.
- Che significa? - chiese l'altro.
- Che stavamo per spararci addosso per l'anima del zullo. Dammi il tuo berretto, per favore.
L'amico glielo porse. Treignac fece segno a Bastien di porgergli una delle picche che erano incrociate sulla parete e quando il ragazzino ebbe eseguito, mise sulla punta il berretto frigio coccardato. Quindi si fece largo nel salone e tutti si aprirono per farlo passare. Fece spuntare la picca dalla finestra e la sventol, perch da fuori potessero vederla bene.
- Viva la Convenzione! - grid.
E subito Cordonniers gli fece eco, seguito da tutti i presenti.
- Viva la Francia!
- Viva la Repubblica!
- Viva Robespierre!
Da fuori risposero con altrettanto ardore e battere di mani.
La delegazione di Sant'Antonio super i cancelli, super i portoni, percorse i corridoi, visit le stanze gremite di armi e cittadini e coccarde tricolori e inni da patrioti.
Treignac fece spiegare tutto il malinteso una seconda volta, da capo e con calma, quindi accompagn di sotto quelli che avrebbero spalancato cancelli e portoni, per permettere ai cittadini di Colle dei Mulini e a quelli di Sant'Antonio di scambiarsi un caloroso, fraterno, rivoluzionario abbraccio.
Talmente caloroso che qualcuno lo trasform in ballo, qualcun altro ci aggiunse un bicchiere di vino, finch Cordonniers non si fece venire un brutto colpo di sangue, casc per terra, e il medico della sezione dovette subito salassarlo alle braccia, per evitare che l'affetto dei sanculotti di Sant'Antonio facesse pi danno dei loro cannoni.
In mezzo al trambusto festoso, Treignac riusci a mettere le mani su una bottiglia di vino e ne offr un mezzo bicchiere a Bastien. Poi ne vers uno anche per s.
- Bevi. Oggi ti sei comportato bene. Brindiamo al tuo coraggio.
Il ragazzino port il liquido alle labbra e si sforz di mandarlo gi. Treignac gli sorrise.
- E spera che tua madre non lo sappia mai.
Bastien mim il gesto di cucirsi la bocca.


3.

Orphe d'Amblanc sbuc in via della Giostra, alle spalle della barricata. Dietro di essa s'infittivano capannelli di popolani, soprattutto donne, con bastoni, picche, mannaie, qualche sparuto fucile. Persino spiedi e forconi.
L'attenzione di tutti era puntata sul fondo della strada, dove gli edifici si allargavano per lasciare intravedere le Tegolerie. Nessuno fece caso a lui. Attravers la strada urtando persone che non si fermavano a domandare le sue scuse n a pretenderle.
Giunto davanti all'ingresso di Palazzo Brionne dovette aggiustare la cravatta e riprendere fiato prima di mostrare la carta civica ai due agenti di guardia.
- Devo vedere l'ufficiale Chauvelin.
- Oggi non si entra, cittadino, - rispose uno dei due, svogliato.
D'Amblanc si aspettava un rifiuto e non si lasci scoraggiare.
- Sono il suo medico, - disse calmo. - Abbiamo fissato una visita per oggi.
L'agente scambi un'occhiata con il collega, come a voler condividere la responsabilit della scelta, ma l'altro si strinse nelle spalle.
Il piantone guard D'Amblanc e fece un cenno del capo in direzione del fondo della strada.
- Torno a dire, cittadino: non  giornata.
- Vi garantisco che  proprio questo il giorno, invece, -obiett D'Amblanc. - E se non mi fate entrare sarete responsabile dell'attacco di cefalea dell'ufficiale Chauvelin.
Uno sguardo spaventato accolse l'annuncio.
- Cefalea? Sarebbe mal di testa...
L'espressione inquieta del poliziotto sugger che quando Chauvelin aveva i suoi attacchi non doveva essere uno spasso per i sottoposti.
- Glielo fate passare? - chiese l'agente.
-  quello che faccio, s, - ammise D'Amblanc.
Non senza aver lanciato occhiate nell'una e nell'altra direzione per sincerarsi che non vi fossero testimoni, l'agente lo fece passare.
D'Amblanc venne scortato su per il grande scalone, lungo il quale not le nicchie vuote che un tempo dovevano avere ospitato delle statue. Se erano state rimosse, pens, doveva trattarsi di qualche illustre aristocratico o ecclesiastico. Viceversa, la mobilia del palazzo era ancora quella lasciata dal conte d'Armagnac, Charny e Brionne quando aveva deciso di emigrare verso terre pi salubri per la sua salute di intimo del re. Una scelta che aveva reso pi semplice la requisizione della sua magione parigina per farne la sede del comitato di sicurezza generale.
D'Amblanc entr in una grande stanza, al centro della quale campeggiava una lunga scrivania con i piedi a zampa di leone. La sedia era vuota e per un attimo credette che non ci fosse nessuno. Poi not l'uomo in piedi accanto alla finestra. Chauvelin si volse e lo squadr curioso, ma attese di aver congedato l'agente di scorta, prima di parlare.
- Venite avanti, dottore. Come avete fatto a convincerli a lasciarvi entrare? Ci sono disposizioni precise.
La voce di Chauvelin lasci dietro di s un riverbero che si perse tra le cornici dorate, sul soffitto alto della sala, dove un tempo si sarebbe mescolato a quello del tintinnio di bicchieri e risatine di dame.
- Ho millantato un appuntamento per lenire la vostra emicrania, - rispose D'Amblanc. - Avevo urgenza di parlarvi.
L'ufficiale di polizia fece cenno di avvicinarsi e D'Amblanc lo raggiunse davanti alla vetrata.
- Niente pu essere pi urgente di questo, - disse guardando fuori.
D'Amblanc fece lo stesso: osserv lo scorcio delle Tegolerie tra i tetti delle case.
- Dunque ci siamo?
Chauvelin annu senza enfasi.
- Non avete ricevuto la mia lettera?
- Si, certo. Solo non credevo...
- Che sarebbe stato cos presto? - concluse Chauvelin.
- In questa temperie non siamo noi a decidere quando le cose accadono. I brissotini fomentano insurrezioni a Bordeaux, Marsiglia, Lione. Il popolo di Parigi  in armi, spaventato. La guardia nazionale presidia la Convenzione. Noi possiamo solo servire la patria. Dalla vostra presenza qui deduco che vi siete deciso a farlo.
D'Amblanc non rispose. Osserv il funzionario. Da quando, un anno prima, era diventato suo paziente, si era sempre chiesto se a portarlo da lui fosse stato davvero il bisogno di cure, o piuttosto l'interesse per la sua attivit. L'uno e l'altro motivo insieme, forse.
- Perch non siete laggi? - chiese.
- Ho ricevuto l'ordine di aspettare, - rispose Chauvelin.
- Aspettare cosa?
- Il momento opportuno.  gi pronta una lista d'arresto di girondini.
D'Amblanc non trattenne la domanda. In fondo era li per quello.
- C' anche il nome di Girard?
L'ufficiale di polizia lo guard con espressione fredda.
- Siete sicuro di volerlo sapere, dottore? Perch dovrei dirvelo?
- Perch voglio chiedervi di risparmiare la moglie, - confess D'mblanc.
Chauvelin sospir e si gir di nuovo verso la finestra.
- Guardate laggi, D'Amblanc. Tra quelle mura si stanno consumando i nostri destini. Lo stesso accade in tutta la Francia. I dipartimenti della Gironda insorgono, proprio come la Vandea. Intanto i nemici stranieri della patria non dormono, l'Inghilterra trama un'invasione, e voi, nell'ora del massimo pericolo, pretendete di salvare una singola persona? Credete che sia in mio potere farlo? Non saprei dire cosa ne sar del mio potere dopo queste giornate. Il comitato di salute pubblica aspira al controllo sugli altri comitati, soprattutto su questo. Comunque vadano le cose, da domani ci saranno grandi cambiamenti qui dentro, potete starne certo.
- Ma voi siete... - cerc di obiettare D'Amblanc.
- Un giacobino? - concluse l'ufficiale. - Si,  vero. Proprio come voi.
- Stavo per dire "un giusto", - lo corresse D'Amblanc.
- Le responsabilit politiche del marito non possono ricadere sulla signora Girard. Voi lo sapete, come io so che andr in Alvernia a indagare per conto del comitato.
Chauvelin scosse la testa. Era teso e provato, dopo gli ultimi due giorni nei quali senza dubbio aveva dormito pochissimo.
- Ascoltatemi: io non posso garantirvi niente, - sbott Chauvelin. - Se volessi dare un consiglio alla signora Girard le direi di non seguire il marito, qualunque cosa accada. Di cessare ogni comunicazione con lui. Di considerarsi vedova a partire da oggi stesso. E che il cielo l'aiuti.
Si volse di scatto, nervoso, come insoddisfatto delle proprie parole. And alla scrivania camminando a piccoli passi svelti, le mani dietro la schiena.
D'Amblanc lo raggiunse e rimase in piedi davanti al tavolo.
- Non guardatemi cos, - disse Chauvelin. - Non c' nulla che io possa fare.
- Promettetemi almeno che tenterete, - insistette D'Amblanc. - In nome della nostra amicizia.
L'ultima parola parve cogliere Chauvelin impreparato, quasi fosse sconveniente, o troppo importante per essere spesa dentro le mura di quell'edificio, in un momento simile.
- Far ci che posso, - disse. - Ma voi dimenticate quella donna. Partite il prima possibile.
Prelev da un cassetto dell'enorme scrivania un foglio intestato. Cominci a scrivere, lo sigl con un timbro e lo porse a D'Amblanc.
-  il lasciapassare che vi riconosce come agente del comitato.
D'Amblanc infil il documento nella giacca.
- Prendete anche questi, - aggiunse Chauvelin consegnandogli una mazzetta di assegnati. - Per le vostre spese dovrebbero bastare. Buona fortuna.
Dopo un momento di esitazione, con un gesto secco porse la mano attraverso la scrivania.
D'Amblanc la strinse.
- Andate, adesso, - ordin Chauvelin.
D'Amblanc fece un lieve inchino in segno di rispetto e si mosse verso la porta, ma dopo appena un paio di passi si ferm e torn a voltarsi.
- Non vi ho nemmeno chiesto come vanno le vostre cefalee. .. - disse con aria imbarazzata.
Da dietro la scrivania, Chauvelin gli elarg un sorriso amaro.
- Non mi lamento. Finch ho mal di testa significa che ce l'ho ancora sul collo. Arrivederci, D'Amblanc. Fate buon viaggio.

Uscito dal palazzo, D'Amblanc prese a correre nella direzione opposta alle Tegolerie, spingendosi contro il flusso di gente che si radunava verso il teatro degli eventi. Si sorprese a pensare che era precisamente quanto si accingeva a fare: andarsene altrove. Ma c'era un'ultima urgenza da soddisfare. Trasse di tasca l'avanzo di un foglietto su cui aveva annotato appunti di spesa, ne strapp un lembo e con una mina spuntata, appoggiato a un muro, tracci poche righe incerte.

Gentile signora,
una volta mi diceste d'aver sposato la menzogna. In quest'ora estrema vi verr chiesto di scegliere tra essa e la vostra salvezza. Mi auguro vogliate essere saggia e ricerchiate, insieme alla virt, la buona fortuna.
Un amico

Si avvicin alla casa passando dal cortile sul retro. Quando vide l'anziana serva seduta sulla porta della cucina ringrazi la propria buona stella. La donna era intenta a spennare un pollo, il collo dell'animale penzoloni sulla gonna e un secchio tra i piedi per raccogliere le piume. Appena lo ebbe davanti, trasal, poi gli rifil un'occhiata inquisitoria. Non si aspettava di vederlo spuntare cos all'improvviso. Moll la carcassa e fece per alzarsi, ma D'Amblanc fu pi rapido a inginocchiarsi e, prima che lei potesse dire una parola, a stringerle le mani tra le sue. Le trattenne finch la serva non si rassegn a prendere il biglietto.
- Per la vostra signora, - disse. - A lei soltanto, vi prego. Ne va della sua salute.
Attese di leggere negli occhi della donna un assenso, e solo quando ne intravide il barlume, lasci la presa e la ringrazi di cuore.
Poi si allontan in fretta, senza voltarsi, piume di pollo sui risvolti della giacca, sentendosi come un lestofante che avesse rubato qualcosa.


4.

A Marie avevano dato un bastone, un grosso randello per il bestiame. Le altre esibivano spilloni da calza e manici di scopa. In cima al suo, Georgette aveva legato un coltellaccio da cucina. Sophie impugnava un forchettone da arrosto, pi acuminato di una picca. La barricata l'avevano tirata su in fretta, accatastando masserizie e vecchi mobili dalle cantine che davano sulla via. Serviva a restringere il passaggio in modo che si potesse tenere il posto di blocco con facilit.
Dalle Tegolerie le notizie arrivavano sfilacciate, fatte a brandelli dalle bocche che le masticavano e le risputavano in strada. I deputati girondini erano stati portati dentro il palazzo scortati dalla guardia nazionale. I miliziani circondavano la Convenzione. All'ingresso erano scoppiati tafferugli. Anche Marie e le sue compagne avevano battagliato parecchio l sotto, quella mattina, ma quando le porte erano state sprangate avevano rinunciato e si erano messe di ronda come molti altri. Quando si erano stancate di girare, si erano scelte quel posto: l'imbocco di via della Giostra, che chiudeva lo slargo delle Tegolerie a nord.
Altre notizie giungevano dal resto della citt. Le sezioni erano in seduta permanente, tutti gli uomini validi erano in adunata sotto i gonfaloni, in appoggio alla guardia nazionale. Da quando, due giorni prima, il cannone di Pontenuovo aveva sparato il colpo d'allarme, Marie non aveva quasi dormito. Aveva visto Bastien solo di sfuggita, e si consolava con l'idea che c'era Treignac a tenerlo al guinzaglio.  pi al sicuro con lui che con me, si ripeteva per scacciare l'ansia. La sensazione di imminenza pervadeva tutti, la citt intera. Cosa sarebbe successo? Cosa accadeva nei dipartimenti della Gironda e della Vandea? Gli Inglesi erano pronti a sbarcare a Calais? Le voci che correvano da un vicolo all'altro, trasportate dall'alito di Parigi, erano come legna secca per il fuoco.
- All'occhio!
La voce di Georgette risuon forte. Si era voltata e guardava oltre le spalle delle compagne.
Si volsero tutte quante e scorsero un drappello che si avvicinava. In quel momento realizzarono di essersi preoccupate di chi voleva lasciare la Convenzione, non di chi avesse voluto raggiungerla.
Marciavano in fila per due, berretti frigi e coccarde, bastoni in spalla come fossero fucili, gli zoccoli che battevano il selciato. Solo quando chi era in testa alla colonna ordin l'alt, e il rumore cess di colpo, Marie pot osservare bene quelle facce e si accorse che erano donne. Non fu l'unica. La sorpresa venne sancita da un sonoro "Porca merda" che Armandine fece risuonare forte sulla barricata.
La donna che guidava il drappello si fece avanti. Era piuttosto alta, indossava pantaloni e giacca, alla cinta portava una sciabola da ufficiale. Da sotto il berretto uscivano riccioli castani.
- Voi siete le Streghe della Montagna.
Non era una domanda. Marie scambi un'occhiata con Georgette.
- E voi chi sareste? - chiese di rimando.
L'amazzone rispose con voce stentorea.
- Le cittadine repubblicane rivoluzionarie.
- Mai sentite, - disse Georgette. - Per Brissot o per Robespierre?
La risposta risuon ancora pi limpida della prima.
- Per il popolo. Per le madri e le mogli di Francia.
Georgette fischi tra i denti e si fece aria con la mano.
- Con tutti e con nessuno.
L'amazzone s'irrigid. Marie la osserv meglio: occhi neri, corrucciata, una ruga le attraversava la fronte proprio in mezzo alle sopracciglia. Nondimeno, era innegabilmente bella.
- Il 10 agosto io ero all'assalto delle Tegolerie con il battaglione dei federati.
Georgette si rivolse alle altre con un ghigno.
- Il 10 agosto non mancava proprio nessuno, eh? E tutti in prima fila, nemmeno uno dietro.
La ruga divenne ancora pi evidente.
Una seconda amazzone si fece avanti. Era pi piccola, ma d'aspetto agguerrito.
-  la verit, - disse. - Lei c'era. E non era sola.
Per un po' i due gruppi di donne si fronteggiarono in silenzio; le magliare da una parte, con le loro sottane dagli orli sporchi, le cuffie e in mano gli arnesi del mestiere; dall'altra le amazzoni, vestite da uomini, l'aria meno cattiva ma pi marziale.
- Qual  il tuo sgobbo? - chiese Georgette alla prima che aveva parlato.
- Prima di venire a Parigi ero attrice.
- Ecco perch ti sei travestita, - sbott Marie, scatenando le risate delle compagne.
Tra s e s, pens che era proprio una bellezza da palcoscenico: tratti regolari, occhi grandi e bocca piccola a forma di cuore.
- E te cosa fai? - chiese Georgette a quell'altra.
- Commercio in cioccolata.
Georgette scosse la testa.
- Noi i commercianti li smerdiamo e le attrici le conciamo come quell'altra vostra amica, Annagioseffa culo-a-strisce.
- Allora  vero... - disse l'amazzone.
- Certo che  vero, vaglielo a chiedere se non ci credi, ch ancora non si pu sedere quella l.
Marie ghign con le compagne, ma avverti come una puntura in fondo allo stomaco, una sensazione che non avrebbe saputo descrivere, simile a quando si accorgeva di avere dimenticato qualcosa di importante. L'immagine delle chiappe bianche e rosse della saloppa di Brissot le torn alla mente con prepotenza, insieme agli strilli da cornacchia, e prov rabbia. Una rabbia indistinta, senza direzione. Strinse i denti, come dovesse trattenere un conato di vomito.
L'amazzone pieg appena la testa di lato, senza smettere di fissare Georgette.
- In quante vi siete messe contro la Mricourt? Le voci dicono cinque contro una.
I sorrisi sparirono. Georgette tir su col naso facendo pi rumore possibile. Poi si prese il seno tra le mani.
- Bella, mi hai fatto andare via il latte, - disse. - Qui ci siamo noi e non si passa. Aria!
L'amazzone non sembr affatto intimidita.
- Non vogliamo passare. Siamo qui per il vostro stesso motivo: arrestare i sospetti.
Georgette la guard storto.
- Sbrisga. Lo sappiamo cosa volete voialtre: mettervi le brache e l'uniforme e andare con l'esercito.
- Vogliamo formare dei battaglioni femminili per combattere i nemici interni della Repubblica, chiunque siano e dovunque si annidino. Per le strade di Parigi come nei boschi della Vandea.
- Senti come la dice bene... - scherz Armandine.
- Noi non possiamo fare i soldati, - disse Marie. - Noialtre abbiamo figli, i nostri uomini sono al fronte oppure morti.
- Il suo  disperso a Valmy, - disse Madeleine indicando l'amica.
L'amazzone annu, come se sapesse di cosa le stavano parlando.
- Dovreste ricevere una pensione dalla Repubblica.
Non era la risposta che Marie si aspettava.
- E la Repubblica dove li trova i soldi? - chiese in tono scettico.
- Dove ci sono, - rispose l'altra. - Tassando i ricchi.  nel programma della nostra societ.
Le magliare restarono interdette. Fu Georgette a tagliare corto.
- Ficcatevi in quelle testacce che questo  il posto nostro. Sci! - Mostr loro il lungo spillone che teneva in mano. - Sapete questo dove gliel'ho infilato alla vostra amica?
- Noi non siamo brissotine! - protestarono le donne alle spalle dell'amazzone.
- Ssshhh! - sibil Marie, e indic oltre la barricata. - C' qualcheduno!
Le magliare si assieparono sulla strettoia.
Un gruppetto di cittadini si avvicinava. Due uomini e due donne.
- Altol! - intim Georgette esibendo l'arma che si era costruita. - Fuori le carte civiche.
Quelli obbedirono senza un fiato. Le magliare scrutarono le facce e lessero quello che c'era scritto nei documenti.
- Dove state andando? - chiese Georgette.
- Accompagniamo queste donne alla loro sezione. Sono rimaste tagliate fuori.
- Quale sezione?
- La ventunesima. San Dionigi.
Controllarono gli indirizzi e ai due uomini fecero ripetere nome, cognome e residenza. Le due donne se ne stavano rintanate sotto le cuffie e gli scialli senza dire un amen.
- Cosi voi sareste un maniscalco e voi un ciabattino.
Gli uomini annuirono. Marie si avvicin all'orecchio di
Georgette e le sugger di guardare le loro mani. Non avevano un callo, n un segno. Le unghie erano pulite.
- E secondo voi noialtre siamo un branco di oche? - chiese Georgette.
L'uomo divenne rosso in viso.
- All'occhio, donne! - disse Georgette. - Questi fetono forte.
I due tizi si ritrovarono circondati dalle magliare con le zanne bene in vista e gli spiedi spianati.
- Li portiamo alla guardia nazionale? - chiese Sophie.
I due bofonchiarono una protesta poco convinta, mentre cercavano una via di fuga, ma dietro le magliare c'erano le altre, con le mazze in mano. Rinunciarono.
- No, - disse Georgette. - Ma li rimandiamo indietro.
- Lasciate almeno che queste cittadine tornino alle loro case, - disse uno dei due.
Georgette si strinse nelle spalle e fece un cenno alle due donne.
- Aria, voi due! Alle cucce!
Quelle transitarono svelte per il passaggio, ma quando furono alla sua altezza, Marie colse uno sguardo. D'istinto alz una mano a fermarle.
- Un momento!
Si avvicin e strapp la cuffia di una delle due, rivelando una capigliatura maschile e provocando una ridda di imprecazioni e bestemmie.
- Questo lo conosciamo, - disse Marie. - Ti ricordi, Georgette?
- Porca merda,  uno scaldasedie della Convenzione. Uno di quelli che volevano farci arrestare. Com' che si chiama?
- Girard, - ricord Marie.
L'uomo sbarr gli occhi in preda al panico.
- Girard! Si, negoddio! - disse Georgette. - E magari quest'altra  la moglie...
Strapp anche l'altra cuffia, ma ne emerse un secondo uomo, pi giovane, che per indonnirsi si era cosparso la faccia di cerone bianco.
- Siete tutti in arresto, razza di schifosi! - sentenzi Georgette.
- All'inferno! - sibil Girard, prima di scagliarsi contro Marie con tutto il peso, scaraventandola a terra. Lei riusc a non sbattere la testa e lo vide correre verso la strada, inseguito dalle urla delle donne. Fece solo pochi passi, prima di essere sgambettato e inchiodato a terra da una selva di bastoni. L'amazzone gli appoggi un piede sul petto e si rivolse alle magliare con un sorriso di trionfo.
- Per poco il pesce pi grosso non sfuggiva dalla rete.
Le amiche aiutarono Marie a rialzarsi. In quella si accorsero che i primi due uomini si erano dileguati, mentre l'altro travestito era in ginocchio che implorava d'essere risparmiato con una vocina chioccia che lo faceva sembrare pi donna di una donna.
- Da non credere, - disse Georgette. - Uomini che per scappare si travestono da donne. E donne che per brancarli si travestono da uomini. Il mondo  a rovescio.
Questa volta ghignarono anche le amazzoni.
- Questo bel tomo va dritto fra le braccia della guardia nazionale, - decret Georgette, puntando il coltello alla gola del prigioniero. - In piedi, cittadino Girard.
Il deputato si risollev e cerc di ricomporsi, spazzandosi la polvere dalla sottana.
- Vi chiedo di lasciare libero il mio segretario, - disse cercando di darsi un tono formale. - Lui non ha colpe di questa pantomima. L'ho spinto io a prendervi parte.
- Avanti, tutti e due, - tagli corto Georgette.
Gli uomini travestiti vennero circondati e spinti oltre la barricata. Georgette diede la voce alle amazzoni.
- Volevate rendervi utili voialtre? Non fate passare nessuno finch non torniamo.
Prima di seguire le compagne, Marie si ferm davanti all'attrice.
- Dov' che si riunisce la vostra societ?
- In via Sant'Onorio. Nella biblioteca del convento dei giacobini.
Silenzio.
- Allora conosci Robespierre.
L'altra sorrise.
- Non gli ho mai parlato. Ma a volte partecipiamo alle riunioni degli uomini. Perch non vieni?
-  troppo lontano. Sto a Sant'Antonio.
- Puoi dormire da noi.
- Non importa. Arrivederci.
- Se cambi idea chiedi di me. Mi chiamo Claire. Claire Lacombe.
Marie finse di non averla udita e tir diritto, ma dopo pochi passi prov ancora quella sensazione di avere tralasciato qualcosa, di avere commesso un irrimediabile errore, e rispondendo all'istinto, si volt.
- Io sono Marie Nozire. Addio.


5.

Insomma, dicono che l'abbiamo gagnata noialtri. Ma si sa che certe faccende le si capisce dopo, e adesso tanto vale festare e inciuccarsi alla salute di Marat e di Robespierre.
A volerla sputare dritta, bisogna dire che le sezioni, il 31 di maggio, avevano presentato alla Convenzione una filza di richieste lunga un cazzo di somaro, che  quasi fatica ricordarsele tutte. C'era la tassa sui ricchi per avere il pane a tre soldi, i nobilardi sloggiati dall'esercito, le fabbriche di fucili in tutte le piazze, i controlli alle poste e sugli assegnati, un'armata di sanculotti con una buona paga, gli indennizzi per le famiglie di chi difende la patria e l'arresto di ventidue brissotini. Ecco. Per arrivati al sodo, da tutta 'sta fumana saporosa e fitta,  uscito solo l'ultimo arrosto, guardacaso proprio quello che i caporioni della Montagna si volevano impaffare, per togliersi di torno i cacapalle della Gironda. Adesso, a sentir loro, si potranno fare tutte le altri leggi, quelle che piacciono a noialtri, e che non potevano passare per colpa di quelli l.
Soquanti pensano pure che 'sto fatto di ingabbiare gli amici di Brissot alla fine  un modo per fargli un favore, ch negli ultimi tempi i vari Gaudet, Girard, Mazire, quando che andavano alla Convenzione, c'era la gara a tirargli dietro nomi, scappellotti e scaracchi, e di e di finiva che alle loro teste ci pensavamo noialtri, anzich la patria. A ogni modo qualcheduno di quei furbacchi ha giocato di gambe, e chiss dov' adesso, a tramare che cosa. Qualchedun altro l'hanno beccato con la valigia in mano e il pepe al culo. Girard l'hanno brancato le Streghe della Montagna mentre cercava di squagliarsela indonnito.
A conti fatti, anche se non si  proprio damato il pedone, non  stata una spadata nell'acqua. Tre giorni che li conti ai nipoti, e d'ora innanzi, quando qualcheduno parler in nome del popolo di Parigi, dir che siamo quelli del 14 luglio, del 10 agosto e del 2 giugno, cio il giorno che ottantamila cittadini hanno circondato la Convenzione per dire agli scaldamarmitte che non potevano mettere il naso fuori se prima non trovavano una legge, un decreto, una parola per salvare la rivoluzione dallo sbrago. A un certo momento i deputati hanno pure tentato di uscire, alla testa c'era quell'indormentatore di Hrault de Schelles, per parlare col Buon Popolo, perch dentro non c'era modo di discutere, con tutto quello che gli rovesciavano addosso dalle tribune, soprattutto le donne, le Furie di Robespierre, che appena un brissotino prendeva la parola, quelle subito si mettevano a strillargli di tutto e di pi. Insomma questi pensavano di parlare col Buon Popolo, di pagarci con moneta di scimmia, ma pare che l davanti si son trovati dei ceffi cattivi, dicono fosse canagliume sgabbiato che doveva andare in Vandea e invece in Vandea non ce l'hanno mandato. In cambio gli han chiesto di farsi vedere, carignosi e bellini com'erano, da quei deputati. E se non c'erano quei ceffi, dicono i brissotini, il Buon Popolo di Parigi ci avrebbe parlato volentieri coi suoi rappresentanti. Ma sbrisga, ch se davvero  andata cos, se li hanno messi li apposta per ringhiare, allora tanto valeva che li mandassero in Vandea, dove c' tanto bisogno, perch noialtri, al posto loro, a Hrault de Schelles lo stivale lo servivamo gratis etamoredi.
Oltre a 'sta ceffaglia, l'indormentatore si  trovato di fronte pure Culodritto Henriot, il nuovo capo della guardia, che appena l'ha visto metter fuori la musta ha urlato ai cannonieri di preparare i pezzi, e l'ha urlato forte, di modo che lo sentissero tutti quei deputati, che hanno fatto subito indietroculo, sono tornati dentro, e guarda caso han trovato la soluzione: arrestare i ventidue brissotini.
Se alla fine insomma la decisione l'hanno presa, e pure in fretta, ha ragione chi dice che prima avevano perso tempo a cianciare di robe inutili, come scoprire chi ha fatto sparare il cannone d'allarme. Chi stava dentro alle Tegolerie dice che non si pu capire quanto l'hanno tirata lunga, con 'sta storia del cannone d'allarme. I destini della Francia dipendevano da quello: brancare chi era stato, dargli tutta la colpa dei tumulti e tagliargli la testa. Chi c'era dice che ogni volta che uno provava a parlare dei brissotini traditori o del prezzo del pane, saltava su un gianfotti con la parrucca a domandare chi, chi mai, chi mai al mondo aveva avuto l'ardire di far partire un colpo dal cannone d'allarme. E allora dalle tribune gli rispondevano: "Tutti! Siamo stati tutti! Tagliateci la testa!" Tanto che alla fine Robespierre il giovane, Agostino detto Bonbon, s'era rotto le uova di quella manfrina e aveva detto chiaro che lui lo sapeva chi era stato a suonare quel cannone: erano stati i traditori della patria, i controrivoluzionari, gli emigrati coi loro intrighi e micmac, i rivoltosi di Lione e della Vandea. E gi applausi e strilli e "Bravo!" come se piovessero.
Che poi non  che a noialtri non ci fotta chi ha suonato il cannone di Pontenuovo. Son tre giorni che ce lo chiediamo. E pare che i fratelli Machard hanno uno zio che conosce bene una delle guardie del cannone medesimo, e questa guardia qui dice che lui l'ha visto quello che ha acceso la miccia, e che prima di accenderla ha fatto una tirata in bretone che non finiva pi, mescolata di fottiquesto e fotti-quell'altro. Ma poi, quando la guardia ha provato a imitarlo, pare che non era bretone sbrisga, e che insomma, almeno l'imitazione, somigliava pi al catalano. Siccome che il catalano non lo conosce bene nessuno, alla fine ci siamo detti che s, doveva proprio essere catalano, e ci siamo messi a discutere dell'altra questione. Perch questo tizio era vestito in maschera, insomma portava un costume, e su questo ci sono pochi dubbi.
Insomma pare che il cannone d'allarme, dopo aver mandato tutti in Guyana in catalano, l'ha appicciato Scaramouche.


6.

Nel cortile dell'ospedale, l'uomo chiamato Laplace assisteva al tramonto. La libert di goderne all'aperto era uno dei suoi privilegi, ottenuti grazie alla fiducia che ispirava al governatore Pussin. In realt, poich i padiglioni di Bictre schermavano l'orizzonte, Laplace non vedeva mai l'epilogo del dramma solare. Non assisteva tanto al tramonto, quanto ai cromatismi di retroguardia, al mutare dei colori nel riquadro di cielo perimetrato dai tetti.
Il d 2 di giugno dell'anno del Signore 1793 volgeva al termine, e se allo zenit la volta era intrisa di blu, verso occidente aveva la tinta della carne che inizia a guastarsi. Non era atteso alcun cambio della guardia tra Febo e Selene: la notte prima era stata di novilunio.
Da due giorni affluivano a Bictre testimonianze e resoconti del tumulto che animava Parigi. Pussin, il padre Richard, gli inservienti, i visitatori, costoro introducevano nell'ospedale le notizie di fuori.
A breve giro, passando di bocca in bocca, le notizie si trasmutavano in dicerie incontrollate, a misura che gli alienati le arricchivano delle loro angosce e le piegavano alla tortuosit dei loro codici indecrittabili.
A Parigi uomini importanti fuggivano travisati da donne, e venivano arrestati da donne agghindate da uomini.
Tra gli alienati di San Prisco si asseriva che Brissot fosse una donna. Dal suo amore per Marat, che l'Amico del Popolo non ricambiava, erano conseguite sciagure. "Nessuno  pi pericoloso di una donna respinta travisata da uomo!", aveva pontificato il Robespierre di Bictre, prima di incitare i suoi compagni di ricovero a inseguire l'alienato che tutti chiamavano Brissot, per calargli le brache e vedere se aveva il cetriolo o la patata. Erano intervenuti gli inservienti, e il mistero non era stato risolto. In un angolo, uno dei Marat del padiglione scuoteva il capo, dicendo: "Ho fatto bene a non fidarmi, di quello l".
In particolare una strana storia, entrando nel mondo dei folli, si era gonfiata come una vela percossa dal maestrale. Si diceva che ad accendere la miccia del cannone d'allarme, chiamando il popolo di Parigi all'adunata e alla rivolta, fosse stato un buffo personaggio in costume da teatro, con una maschera di Scaramouche appesa al collo, che si esprimeva in un idioma sconosciuto.
Ora Scaramouche stava radunando un esercito in maschera. Con lui c'erano Arlecchino, Capitan Fracassa e Scapino, che in realt erano donne, crudelissime donne. A paragone di quanto intendevano fare, i massacri di settembre erano poca cosa.
In tali deformazioni, Laplace rinveniva molte verit, pi di quante ne contenesse il racconto che la rivoluzione forniva di s stessa. Studiare il delirio di chi vive nella Grande Parodia in modo manifesto pu aiutare a capire chi, in apparenza pi dotato di senno, vi affonda senza esserne conscio. .
Laplace ne era sempre pi persuaso: dimorava nel luogo ideale, perfetto per ci che si proponeva. Da li, poteva contemplare l'ineluttabile decorso della Parodia.
La dinamica rivoluzionaria subiva un'evidente accelerazione. Laplace ne era lieto: tutto doveva farsi pi rapido, ogni spinta doveva portare il mondo pi lontano dal vecchio ordine, ogni paradosso andava reso pi stridente, ogni contrasto doveva acuirsi.
Per poter essere sconfitta, la rivoluzione andava resa irreversibile. Ogni illusione sulla possibilit di restaurare il vecchio regime doveva dissiparsi. Solo cos sarebbe nato l'Ordine Nuovo, ossia quello veramente antico, quando ogni tendenza sarebbe finalmente giunta ai confini del possibile e, respinta dall'invisibile barriera eretta da Dio, si sarebbe capovolta all'indietro.

Scaramouche era dotato di poteri straordinari: con un sol balzo poteva salire su un tetto e da li arringare la folla. La sua voce si sentiva a dieci leghe di distanza, e sembrava esprimersi in ogni lingua del mondo, in una sorta di Pentecoste insurrezionale. Tra chi lo ascoltava, i Bretoni lo udivano parlare bretone, i Perpignati in catalano, i marsigliesi in provenzale, i Belgi delle Fiandre in fiammingo.

Laplace intendeva passare all'atto al momento del grande contraccolpo. La controrivoluzione non  l'opposto di una rivoluzione: la controrivoluzione  una rivoluzione opposta. Essa non pu che salutare la rivoluzione come si saluta l'errore altrui che nondimeno riapre il gioco e consente di entrarvi per vincere. Laplace si sentiva il prototipo di un nuovo rivoluzionario, la sua re-volutio era (alla lettera) giravolta che conduce all'origine, afferrando il filo di un destino rivelato nei millenni.
Non aveva senso agognare il ripristino del mondo imbastardito di cinque, venti, trent'anni prima: occorreva andare molto pi indietro. Per farlo era d'uopo, almeno per il momento, andare avanti.

La mattina del I giugno, Scaramouche era partito alla volta di Lione, a capo di un battaglione di amazzoni armate di daghe e pugnali. Raggiunta la citt ribelle in meno di un'ora, la banda aveva sgozzato e sventrato pi di mille girondini, per poi tornare a Parigi prima di cena.

Laplace si sentiva pi affine ai Robespierre e ai Barre che agli migrs di Coblenza. I Capeto e gli Asburgo-Lorena non erano che spettri di vermi. Anche per tutelarsi dal loro ritorno andava fatta la controrivoluzione. Sotto quell'aspetto, quale peccato d'ingenuit era stato arruolarsi coi Prussiani! Laplace non avrebbe mai pensato di giungere a tale conclusione, ma oramai non nutriva alcun dubbio: era l'arme rivoluzionaria il vero strumento del destino.
La follia era cominciata. La crisi avrebbe avuto il suo corso.
Sino ad allora, aveva ritenuto Bictre il luogo in cui si inverava la natura parodica dell'ordine rivoluzionario. Bictre somigliava al mondo esterno e la microcosmica rivoluzione di Pussin replicava quella macrocosmica di Danton e Marat.
Ora, invece, era il mondo esterno a somigliare a Bictre.
Al momento di uscire e agire, la lunga frequentazione coi folli sarebbe stata un vantaggio.
...
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...
FINE Parte 1.